Il mestiere del critico – Si può davvero fare una recensione obiettiva?

Chi si diletta, come me, nel dare giudizi critici ai film, si pone da sempre il problema dell’obiettività. Chi cerca la recensione di un film, nella maggior parte dei casi, lo fa prima di aver visto il film. La recensione dunque gli serve per sapere se guardarlo o meno. È quindi importante stabilire una sorta di rapporto di fiducia tra chi legge e chi scrive. Faccio un esempio, a titolo personale: per me il critico italiano più autorevole è Morando Morandini, seguito da Paolo Mereghetti; motivo? Semplice, perché spesso mi trovo d’accordo con i loro giudizi. Detto questo, ogni lettore deve sempre prendere una recensione come consiglio, mai come verità assoluta. Quando leggo una recensione di Morandini, nella maggior parte dei casi, il mio pensiero si rispecchia nelle sue parole. Nella maggior parte dei casi, dunque, non sempre. Nell’ultima edizione del dizionario Morandini il film Machete di Robert Rodriguez porta il voto 3,5 su 5. Su nehovistecose, la recensione del medesimo film ha voto 1 su 5. Questo non instaura una soppressione della fiducia, anzi. Dimostra che la recensione è uno strumento impossibilitato ad aspirare all’obiettività assoluta.

Ma ad un obiettività parziale può, anzi DEVE, aspirare.

Un buon recensore innanzitutto deve avere:

–        Ottima conoscenza della storia del cinema; per comprendere quanto un film è innovativo (l’innovazione è un elemento fondamentale all’interno dell’arte, ed è ovvio che più una cosa è nuova più fa guadagnare punti all’opera in questione), devo conoscere i film venuti prima.

–        Buona conoscenza della Storia; per recensire un film devo proiettarlo nell’epoca in cui è uscito, solo così posso comprenderne implicazioni sociali, politiche, antropologiche.

Poi, deve sapere analizzare l’opera attraverso alcuni concetti precisi:

–        La coerenza; un film non deve “predicare bene e razzolare male” (non posso fare un film sulla violenza dei media mostrando una violenza identica a quella dei media).

–        La sincerità; se guardo un film sul razzismo e so che il regista è un membro del Ku Klux Klan non posso apprezzare l’opera.

Tolti questi parametri, si arriva immancabilmente al ruolo della soggettività: ogni recensione, pur aspirando all’obiettività, avrà sempre una minima percentuale di soggettività. Questo perché anche il recensore, come lo spettatore, coltiva dei gusti personali che in nessuna sede possono essere tralasciati. E forse è un bene: se mancasse la soggettività (nella vita come nell’arte) il dibattito morirebbe. E sarebbe un peccato; si sa, l’omologazione è nemica dell’arte, come della critica.

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