La donna che visse due volte

(Vertigo)Vertigomovie_restoration

Regia di Alfred Hitchcock

con James Stewart (John “Scottie” Ferguson), Kim Novak (Madeleine Elster/Judy Barton), Barbara Bel Geddes (Marjorie “Midge” Wood), Tom Helmore (Gavin Elster), Henry Jones (il coroner), Raymond Bailey (il medico), Ellen Corby (la proprietaria del McKrittick Hotel), Konstantin Shayne (Pop Leibel).

PAESE: USA 1958
GENERE: Thriller
DURATA: 128′

Ex poliziotto, in preda ai sensi di colpa per la morte di un collega (non riuscì a salvarlo perché bloccato dalle vertigini), accetta di indagare sugli strani comportamenti della moglie di un vecchio amico. Quando lei si butta da un campanile, lui va nuovamente in depressione. Qualche tempo dopo crede di ritrovare la donna in una morettina che fa la commessa…

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Tratto dal romanzo D’entre les morts (1954) di Thomas Narcejac e Pierre Boileau, adattato da Alec Coppel e Samuel A. Taylor, uno degli Hitchcock più noti ma anche uno di quelli più venerati dalla critica, analizzati dagli storici e studiati nelle scuole di cinema. Nel 2012, dopo ben 50 anni, ha scalzato Quarto Potere dal primo posto della classifica dei migliori film di sempre (secondo il British Film Institute). Una delle migliori e più originali love story della storia del cinema, impregnata di dolore, morte, necrofilia. È il film di Hitchcock più allucinato, quello in cui maggiormente si fa fatica a distinguere ciò che è reale e ciò che è sogno, ma anche uno dei suoi più innovativi a livello formale (l’incubo in perfetto stile horror è puro cinema postmoderno) e uno di quelli meno ironici, più seri e mortiferi. Un incubo diurno ambientato in una San Francisco metafisica che pare uscita dai quadri di Hopper. Uno degli Hitch più profondi: c’è il tema del doppio, tanto caro al regista, c’è la rielaborazione del mito di Pigmalione, sia a livello di intreccio (Kim Novak che recita Judy che recita Madeleine che recita Carlotta) che a livello metacinematografico (il regista demiurgo è incarnazione del Pigmalione) e autobiografico (Kim Novak che per volere di Hitch recita Grace Kelly, musa del regista oramai lontana dagli schermi ma da lui ostinatamente ricercata in tutte le sue attrici); c’è un finale devastante e inaspettato che tuttavia è perfettamente ascrivibile allo sguardo squisitamente morale del regista.

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Il film parte molto lento, apparentemente divagante (come accadrà in un altro capolavoro hitchcockiano, Gli uccelli), per poi rivelare nella seconda parte tutto il suo potenziale metaforico. Fino all’ultimo Hitch non sapeva decidersi: rivelare agli spettatori la vera identità di Judy prima che la scoprisse Scottie o lasciare che la scoprissero insieme al protagonista? Alla fine, tra sorpresa e suspense, vinse, come sempre in Hitch, la seconda. Una scelta vincente, perché lo spettatore inizia a patire in attesa che anche Stewart scopra la verità. Pieno di rimandi visivi (il profilo “scorrevole” di Judy/Madeleine è ormai entrato nell’immaginario comune), è un film fondamentale anche a livello tecnico. Si pensi ad esempio allo stratagemma – poi ripreso da migliaia di registi – attraverso il quale Hitch trasmette il senso di vertigini allo spettatore: zoom in avanti, carrellata all’indietro e il gioco è fatto. Il suo tema dominante è la spirale (strepitosi i titoli di testa di Saul Bass, vero e proprio minifilm nel film), richiamato anche dalle vorticose musiche di Bernard Herrmann. Fotografia: Robert Burks. Montaggio: George Tomasini. L’unica cosa che gli si può rimproverare, forse, è un lieve calo di tensione nella seconda parte. Imperdibile.

Voto

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