Schindler’s List – La lista di Schindler

(Schindler’s List)MPW-43800

Regia di Steven Spielberg

con Liam Neeson (Oskar Schindler), Ben Kingsley (Itzhak Stern), Ralph Fiennes (Amon Göth), Caroline Goodall (Emilie Schindler), Embeth Davidtz (Helene Hirsch), Jonathan Sagall (Poldek Pfefferberg), Adi Nitzan (Mila Pfefferbeg), Beatrice Macola (Ingrid), Malgoscha Gebel (Victoria Klonowska), Miri Fabian (Chaia Dessner).

PAESE: USA 1993
GENERE: Drammatico
DURATA: 187’

Cracovia, 1939. Storia vera dell’imprenditore Oskar Schindler apre una fabbrica di pentole e tegami e ci mette a lavorare operai ebrei destinati alla soluzione finale. Prima per convenienza e poi consapevolmente, finirà per salvare la vita a più di mille ebrei…

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Dal romanzo omonimo di Thomas Keneally, adattato da Steven Zaillian, uno dei migliori film in assoluto sul tema dell’olocausto. Anche il più completo ed esaustivo: per la prima volta, un’opera di fiction racconta senza filtri i campi di concentramento. Come si può raccontare qualcosa che, a detta degli stessi testimoni oculari, è praticamente irraccontabile? Spielberg sceglie la via della Storia, quella con la S maiuscola: si ispira alle fotografie, ai filmati, ai documenti d’epoca. Ecco perché il bianco e nero, ecco perché lo stile privo di enfasi che spesso si avvicina al documentario. Ma non si tratta di una sconfitta del cinema di fiction in favore del documentario: moltissime sono le inquadrature fortemente simboliche che raccontano la Storia proprio GRAZIE alla mediazione filmica (l’omicidio dell’architetto ebreo, per esempio, è un esempio perfetto di utilizzo dello spazio interno all’inquadratura in maniera simbolica = sembra un documentario perché manca la musica e mancano i clichè drammatici tipici delle scene di violenza al cinema, ma in realtà dietro c’è un preciso lavoro di simbologie). Spesso accusato di evitare accuratamente sequenze scabrose in nome del politicamente corretto che tanto piace a Hollywood, stavolta Spielberg non si ferma davanti a nulla, e mostra senza filtri la spietata violenza della SS. Come a dire che, quando si tratta di realtà, è giusto mostrarla in ogni sua parte affinché le cose non si ripetano. E infatti il finale, coi veri “ebrei di Schindler” oggi, è assolutamente necessario perchè sottolinea che tutto ciò che si è visto è  dolorosamente vero, e non va dunque dimenticato per nessuna ragione.

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La soluzione visiva della bambina col cappotto rosso (unico tocco di colore insieme a prologo ed epilogo) è una delle più strazianti, evocative, riuscite metafore dell’olocausto di tutti i tempi, ma è anche “una perfetta dimostrazione di come si possano usare gli effetti speciali in modo poetico” (Morandini). In contrapposizione ad un cattivo sadiano talmente malvagio da diventare quasi metafisico, interpretato benissimo da Fiennes, Neeson ci regala l’interpretazione della sua carriera misurandosi con un personaggio difficilissimo, fascinoso e paradossale, buono ma contraddittorio, che salva gli ebrei con qualunque mezzo possibile (ad esempio, corrompere i gerarchi) e continuare ad essere, almeno sulla carta, un membro del partito nazista. Ben sette premi Oscar: film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia (Janusz Kaminski), scenografia, montaggio (Michael Kahn) e colonna sonora  (John Williams). Tutti sacrosanti, ma l’avrebbero meritato forse anche Neeson e Fiennes (battuti, rispettivamente, dal monumentale Hanks di Philadelphia e dal Tommy Lee Jones de Il fuggitivo – sic). Prima di approdare a Spielberg, il progetto passò per le mani di Martin Scorsese, Roman Polanski e Billy Wilder. Gli ultimi due, entrambi ebrei polacchi, avevano visto la shoah da piuttosto vicino. Film immenso, istruttivo senza mai essere didascalico. Da mostrare nelle scuole.

Voto

 

 

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