La dolce vita

Regia di Federico FelliniLocandina

con Marcello Mastroianni (Marcello Rubini), Anita Ekberg (Sylvia), Anouk Aimée (Maddalena), Yvonne Furneaux (Emma), Magali Noël (Fanny), Alain Cuny (Steiner), Annibale Ninchi (Padre di Marcello), Walter Santesso (Paparazzo), Valeria Ciangottini (Paola), Riccardo Garrone (Riccardo, il proprietario della villa), Laura Betti (Laura), Lex Barker (Robert), Harriet White (Segretaria di Sylvia), Ida Galli (la debuttante dell’anno), Polidor (Clown), Adriano Celentano (cantante rock).

PAESE: Francia, Italia 1960
GENERE: Drammatico
DURATA: 174’

Marcello, scrittore mancato, fa il giornalista scandalistico nella Roma di via Veneto. Fa il bagno nella fontana di Trevi con una biondona, assiste impotente ad un terribile fatto di sangue, partecipa ad un’orgia in una villa di nobili. Alla fine, su una spiaggia, vede una ragazzina conosciuta tempo prima, ma si accorge di non essere più in grado di sentire la sua voce…

Scena del film

Scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli è, probabilmente, il film italiano più famoso di tutti i tempi. Spartiacque del cinema mondiale per come frantuma la narrazione e le drammaturgie correnti, punto di rottura nell’itinerario di Fellini (che abbandona le ultime suggestioni neorealiste e crea uno stile unico e riconoscibilissimo), è un film che ancora oggi spiazza e inquieta, turba e disgusta. È un viaggio negli abissi dell’aberrazione umana, un “cinegiornale” (Morandini) su un mondo senza scampo che ha perso qualsiasi punto di riferimento ed è sprofondato in un turbine di decadenza che ricorda la Babilonia precristiana (ibidem). Gli eccessi della “dolce vita” romana servono al regista riminese per contemplare i peggiori vizi della società dei consumi (e delle apparenze): un affresco sudato e convulso che, ai tempi considerato pura esagerazione, si rivela più attuale che mai. Gli organi di stampa ecclesiastici lo attaccarono pesantemente senza accorgersi – come invece fece Pasolini nella sua recensione – che si tratta di un film sfacciatamente “morale” (e quindi, perché no, cattolico), di una disperata richiesta d’aiuto, di uno speranzoso tentativo di tornare al buon senso. L’elemento più terrificante del film è  il suo tremendo ed universale pessimismo: il personaggio di Marcello, passivo ed inconcludente, è addirittura peggiore dei reietti che, silenziosamente, egli contempla ed osserva credendosi migliore di loro. Fellini distrugge in appena tre ore di film tutti i modelli cinematografici esistenti fino a quel momento: opta per una struttura modulare composta di quadri più che di scene (ogni episodio è scollegato dagli altri, esclusi quelli con protagonista la piccola Paola), rifiuta ogni sviluppo lineare, cancella il principio cardine della maturazione del personaggio (Marcello non cambia mai il suo atteggiamento, e nonostante ogni tanto torni in sé – come nell’agghiacciante sequenza della follia di Steiner – fa presto a perdersi nuovamente), alterna senza pudore sequenze oniriche e iperrealismo, fa seguire ad ogni notte brava un’ennesima notte (il giorno, praticamente, non vi esiste).

Scena del film

Il film è confuso e caotico come la mente del suo protagonista, ma la fitta rete di simbolismi – non solo visiva: sono simbolici anche molti movimenti di macchina – dimostra che nulla è lasciato al caso e che tutto è pensato come un puzzle perfettamente combaciante. La scena finale, da molti criticata perché “urla” esplicitamente il messaggio del film, è uno dei pezzi più belli ed emozionanti del cinema del regista. Tre Nastri d’Argento e un Oscar per i costumi a Piero Gherardi, anche imprescindibile scenografo. L’avrebbe meritato pure la strepitosa ed elegantissima fotografia in bianco e nero di Otello Martelli. Musiche di Nino Rota. La scena del bagno nella fontana di Trevi è entrata a far parte dell’immaginario filmico mondiale, mentre il nome del giornalista Paparazzo è finito col diventare un termine d’uso comune per definire i giornalisti scandalistici. A livello tecnico-storiografico è un capolavoro riconosciuto del cinema italiano, e sarebbe da stolti negarlo, ma a livello “affettivo”, pur volutamente, è meno coinvolgente di altri film di Fellini perché vi manca il concetto di “pietà”. Resta comunque un film imperdibile, per chi ama Fellini e per chi ama il cinema in generale. Quando uscì in molti si interrogarono sul suo senso, sul suo VERO senso. In realtà per trovarlo basta rifarsi al titolo di una delle più note incisioni di Francisco Goya: “il sonno della ragione genera mostri”.

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