La sparatoria

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Regia di Monte Hellman

con Warren Oates (Willet Gashade), Millie Perkins (La donna), Jack Nicholson (Billy Spear), Will Hutchins (Coley), Charles Eastman (L’uomo con la barba), Guy El Tsosie (L’indiano), Brandon Carroll (Lo sceriffo), B. J. Merholz (Leland Drum), Wally Moon (l’agente).

PAESE: USA 1966
GENERE: Western
DURATA: 82’

Una donna misteriosa assolda due cowboy che la aiutino ad attraversare il deserto per raggiungere un fuggitivo. Ciò che i due non sanno è che sono seguiti a distanza dal perfido Billy Spears, sadico sicario a pagamento…

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Girato in contemporanea con Le colline blu, è un western a basso costo anomalo e misterioso, quasi metafisico nel delineare (tema caro a Hellman) la solitudine umana dettata dall’incomunicabilità (spesso i protagonisti parlano faccia a faccia senza comprendersi). L’inedita dimensione animalista, la struttura da giallo- poliziesco più che da western, l’atmosfera rarefatta e sospesa, ne fanno un film più unico che raro, che non somiglia a nient altro. Basterebbe la magistrale sequenza d’apertura, in bilico tra thriller e horror e pensata rovesciando i canoni del cinema classico hollywoodiano (la mancanza di controcampi per acuire la suspense), per spingere a riscoprire questo oscuro, enigmatico, misterioso western che spesso non viene nemmeno nominato nei libri di storia del cinema. Ingiustamente, perchè è una delle tappe più significative che il genere abbia mai raggiunto, che porta in se i semi del primo pulp (ma si dovranno aspettare ben 30 anni, con l’arrivo di Tarantino, per sentire l’aggettivo) e che guarda con occhio decisamente personale alla storia dell’epopea. Ha per perno un’indagine, ma la risoluzione non è importante. Ciò che conta è la moralità del protagonista (uno strepitoso Oates, al culmine della propria carriera), ultimo baluardo in un mondo marcio in cui i deboli e i buoni sono destinati a soccombere.

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Del western classico rimane l’amicizia virile, qui vista più che altro come la capacità del più forte di aspettare e rispettare il più debole. La strepitosa scena della sepoltura e la già citata dimensione animalista sono la prova che Hellman, come Pechinpah, è un romantico che nega di esserlo. Come Le colline blu, più che Le colline blu, è anti retorico e anti spettacolare ma estremamente poetico. E non manca, cosa che invece era assente nel “gemello”, una venatura di cinica ironia. Ottime le musiche (ma sarebbe più corretto parlare di “rumori”) di Richard Markowitz. La critica non apprezzò il sorprendente, inaspettato finale, senza comprendere che in esso è racchiuso il senso del film e la ragion d’essere delle gesta di Willett. Come spesso accadrà nell’opera di Hellman, più che la meta è importante il viaggio. Un viaggio che, pessimisticamente, sembra sempre di più un vagabondaggio, in cui l’uomo cerca più che altro il se stesso perduto. Alle desolate lande del West, il regista paragona le desolate lande dell’animo umano. Lo script è firmato da Carol Eastman, ma fu pesantemente riveduto dal produttore Roger Corman e dallo stesso Hellman. Da non perdere.

Voto

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