Crimini e misfatti

(Crimes and Misdemeanors)Poster

Regia di Woody Allen

con Martin Landau (Judah Rosenthal), Woody Allen (Cliff Stern), Anjelica Houston (Dolores Paley), Mia Farrow (Halley Reed), Claire Bloom (Miriam Rosenthal), Alan Alda (Lester), Jerry Orbach (Jack), Caroline Aaron (Barbara), Jenny Nichols (Jenny), Joanna Gleason (Wendy Stern), Sam Waterston (Ben), Stephanie Roth Haberle (Sharon Rosenthal), Martin S. Bergmann (professor Levy).

PAESE: USA 1989
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 107’

Due storie parallele si sfiorano nei salotti della buona borghesia (ebraica) newyorkese. Judah, oculista e filantropo, rischia di compromettersi carriera e posizione a causa di un’amante delusa; Cliff, regista fallito con matrimonio alla frutta, è costretto a girare una docu-fiction sulla vita dell’odiato cognato, produttore televisivo di grande fama…

Scena del film

20esimo film di Allen, uno dei più amati da pubblico e critica. Uno dei migliori in assoluto: una commedia drammatica dai contorni tragici in cui il regista newyorchese analizza con piglio antropologico il decadimento “morale” della società. Il suo tema latente, incarnato dalla malattia agli occhi di Ben (che non a caso fa da “tramite” alle due linee narrative), è la cecità umana: i personaggi vedono senza guardare, e agiscono fuggendo al peso delle loro azioni perché convinti che nessuno li stia guardando. È il film più complesso e più laico dell’ateo Allen, quello che maggiormente denunzia la mancanza di Dio (e quindi di un giudice che persegua una giustizia superiore), suggerendo che l’unico metro di giudizio umano per valutare cosa è bene e cosa è male è costruirsi un’etica da soli. Che però, frutto di una serie infinita di influenze (religiose, politiche, educative, di classe), è un’etica cangiante, personale, soggettiva, quindi opinabile e non assoluta. Allen, tenendo in mente la lezione dostoevskijana sul delitto e il castigo ma rileggendola secondo la propria poetica, gira la sua opera più pessimista e crudele: l’unico personaggio positivo, l’unico dotato davvero di una coscienza, soccombe dinnanzi agli altri e rimane solo, sconfitto. È un film senza catarsi e senza salvazione che, tuttavia, suggerisce nel finale qual è la cosa giusta da fare. Ma la riflessione di Allen non si ferma alla filosofia: la cecità di cui si parla è anche quella del cinema, sempre più incapace di cogliere la realtà e da sempre inadatto a raccontare la verità in tutte le sue sfumature, anche e soprattutto quelle più scure.

Scena del film

E il giudizio etico può venire soltanto dallo spettatore, da chi guarda e non dal guardato: è un ennesimo e fascinoso esercizio di metacinema, forse il più fine e strutturato dell’intero cinema alleniano. Che, da sempre, resta orgogliosamente autobiografico, come dimostra l’odio incondizionato con cui il regista si scaglia contro il produttore televisivo Lester, artistoide “de sinistra” antipatico e inetto che però ha successo, nella vita e con le donne: è la caricatura più riuscita di ciò che la gente (e molta critica) pensa proprio di Allen. Poche battute divertenti, ma tutte da antologia (“l’ultima volta che sono stato dentro una donna è quando sono andato a visitare la Statua della libertà”), e un’ironia fine e tagliente che non teme tuttavia guizzi da thriller ed esplosioni tragiche. Ma non c’è umorismo macabro, e il modo in cui Allen tratta il tema della morte dovrebbe far riflettere tutti coloro che ancora lo considerano un pensatore acuto ma frivolo e talvolta blasfemo. Il dialogo finale tra Cliff e Judah è uno dei pezzi più riusciti di tutto il suo cinema. Bella fotografia autunnale di Sven Nykvist, ottimi montaggio e scenografie dei fidati Susan E. Morse e Santo Loquasto. È un film che mette i brividi, tragico e divertente, un capolavoro, assolutamente imperdibile.Voto

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