Pallottole su Broadway

(Bullets Over Broadway)Poster tedesco

Regia di Woody Allen

con John Cusack (David Shayne), Dianne Wiest (Helen Sinclair), Chazz Palminteri (Cheech), Jennifer Tilly (Olive Neal), Mary-Louise Parker (Ellen), Jack Warden (Julian Marx), Joe Viterelli (Nick Valenti), Tracey Ullman (Eden Brent), Rob Reiner (Sheldon Flender), Jim Broadbent (Warner Purcell), Tony Sirico (Rocco).

PAESE: USA 1994
GENERE: Commedia
DURATA: 99’

New York, anni ’20. Per poter fare la sua commedia, lo scrittore regista David è costretto ad accettare i finanziamenti di un gangster che, in cambio, pretende una parte per la sua amichetta, attrice terrificante. Come se non bastasse, si innamora della prima donna e si ritrova suo malgrado ad accettare i suggerimenti di uno scagnozzo del boss, scrittore mancato abile nell’arte della drammaturgia quanto in quella dell’omicidio…

Scena del film

25esimo film di Allen, uno dei pochi di cui condivide lo script con’altra persona (Douglas McGrath). È una fedele ricostruzione dell’ambiente dello spettacolo degli anni ’20 dietro cui si cela una delle più riuscite ed originali riflessioni sulla figura dell’artista mai uscite da Hollywood. Si può amare l’uomo senza amare l’artista e viceversa? Sono entità distinte o sono indissolubili? Questa è la domanda che si pongono i personaggi per tutto il film; la risposta, più che in David (che alla fine si rende conto di non essere affatto un’artista) la si può trovare nel personaggio di Cheech, sicario malavitoso che nasconde un talento drammaturgico “totale”: nello stesso individuo convivono l’uomo, capace di cose orribili, e l’artista, capace di cose bellissime. Un concetto fascinoso che rivela spunti palesemente autobiografici: per anni, Allen è stato criticato per la sua burrascosa vita privata e, allo stesso tempo, osannato per la sua arte, malvisto come uomo e apprezzato come artista.  Parlando del teatro, Allen ragiona ancora una volta sul cinema, sul suo essere industria e quindi compromesso, sui meccanismi, produttivi e “ideologici” (come si può aspirare davvero alla realtà assoluta? E, soprattutto, è davvero necessario ricercarla?) che regolano qualsiasi rappresentazione per immagini.

Scena del film

Parte della critica l’ha demolito, scambiandolo probabilmente per una parodia del genere gangster. In realtà è un film gangster al cento per cento: il fatto che si rida spesso e che ci sia una robusta dose di ironia non ne fa per forza di cose una farsa, e la maturità con cui Allen tratta i temi della morte e del tradimento (temi tipici del gangster, ma anche di tutto il suo cinema) ne è una dimostrazione inequivocabile: chi muore muore davvero, e le conseguenze della sua dipartita sono sempre, tristemente tangibili. Raccontando una storia che parla di spettacolo e morte, sangue e arena, Allen mette a frutto la lezione shakespeariana dell’alternanza armonica tra commedia e tragedia, tra “basso” e “alto”, ed è così abile che è difficilissimo sentire i cambi di registro o accorgersi che dalle risa si passa alla malinconia. Più che per la mancanza di Allen attore (che non è più una novità), il film si contraddistingue per l’assenza di un alter ego del regista, di un “portavoce” che rispecchi il suo pensiero: il senso del film non si estrapola dai personaggi, bensì dalle loro azioni. Contributi tecnici ineccepibili: la fotografia demodé di Carlo Di Palma, le scene barocche di Santo Loquasto, il sobrio montaggio di Susan E. Morse. Tra i tanti attori i migliori sono la Wiest, Palminteri e la Ullman, ma non è male nemmeno il tanto criticato Cusack. Un film divertente, intelligente, assolutamente da non perdere.

Voto

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