Zombi: quando il mostro diventa catalizzatore politico

The Walking Dead 4

Spopola sulle PayTv la quarta stagione di The Walking Dead, serie horror targata AMC ispirata al fumetto omonimo di Robert Kirkman. Howard Berger, esperto di makeup cinematografico (intervistato l’anno scorso da nehovistecose – vedi), sostiene “che il suo (della serie, ndr.) grande successo è dovuto ai personaggi e al modo in cui viene narrata la vicenda, che è la cosa più importante. Gli zombi sono uno degli elementi che tengono viva la storia, ma non sono il fulcro della narrazione, ed è questo che rende lo show così unico e speciale”. In pochissime parole, Berger identifica i motivi del successo di questa serie così seguita e premiata: ciò che conta davvero sono i personaggi e le loro azioni, le loro psicologie, il loro differente modo di porsi rispetto all’epidemia zombi. Quello di Darabont (creatore della serie) e soci è uno studio antropologico sull’animo umano.

The Walking Dead

Lo zombi come mezzo, non come fine. Un concetto certamente “nuovo” per una serie tv, non nuovo se si guarda al cinema. Senza toglier nulla a The walking dead (che, dalla sua, ha una brillante costruzione narrativa, una forma più vicina al cinema che alla televisione e uno scavo psicologico che, causa durata ridotta, ai film mancava), molte delle riflessioni che accompagnano il viaggio di Rick e degli altri sopravvissuti sono partite parecchie tempo addietro. Lo zombi, sin dai tempi de La notte dei morti viventi, si è dimostrato infatti uno dei catalizzatori “politici” più forti del cinema dell’orrore. Ben più di vampiri, licantropi, mummie e mostri vari. Il merito è sicuramente di George A. Romero, vero padre/ demiurgo dell’epopea zombiana al cinema. Se infatti la figura dello zombi appartiene alla cinematografia sin dal 1932 (anno in cui uscì White zombie di Victor Halperin), è con Romero che il mostro raggiunge una maturità tematica ed espressiva che – e The walking dead ne è la prova – affascina ancora oggi. Romero ha capito in fretta la differenza tra lo zombie e gli altri mostri: il morto vivente è l’unico cattivo cinematografico ad essere indissolubilmente legato al concetto di massa, il che già di per se da vita ad una serie infinita di riflessioni. Non solo: per Romero l’apocalisse diventa un tramite per sbugiardare una società che si crede civile ma che in realtà è ancora animalesca, selvaggia, incline alla sopraffazione, perennemente sul baratro dell’esplosione. Se nei film di Hawks e Carpenter il pericolo porta alla luce concetti positivi come solidarietà e umanità, in quelli di Romero esso diventa la goccia che fa traboccare il vaso, la miccia che fa saltare in aria tutto ciò che è stato costruito dall’uomo, il punto di non ritorno in cui l’essere umano rinuncia a se stesso e torna alla sua vera natura, maligna e impietosa. Dove stanno bene e male nei film di Romero? Chi è peggiore? Chi uccide per istinto (lo zombi) o chi uccide per sopraffazione, per gioco, per gusto (l’uomo)?

La locandina di White Zombie, 1932, primo film sui morti viventi

La locandina di White Zombie, 1932, primo film sui morti viventi

Alla fine de La notte dei morti viventi l’unico sopravvissuto viene ucciso perché scambiato per uno zombi. Il fatto che egli sia un nero è emblematico. E la scena finale, in cui un gruppo di bifolchi fa scempio dei morti viventi con inaudita ferocia, trasmette un’inquietudine atroce: siamo poi così diversi da loro? La massa di zombi sospinge la massa sociale sull’abisso: lo zombi è un nemico stupido, lento, che deve il suo potere esclusivamente alla quantità; dunque, non dovrebbe essere così difficile eliminarlo! E invece, chissà come mai, l’uomo soccombe dinnanzi ad esso. Perché? Perché si distrugge da solo: incapace di coalizzarsi coi propri simili, finisce per firmarsi la condanna a morte. Nel 1978 uscì Zombi, secondo molti (noi compresi) il miglior film di Romero e il miglior film di zombi in assoluto. Qui Romero getta i suoi sopravvissuti in un gigantesco centro commerciale. I protagonisti vi ritrovano un benessere impensato ma, proprio quando abbassano la guardia perché convinti di aver cancellato i loro problemi, lo perdono tragicamente. Il problema è che si lasciano tentare dal consumismo, collante che già teneva insieme le loro esistenze quando il mondo ancora non era impazzito. Il quadro romeriano assume tinte fortemente satiriche: i sopravvissuti appaiono come quei “pochi che hanno tutto”, mentre gli zombi sono i “tanti che hanno poco” e per questo spingono per entrare, in una sorta di metafora sociale del mondo intero. Ma, ironia della sorte, ancora una volta gli uomini si uccidono tra di loro; dunque gli zombi cessano di essere i veri “cattivi” della storia: il vero cattivo è proprio l’uomo stesso.

Il terzo capitolo, Il giorno degli zombi, attacca l’autorità, ma è nel quarto, La terra dei morti viventi, che la parabola di Romero giunge alla fine. L’ultima battuta del protagonista, che guarda gli zombi allontanarsi, è: “stanno solo cercando un posto dove andare…proprio come noi”. Ancora una volta, Romero usa gli zombi per fare politica: nel film, i ricchi vivono nello sfarzo di un palazzo iperprotetto dall’esercito; i poveri, invece, vivono sulla strada privi di protezione, cibo, medicinali. Gli zombi sono nuovamente un semplice corollario, un oggetto narrativo come un altro utile ad osservare il disfacimento umano della società. Ed è per questo che piace The walking dead: parla della nostra triste fine.

In molti hanno scritto che il genere cinematografico più utile per comprendere la società americana è il western. Sarebbe difficile – e pretestuoso – negarlo. Certo è che, al secondo posto, non può che stare l’horror di zombi. Parla del male, dell’aberrazione, dell’orrore. Parla di noi.

Riccardo Poma

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2 risposte a Zombi: quando il mostro diventa catalizzatore politico

  1. emilio ha detto:

    Un articolo davvero bello e interessanti. (e utile!) 🙂

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