Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

(Moonrise Kingdome)Locandina francese

Regia di Wes Anderson

con Jared Gilman (Sam Shakusky), Kara Hayward (Suzy Bishop), Bruce Willis (Capitano Sharp), Bill Murray (Walt Bishop), Edward Norton (Randy Ward), Frances McDormand (Laura Bishop), Jason Schwartzman (Ben), Harvey Keitel (comandante Pierce), Tilda Swinton (“Servizi sociali”), Bob Balaban (Narratore), Seamus Davey-Fitzpatrick (Roosevelt).

PAESE: USA 2012
GENERE: Commedia
DURATA: 94’

1965, isola (fittizia) di New Penzance, New England. Il boyscout dodicenne Sam Shakusky scappa dal proprio accampamento per iniziare una fuga d’amore con la coetanea Suzy, intristita da una famiglia monotona e incapace di comprenderla. I Boyscout, il capo della polizia locale, la famiglia di Suzy e i servizi sociali si mettono sulle loro tracce, ma non hanno capito che i due giovani innamorati hanno deciso di fare le cose sul serio…

Scritto dal regista con Roman Coppola, figlio di Francis Ford, è il primo film della storia del cinema a raccontare una storia d’amore “matura” tra due dodicenni: Sam e Suzy si amano, vogliono stare insieme ad ogni costo, e nella loro perseveranza hanno molto da insegnare agli adulti, che sono tutti nevrotici, disillusi, frustrati, repressi. Nella scena finale, in cui Sam dipinge qualcosa che non ha davanti agli occhi, risiede il senso del film. Come di consueto, la componente umoristica è affidata a dialoghi minimalisti e a gag di gusto slapstick imparentate col cinema muto: la sua cifra stilistica è una comicità intelligente e essenziale, originale e spesso irresistibile. Anderson mette in scena la sua storia con uno stile calibratissimo e frizzante, assai ingegnoso a livello simbolico (memorabile l’introduzione in cui la macchina da presa si muove “orchestrando” – letteralmente – i suoi movimenti per sottolineare la rigidità di casa Bishop come quella del campo scout) e molto particolare sul piano visivo (l’ambientazione “pop- fiabesca”, ben sostenuta dalla policromatica fotografia di Robert Yeoman). Senza rinunciare alle tematiche “forti” della sua opera – la famiglia malsana ma imprescindibile, l’amore verso TUTTI i personaggi (non ci sono veri e propri “cattivi”), lo straniamento dell’uomo rispetto al mondo – Anderson ribadisce un concetto di cinema imparentato col cartoon in cui convivono dolcezza e crudeltà, risate e malinconia. Memorabile la figura del narratore “metacinematografico” (perché parla direttamente col pubblico) che, ad un certo punto e solo per un istante, interagisce coi personaggi per sbloccare un intreccio che sembra “inceppato”. La parte centrale, pur ricca di trovate e battute geniali, è un po’ debole, ma è riscattata dai 20’ iniziali e dalla mezz’ora finale, assolutamente impagabili. Da guardare e riguardare. I giovani attori (entrambi classe 1998) sono meravigliosi, ma non gli sono da meno gli adulti (Norton, Willis, Murray, McDormand, Keitel), tutti coraggiosi nel mettersi in gioco e nell’aderire agli stralunati quanti strepitosi personaggi inventati dal regista. Da guardare e riguardare.

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