Gravity

(Gravity)

Regia di Alfonso Cuarón

con Sandra Bullock (Dottoressa Ryan Stone), George Clooney (Matt Kowalsky).

PAESE: USA 2013
GENERE: Drammatico
DURATA: 90’

In orbita intorno alla Terra per riparare il satellite telescopio Hubble, l’equipaggio dello Shuttle Explorer viene falcidiato da una pioggia di detriti che distrugge la navetta e lascia due soli superstiti: la dottoressa Stone, ingegnere biomedico, e il comandante Kowalski, alla sua ultima missione. I due si ritrovano letteralmente persi nello spazio, alla deriva e senza alcuna possibilità di comunicare con la Terra…

Locandina

Scritto dal regista con il figlio Jonás, è un thriller spaziale che si basa su una trovata originalissima, angosciante e terribilmente “verosimile”. È un film di fantascienza, ma soltanto nel senso più “ampio” del termine: si svolge nello spazio, certo, ma ai giorni nostri, e tutto ciò che vediamo esiste davvero (non ci sono diavolerie tecnologiche, alieni, ecc). Cuarón mescola Kubrick e Tarkowskij e firma un piccolo capolavoro fantascientifico che sa già di pietra miliare di un intero genere, quantomeno per il discorso tecnico formale che gli soggiace: mai nessuno, nemmeno Kubrick in 2001, era riuscito a rendere così bene l’idea di lost in space e il concetto spaziale della totale assenza di gravità. Guardando Gravity si ha davvero l’impressione di essere nello spazio accanto agli astronauti, e il tutto è confezionato talmente bene che, nonostante il neon verde delle uscite di sicurezza della sala, non è facile resistere all’immedesimazione e, quindi, all’angoscia più totale. Basterebbe il lunghissimo piano sequenza iniziale (quasi 20’) per apprezzarlo ed essere sazi, ma sarebbe ingiusto perché per tutto il film la macchina da presa “galleggia” a gravità zero, disegnando strepitosi virtuosismi di movimento e impedendo quindi allo spettatore di “uscire” dalla narrazione e di convincersi che tanto “è solo finzione”. È un raro caso di film moderno in cui il virtuosismo è al servizio del senso, e non viceversa. I complicatissimi viaggi della macchina da presa servono per acuire il concetto di “spazio”, mai davvero trasmesso così bene. Certo, Kubrick quei movimenti li faceva davvero, fisicamente, mentre Cuarón si fa aiutare dai mirabolanti, sofisticatissimi, effetti digitali (che gli consentono anche lunghissimi piani sequenza in cui gli stacchi sono “corretti” a computer), ma a colpire non è tanto la realizzazione tecnica, quanto l’idea di cinema che ci sta dietro.

Gravity-Image-2

Come Kubrick concepisce lo spazio come metafora della (ri)nascita (metafora assai riuscita: Stone fluttua come un feto, combatte, e alla fine si alza sulle proprie gambe e impara a camminare); come Tarkowski guarda all’ignoto come se si trattasse di uno sguardo dentro se stessi. Più riuscito sul primo versante che sul secondo, ma Cuarón ci mette del suo e dirige una space opera decisamente personale, in grado di far dimenticare anche alcune sparate un po’ troppo grosse (impressionanti le castronerie scientifiche) o troppo stereotipate (il passato tragico della Stone). Bullock in gran forma in quello che è praticamente un lungo monologo e Clooney, ancora una volta alle prese con un’interpretazione del se stesso farfallone e simpatico, adeguato. Da Oscar la fotografia di Emmanuel Lubezki (la Terra vista dallo spazio mette i brividi) e suggestive le musiche di Steven Price. La voce che arriva da Houston è, nella versione in lingua originale, nientemeno che di Ed Harris. Girato in HD digitale e poi convertito in 3D, è un film assolutamente da non perdere. Astenersi claustrofobici e sofferenti di vertigini. Bellissimo.

3.5

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2 risposte a Gravity

  1. emilio ha detto:

    fotografia da Oscar, e oscar fu 🙂

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