Lei

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Regia di Spike Jonze

con Joaquin Phoenix (Theodore Twombly), Scarlett Johansson (Samantha), Amy Adams (Amy), Rooney Mara (Catherine), Olivia Wilde (Amelia), Chris Pratt (Paul), Portia Doubleday (Isabella), Luka Jones (Mark Lewman), Matt Letscher (Charles), Laura Kai Chen (Tatiana).

PAESE: USA 2013
GENERE: Sentimentale
DURATA: 126’

Nel futuro prossimo venturo, in cui ci sarà una tecnologia che consentirà ad ogni uomo di restare in contatto col proprio personal computer, si innamorano Theodore, uomo solo e introverso che di mestiere scrive lettere d’amore per conto terzi, e Samantha. Lui ha un corpo, lei no: è un sistema operativo, talmente evoluto da (forse) provare sentimenti.

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Quarto film di Jonze, per la prima volta anche sceneggiatore “in solitaria”. I più hanno parlato – giudicandolo in modo parecchio superficiale – di “metafora sugli abomini della tecnologia”: in realtà il discorso sulla spersonalizzazione digitale è a malapena sfiorato, è utilizzato come un pretesto che serve al regista per tessere una personalissima riflessione sulla solitudine umana, sull’incapacità di comunicare, sulla “pigrizia dei sentimenti”. Certo, lo spunto centrale d’influenza dickiana (il computer diventa umano o è solo programmato per sembrare tale?) è particolarmente attuale, ma a Jonze sembra interessare piuttosto lo studio antropologico su un’umanità che cessa di amare perché lo considera troppo faticoso, in una sorta di desolazione esistenziale in cui si acuiscono quattro sensi per perderne uno (il tatto), forse il più importante anche se più complicato da gestire. Samantha non è la compagna perfetta, è soltanto quella – a livello di impegno – più “facile”: quella che possiamo spegnere ogni qualvolta ci vada. Il leitmotiv del film non è la fredda perfezione dei computer: è l’imperfezione (movimentata e un po’ folle ma comunque genuina) degli esseri umani. Raro caso di film ambientato nel futuro in cui ad essere diversi dal presente non sono gli oggetti ma i concetti che regolano la quotidianità.

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Aiutato dalle emozionanti musiche degli Arcade Fire e dalla calda fotografia di Hoyte Van Hoytema, Jonze pennella un futuro colorato e rarefatto con un’atmosfera sospesa e ovattata, in cui il sogno e la realtà hanno lo stesso valore. Con Her la fantascienza cessa di essere uno spazio “fisico” e diventa uno spazio mentale. Perfetta l’interpretazione di Phoenix, ma la scena (nonostante la sua sia una performance esclusivamente sonora) gliela ruba spesso la Johansson. La voce dell’alieno parolacciaro del videogame cui gioca Theo è del regista. La gara di bravura tra il Jonze regista e il Jonze sceneggiatore la vince il primo: nonostante una vena malinconica che raramente si scorge nel cinema odierno, molti dialoghi sono un po’ troppo sfilacciati, mentre gli eccessivi sottofinali dopo un po’ stancano. Parecchie, comunque, le emozioni. IMPORTANTE! Lasciate perdere la versione doppiata, nonostante la bella voce di Micaela Ramazzotti nei panni di Samantha: Lei è un buon film, ma solo Her è un GRAN film.

Voto

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