S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York

(Summer of Sam)Locandina

Regia di Spike Lee

con John Leguizamo (Vinny), Mira Sorvino (Dionna), Adrien Brody (Ritchie), Jennifer Esposito (Ruby), Ben Gazzara (Luigi), Anthony LaPaglia (detective Lou Petrocelli), Michael Imperioli (Midnight), Michael Badalucco (David Berkowitz), Michael Rispoli (Joey T), Bebe Neuwirth (Gloria), Al Palagonia (Anthony), Roger Guenveur Smith (detective Atwater), Spike Lee (John Jeffries), Brian Tarantina (Bobby Del Fiore).

PAESEUSA 1999
GENEREDrammatico
DURATA140’

Bronx, estate del ’77. Un serial killer che si fa chiamare “il figlio di Sam” uccide le coppiette che si appartano in luoghi isolati. Nella comunità italo americana dilagano il panico e la paura, a tal punto che i piccoli criminali del quartiere decidono di farsi giustizia da soli…

Giunto al dodicesimo lungometraggio, scritto dagli attori Michael Imperioli e Victor Colicchio, Lee lascia per la prima volta in disparte la comunità afroamericana per concentrarsi su quella italiana. Anche qui, comunque, parla di qualcosa che conosce molto bene. Nonostante il sostrato di indagine poliziesca, è molto più vicino a Fa la cosa giusta che a Clockers: per la struttura corale, per come punta all’affresco d’epoca utilizzando la cronaca come pretesto, per come descrive le tensioni razziali e la paura del diverso. Non è difficile accorgersi perchè Lee abbia accettato di dirigere un film su un serial killer, apparentemente lontano dal suo stile: il ’77 fu l’anno del figlio di Sam, ma anche della vittoria degli Yankees, dell’esplosione del punk (come musica e stile di vita) e dell’avvento della disco music; insomma, un anno fondamentale per la società USA. C’è tutto questo in SOS, ma non solo: Lee mette a nudo le contraddizioni dell’italoamericano medio, cattolico, sesso dipendente e maschilista, con un film che trasuda sangue, sesso, violenza. La sua cifra dominante è il turpiloquio, il suo motore è lo squallore delle vite di piccoli uomini che non sanno prendere in mano il proprio destino. Il regista, ironicamente, si ritaglia il ruolo del giornalista televisivo, continuando quel discorso sui media (che creano il panico e lo sfruttano in ogni modo) che fa ormai parte della sua poetica. Caotico e talvolta ripetitivo, ma potente e allucinato al punto giusto. Merito della fotografia calda e irregolare di Ellen Kuras, ma anche del geniale e forsennato montaggio di Barry Alexander Brown che, in linea con lo stile di Lee, sottolinea “come il cinema, grazie a parallelismi e sincronicità, possa narrare la Storia” (Mereghetti). E il fatto che il film si apra e si chiuda con due messaggi del giornalista Jimmy Breslin, che visse le vicende in prima persona, non fa che confermarlo. In colonna sonora, oltre alle musiche di Terence Blanchard, spiccano i pezzi degli Who (memorabili le sequenze con Baba O’Riley e We won’t get fooled again) e degli ABBA. Nella versione originale, la voce del cane “demoniaco” che ordina a Sam di commettere gli omicidi è di John Turturro. Raro caso di film moderno distribuito su larga scala ad avere il divieto ai minori di 18 anni.

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