Vajont – La diga del disonore

Regia di Renzo MartinelliLocandina

con Michel Serrault (Carlo Semenza), Daniel Auteuil (Alberico Biadene), Laura Morante (Tina Merlin), Jorge Perugorría (Olmo Montaner), Mauro Corona (Pietro Corona), Anita Caprioli (Ancilla Teza), Leo Gullotta (Mario Pancini), Philippe Leroy (Giorgio Dal Piaz), Jean-Cristophe Brétigniere (Edoardo Semenza), Nicola Di Pinto (Francesco Penta), Claudio Giombi (Celeste Martinelli), Maurizio Trombini (ingegner Desidera), Valerio Massimo Manfredi (presidente della Corte).

PAESE: Italia 2001
GENERE: Drammatico
DURATA: 116’

9 ottobre 1963. Una frana di colossale portata si abbatte sul lago artificiale del Vajont, costruito sulle instabili sponde franose del monte Toc. Un’onda di 200 metri “salta” letteralmente la diga artificiale e si schianta sui paesi a fondo valle, radendoli al suolo e uccidendo quasi duemila persone. Com’è possibile che nessuno dei dirigenti SADE (poi Enel) si accorse del pericolo? O, forse, se ne accorsero ma preferirono tacere? Quali furono le cause che portarono ad uno dei più grandi disastri italiani del dopoguerra?

Primo film di fiction sull’assurda, devastante, atroce tragedia (strage?) del Vajont, scritto dal regista con Pietro Calderoni. Martinelli dispone di un budget da kolossal hollywoodiano, e cerca di abbinare cinema di impegno civile e spettacolarismo di massa. Gli intenti sono buoni, e in parte rispettati: si indicano i colpevoli facendo nomi e cognomi, si trasmette il senso di una tragedia annunciata e prevedibilissima, si intesse un discorso decoroso sull’idiozia umana di fronte al denaro. Fin qui tutto bene, ma i problemi sono altri: l’onda appare, confusa e caotica, soltanto negli ultimi cinque minuti e il resto del film (ovvero i primi 105’), più che preparare lo spettatore al “botto finale” (come fece egregiamente ad esempio Cameron col suo Titanic), lo annoia con una piatta storia d’amore e ripetitivi pipponi ingegneristici. Martinelli romanza molto, e ci potrebbe anche stare: ma mette troppa carne al fuoco, e finisce per perdere di vista la ragion d’essere del film. La critica lo ha demolito senza riserve,e in effetti è lontano dall’essere un bel film, ma forse qualcuno ci è andato giù un po’ troppo pesante: al regista manca un qualsiasi stile, ma ci sono almeno due sequenze – Semenza che osserva la valle in piedi sulla diga, il finale onirico su Longarone spazzata via – che riescono a emozionare. Gli attori si dividono in tre categorie: mediocri (la Morante che parla con un ritmo di 500 parole al minuto), bravi ma mal diretti (Auteuil, Gullotta), potabili ma doppiati coi piedi (Perugorría). L’unico che si salva, con l’esperienza, è il 73enne Serrault, impegnato nell’unico personaggio non stereotipato di tutto il film. Come qualsiasi altro film di Martinelli, soffre di superficialità, faciloneria, disordine narrativo, ma almeno non spara troppe cavolate sull’argomento che tratta. Per sapere la vera storia del Vajont è meglio guardarsi lo spettacolo teatrale Il racconto del Vajont di Marco Paolini, ma va detto che questo film di Martinelli, pur nella sua piattezza, non è così “disonesto” come qualcuno ha affermato.

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2 risposte a Vajont – La diga del disonore

  1. Andrea Cambi ha detto:

    Analisi del film molto lucida, sobria e condivisibile. Mi sento di aggiungere: i 5′ dedicati alla frana/ ondata peccano di falso realismo. Un’ondata di quelle dimensioni, prevalentemente composta di roccia e fango, viene resa come acqua quasi cristallina…al rallentatore e perfettamente avverti bile. Invece c’era il buio delle 22,39, la velocità altissima, la massa imponente, e soprattutto la morte che arriva inscindibile, col buio

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