Death of a President

(Death of a President)Locandina

Regia di Gabriel Range

con Hend Ayoub (Zahra Abi Zikri), Brian Boland (Larry Stafford), Becky Ann Baker (Eleanor Drake), Robert Mangiardi (Greg Turner), Jay Patterson (Sam McCarthy), Jay Whittaker (Frank Molini), Neko Parham (Casey Claybon).

PAESE: USA 2006
GENERE: Documentario
DURATA: 90’

19 ottobre 2007. George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti, è assassinato fuori dall’hotel Sheraton di Chicago, dove aveva appena tenuto un discorso. Dopo aver ricostruito quelle drammatiche ore, Range intervista i protagonisti e tenta di capire perché, nonostante la sommarietà delle prove, venga accusato un islamico.

Tutto documentato, come in un film di Michael Moore. Tutto falso. Ultimamente vanno di moda i mockumentary (anche se il primo, Zelig di Woody Allen, ha quasi trent’anni), finti documentari che sembrano assolutamente veri ma narrano di fatti e personaggi totalmente inventati. Questo Death of a president del canadese Range è qualcosa di ancora diverso, e non soltanto perché il protagonista è un uomo “reale”, esistente, oltre che umanamente conosciuto. Girato nel 2006, racconta un fatto accaduto nel 2007 e “finge” di essere stato realizzato nel 2008: dunque non è un “ucronia” (genere basato sulla premessa che la storia abbia preso un corso diverso), o per lo meno non lo era quando è uscito (lo è diventato quando il 19 ottobre 2007 non è accaduto nulla); e non è nemmeno un mockumentary, in quanto ciò che racconta come “già accaduto” deve ancora accadere, POTREBBE ancora accadere. È, come dice Morandini, la rivincita del “verosimile sul vero”. Tutto ciò che viene mostrato potrà anche essere “falso”, ma ciò non toglie che sia assolutamente plausibile. Range lavora su tre fronti per imbastire la propria opera: immagini vere (come il discorso di Bush a Chicago, quello di Cheney al Campidoglio e i funerali di Reagan) “manipolate” dentro una storia “farlocca”; immagini girate ex novo con stile da documentario (i disordini fuori dallo Sheraton, le interviste allo staff di Bush), ben sostenute dalla spericolata fotografia di Graham Smith; immagini in digitale che fondono le prime e le seconde (il finto capo del servizio segreto che appare accanto a Bush). Esercizio di stile o atto irriverente verso W.? Entrambe le cose, ma il film non è solo questo: dietro la (geniale) trovata di partenza ci sono alcune interessanti riflessioni sull’America post-11 settembre, impaurita e sempre pronta ad incolpare un islamico (anche se è innocente) che rispecchi l’archetipo del suo nemico, ma anche sugli errori di Bush in ambito di politiche estere. Tutto circondato da una sottile quanto tagliente ironia, rintracciabile ad esempio nelle interviste ai protagonisti della storia. Non mancano scompensi, luoghi comuni e difetti, difetti che, paradossalmente, sono gli stessi di un qualsiasi documentario statunitense “vero” (come ad esempio gli indugi sui pianti dei familiari delle vittime), ma resta un film assolutamente da vedere, anche perché non somiglia a nulla che abbiate già visto. I deputati americani – sia democratici che repubblicani – lo hanno criticato aspramente, i recensori (anche italiani) lo hanno liquidato come una bravata di poco senso. Ingiustamente: la trovata si potrà anche giudicare deprecabile perché manipola la verità, ma nel farlo da vita ad una serie di osservazioni assolutamente legittime.

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