Affliction

(Affliction)affliction

Regia di Paul Schrader

con Nick Nolte (Wade Whitehouse), Sissy Spacek (Margie Fogg), James Coburn (Glen Whitehouse), Willem Dafoe (Rolfe Whitehouse), Brigid Tierney (Jill Whitehouse), Holmes Osborne (Gordon LaRiviere), Jim True-Frost (Jack Hewitt), Tim Post (Chick Ward), Christopher Heyerdahl (Frankie Lacoy), Marian Seldes (Alma Pittman).

PAESE: USA 1998
GENERE: Drammatico
DURATA: 114’

In un paesino perennemente innevato del New Hampshire uno sceriffo tormentato e in lotta per l’affidamento della figlia si convince che dietro un banale incidente di caccia si nasconda un complotto politico. Intanto, un lutto famigliare lo porta a fare i conti col padre, alcolizzato violento che gli rese l’infanzia un inferno…

Schrader, regista-autore anomalo, nacque sceneggiatore (suo lo script di Taxi Driver) ma passò presto (1978) dietro la macchina da presa. Tratto dal romanzo Tormenta di Russell Banks, il suo dodicesimo film parte come un giallo alla Fargo (e non solo per l’ambientazione innevata), diventa un thriller psicologico e finisce come una tragedia metafisica. L’indagine poliziesca è un pretesto per raccontare un’America dai padri corrotti o assenti, una nazione che ha perso il senso delle cose e in cui i figli non sono più in grado di scrollarsi di dosso le colpe dei genitori. È un omaggio alle donne, tutte più intelligenti o comunque più leali degli uomini, capaci di soffrire per anni vicino a uomini aggressivi e violenti, “malvagi” per natura. È un apologo sulla vita di provincia, in cui i crimini restano impuniti e l’aria sa di malato. Non a caso, il fratello di Wade si salva perchè è fuggito in città. Schrader filma in maniera elegante, quieta, senza vezzi ne ammiccamenti, ma con un pathos che traghetta i protagonisti negli abissi della propria follia. La voce fuori campo di Rolfe, il fratello “sano”, conferma la regola sui film diretti da sceneggiatori: didattica e didascalica, si affanna a spiegare tutto, come se Schrader avesse paura di non riuscire a evocare e veicolare i messaggi attraverso le sole immagini. Sbagliando, forse per scarsa autostima verso il se stesso regista: l’atmosfera rarefatta infatti, sostenuta dalla fotografia ingrigita di Paul Sarossy e dalle musiche oniriche e minimaliste di Michael Brook, rivela un talento visionario invidiabile e un’ottima capacità – ormai rara nel cinema USA – di trasformare luoghi materiali in luoghi dell’anima. Nella notte della pioggia di Oscar a La vita è bella, soltanto Coburn si beccò l’ambita statuetta. Più dell’ex Pat Garrett, alle prese con un personaggio tutto sommato “facile” nella sua esagerazione, l’avrebbe meritata Nolte, in grado di aderire perfettamente al disfacimento fisico di Wade e di evidenziarne tutte le complesse sfaccettature. Inquietante nel suo laico pessimismo, è un film da riscoprire, così come da riscoprire è l’intera filmografia di Schrader, autore off hollywood ancorato ad un’idea di cinema decisamente fuori moda ma che ha ancora molto da dire.

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