The Rum Diary – Cronache di una passione

(The Rum Diary)Poster

Regia di Bruce Robinson

con Johnny Depp (Paul Kemp), Amber Heard (Chenault), Aaron Eckhart (Hal Sanderson), Giovanni Ribisi (Moburg), Richard Jenkins (Lotterman), Michael Rispoli (Bob Sala), Bill Smitrovich (Mr. Zimburger), Julian Holloway (Wolsey), Amaury Nolasco (Segarra), Marshall Bell (Donovan).

PAESE: USA 2011
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 115’

1960. Il giornalista freelance Paul Kemp raggiunge Puerto Rico per lavorare al San Juan Star, giornaletto locale diretto dal dispotico Lotterman. Diventato amico di un affarista senza scrupoli che vuole costruire alberghi sull’isola (ma più interessato alla sua donna che a lui), dovrà scegliere se usare il potere delle sue parole per coprirlo o per affossarlo…

Scena del film

Già nel 2000 alcune società indipendenti espressero il desiderio di adattare il primo romanzo semi-autobiografico di Hunter S. Thompson, inventore del cosiddetto gonzo journalism. La cosa andò in porto soltanto dieci anni dopo, quando Johnny Depp, personale amico dello scrittore (che intanto si era tolto la vita nel 2005), venne assunto come produttore. Molti critici hanno attaccato il film perché infedele al romanzo, senza comprendere che Depp e Robinson (anche sceneggiatore) hanno voluto raccontare la storia di Thompson, non di Kemp: nel romanzo il personaggio non era affatto un idealista, ma nella realtà Thompson (e il film è dedicato proprio a lui) lo era eccome, pur avendolo sempre negato. Non bisogna soffermarsi sulla provenienza letteraria, perché così facendo è ovvio che al film, tolto lo spirito, resta poco del romanzo; si deve capire che non si tratta di una trasposizione, bensì di un omaggio – spassionato – allo scrittore. Uno dei più geniali e sottovalutati scrittori americani. Che ha saputo documentare (e questo, è innegabile, lo fa anche il film) le aberrazioni del sogno americano. Quello di Kemp è un viaggio attraverso il disgusto, un’avventura in terra straniera che tuttavia racconta l’America, una nazione obesa e priva di qualsivoglia ideale che porta in giro per il mondo la sua arroganza, il suo bisogno di superiorità, la sua pacchianeria intellettuale. Non a caso il losco Sanderson vuole costruire un Hotel devastando un’isoletta paradisiaca.

Scena del film

Simbologia banale? Forse, ma la regia di Robinson è abile nel sottolinearla anche visivamente: al barocchismo registico di Gilliam, l’unico altro regista ad aver avuto il coraggio di portare in scena un romanzo di Thompson (Paura e Delirio a Las Vegas, sempre con Depp), Robinson contrappone una regia perfetta, sobria ma dinamica, capace di immagini suggestive (le scene sulla spiaggia, le inquadrature dall’alto delle automobili in mezzo agli alberi) e di guizzi onirici (l’inseguimento con la 500, le allucinazioni della droga). È un film di formazione che parla in modo non banale di giornalismo, di responsabilità, di (auto) consapevolezza. È l’omaggio di un figlio ad un padre spirituale. Ottimi gli attori (memorabile Ribisi), ineccepibili i contributi tecnici che vanno dalla bellissima, contrastata fotografia dell’esperto Dariusz Wolski alle musiche di Christopher Young, passando per i costumi sgargianti di Colleen Atwood. Il rum del titolo non è così presente come ci si aspetterebbe, ma rappresenta la chiave di lettura del film: bevendo, Kemp e soci tentano di fuggire ad un malessere che irrimediabilmente continua a cadergli addosso. Forse è un film più riuscito sul piano visivo che su quello narrativo (proprio come Paura e delirio: l’opera di Thompson è difficilmente “sceneggiabile”), ma resta un’opera da vedere e gustare: fa ridere (alcune volte molto), fa riflettere, è intessuta in una cinica quanto godibile ironia, c’è una bella storia d’amore. Da vedere.

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