Django Unchained

(Django Unchained)Poster

Regia di Quentin Tarantino

con Jamie Foxx (Django Freeman), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo DiCaprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Kerry Washington (Broomhilda), James Remar (Ace [Butch] Speck), Laura Cayouette (Lara Lee Candie), Don Johnson (Big Daddy), Walton Goggins (Billy Crash), Franco Nero (Amerigo Vassepi), Quentin Tarantino (Frank), Michael Parks (cowboy).

PAESE: USA 2012
GENERE: Western
DURATA: 165′

1858, da qualche parte nel Texas. Lo schiavo nero Django viene acquistato dal dentista e cacciatore di taglie tedesco Schultz perché conosce i volti di tre malviventi che il governo vuole eliminare. Il nero, divenuto libero, aiuta il bianco a uccidere i ricercati e, in cambio, il bianco promette al nero che lo aiuterà a ritrovare la moglie, anch’essa tenuta segregata.

Foxx e Waltz

Come Bastardi senza gloria, ispirato a Quel maledetto treno blindato di Castellari (1977), l’ottavo film di Tarantino è il “finto” remake di un vecchio b-movie italiano, in questo caso lo spaghetti western Django di Sergio Corbucci (1966). Pur non regolamentato da capitoli come i film precedenti è un opera in tre atti: 1) la nascita dell’amicizia tra Django e il dottor Schultz, che ha come modelli Sergio Leone, Sam Peckinpah, Penn, addirittura Raimi, in pratica tutto il western revisionista; 2) il viaggio verso la vendetta, pesantemente influenzato da Sentieri selvaggi e dal western classico; 3) la vendetta, in cui qualunque implicazione sociale, storica, politica, antropologica abbozzata fino a quel momento lascia il posto al “cinema secondo Tarantino”, ovvero: grandi squartamenti, sfida alle leggi fisiche e morali, insomma la creazione di universo filmico totalmente distaccato dalla realtà che mira esclusivamente all’intrattenimento più sfrenato.  È il film di Tarantino più divertente e sfacciato (la scena in cui i membri di un neonato Ku Klux Klan litigano perché non vedono attraverso le loro maschere è assolutamente irresistibile), il più classico e lineare (gli eventi sono presentati secondo la loro sequenza temporale, la vicenda è narrata attraverso un unico punto di vista), ma non il migliore. Le prime due ore sono ottime, ma i 40’ finali – quelli in pieno stile Tarantino, ricalcati a carta carbone sui massacri visti in Kill Bill – sono prolissi, banali, poco sorprendenti e talvolta noiosi.

Foxx e Franco Nero

Va bene giocare con lo spettatore, ma tenerlo sulle spine per quasi tre ore per poi propinargli l’ennesimo lieto fine hollywoodiano forse è un po’ troppo. Come in Kill Bill volume 1, Tarantino si fa prendere la mano e non si accorge che il cinema è fatto di sviluppi narrativi, non di accumulo. È sicuramente un film gustoso nel suo essere tremendamente kitsch, ma questa volta Tarantino, maestro nel filmare con sobrietà l’esagerazione, sobrio non si dimostra affatto, e più che dinnanzi al primo western “pop-pulp” della storia del cinema sembra di essere davanti ad uno scherzo un po’ troppo tirato per le lunghe. E l’inquadratura finale col cavallo che balla in stile Michael Jackson, pur perfettamente coerente con la poetica di Tarantino (si tratta infatti di un omaggio a Lo chiamavano Trinità, riesumato anche nella colonna sonora), finisce irreparabilmente nel calderone delle cadute di gusto. Ha il merito di raccontare una storia che spesso gli americani tendono a tralasciare (molto bella la scena del cotone rosso del sangue dei bianchi), e sicuramente i fan più accaniti si divertiranno un mondo, ma forse il gioco comincia a stancare. La regia di Tarantino è abile nel ricreare espedienti narrativi cari al cinema di Corbucci e soci (come lo zoom veloce in avanti), ma il regista di Knoxville deve stare attento a non cadere nell’errore in cui è caduto il suo amico Robert Rodriguez con Machete: a forza di omaggiare e citare i b-movie nei suoi film (riprendendone stili, battute, situazioni, inverosimiglianze) ha finito col girare dei b-movie “veri”.

DiCaprio

Dopo aver messo la donna al centro delle sue ultime due storie (Kill Bill e Bastardi senza gloria), Tarantino rispedisce il gentil sesso a fare da tappezzeria. Discutibile l’interpretazione di Foxx (e la colpa è soprattutto del regista, che gode a mostrarlo come un rapper del ghetto), straordinaria quella di DiCaprio preso in controparte e magnifica quella di Christoph Waltz: sarà un caso, ma è proprio quando il personaggio di quest’ultimo abbandona la scena che il film s’affloscia. Forse anche perché si tratta di uno dei pochi personaggi “morali” di tutto il cinema di Tarantino. Colonna sonora più affollata di una gelateria a ferragosto in cui spicca la bellissima Ancora qui, composta da Morricone e cantata da Elisa. Grandissimo successo di pubblico. È un buon film, ma da uno come Tarantino è legittimo aspettarsi qualcosa di più. E in fin dei conti la colpa è sua: ci ha abituati molto, molto, molto bene.

Voto

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2 risposte a Django Unchained

  1. cinefobie ha detto:

    Bella recensione. Non ho visto il film, dunque non posso esprimermi a riguardo, però le tue parole confermano l’impressione che avevo.
    Ormai Tarantino è un po’ come Tim Burton. Hanno fatto la storia del cinema e a causa dell’idolatria che si è creata attorno a loro e alle loro opere sono sprofondati in un manierismo inutile e ridondante. Dovrebbero prendersi qualche anno di pausa, o firmare opere sotto pseudonimi per non essere riconosciuti, come facevano gli scrittori russo di fine ‘800..

    • nehovistecose ha detto:

      Si diciamo che un grande artista deve anche sapersi rinnovare…e forse Tarantino non ha il coraggio di farlo (pur essendone capace) perchè gli va bene quello che si crea attorno ad ogni suo film…

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