True Detective – Stagione 2

(True Detective – Season 2)True-Detective-2

Regia di Justin Lin, Janus Metz, Jeremy Podeswa, John Crowley, Miguel Sapochnik, Daniel Attias.

con Colin Farrell (Raymond Velcoro), Rachel McAdams (Antigone Bezzerides), Taylor Kitsch (Paul Woodrugh), Vince Vaughn (Frank Semyon), Kelly Reilly (Jordan Semyon), Afemo Omilami (Holloway), Michael Irby (Elvis Ilinca), David Morse (Eliot Bezzerides), Leven Rambin (Athena Bezzerides), James Frain (Burris), Chris Kerson (Nails), Ritchie Coster (Chessani).

PAESE: USA 2015
GENERE: Noir
DURATA: 60′ (episodio)

A Vinci, sobborgo industriale losangelino in cui governa la corruzione politica e morale, tre agenti si ritrovano ad indagare sulla morte di un ambiguo funzionario comunale: il detective Ray Velcoro, alcolizzato e in lotta per mantenere la custodia di suo figlio; il detective Bezzerides, che ogni giorno ha a che fare col sessismo del dipartimento; l’agente della stradale Woodrugh, ingiustamente accusato di cattiva condotta sessuale con una sciaquetta quando in realtà è un omosessuale represso. Ma la morte del funzionario destabilizza anche l’esistenza di Frank Semyon, un ex gangster che sta tentando di fare affari legalmente e si ritrova con un pugno di mosche…

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Dopo l’incredibile successo di pubblico e critica della prima stagione (autoconclusa, in quanto si tratta di un prodotto “antologico” che ad ogni serie cambia storia e personaggi), lo scrittore Nic Pizzolatto torna a raccontare le indagini dei suoi “veri detective”, stavolta impegnati in un caso di “normale” corruzione (e omicidi, e prostituzione, e droga) nei sobborghi della odierna L. A. La critica (e gran parte del pubblico) ha demolito questa seconda stagione. L’errore, forse, è stato pensare che Pizzolatto avrebbe potuto ricreare la perfezione della prima stagione. Ma quali sono i difetti maggiori che la critica e il pubblico attribuiscono a questa seconda stagione?

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1) “I personaggi sono stereotipati”. Non ci sono due personaggi UNICI, ORIGINALI, MALEDETTI come Cole e Hart, ma non è facile creare continuamente personaggi così. Tutti e cinque i personaggi principali di questa seconda stagione, a ben guardare, SEMBRANO stereotipati, ma non lo sono: Velcoro SEMBRA il solito sbirro corrotto che beve e ha il pugno facile, ma in realtà è corrotto “per riconoscenza” (verso Frank) e violento perché non sa esternare i propri sentimenti in altro modo; Woodrugh SEMBRA il solito sbirro bello e con lo sguardo di ghiaccio, ma in realtà è un omosessuale represso che teme il giudizio altrui; Bezzerides SEMBRA la solita poliziotta “con le palle” che deve sottostare ad un mondo esclusivamente maschile, ma nasconde un retroterra tragico; Frank SEMBRA il solito ex gangster spietato che tenta la via della legalità, ma in realtà si scopre che ha salvato molti borderline ridandogli una chance, e che la sua parola d’onore ha un valore oltre che un peso. Nonostante queste verità dietro l’apparenza, che in qualche modo potrebbero spingere al perdono, nessuno di loro merita una qualche catarsi; ma allo stesso modo nessuno di loro merita un giudizio, perché la loro colpa è in parte dettata da una profonda insicurezza (TUTTI e quattro sono molto insicuri, per motivi diversi ma tutti legati al male tenuto in grembo dalla società).

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2) “Il finale è troppo triste”. Il noir ha sempre raccontato l’ineluttabilità delle cose, siano esse governate da un ipotetico destino che dal caos. È una visione del mondo pessimista ma che, da La fiamma del peccato in poi, ha condrattistinto un genere. Dunque, pretendere che una serie noir come True detective arrivi ad un lieto fine hollywoodiano in cui tutti vivono felici e contenti è quantomeno fuori luogo: se volete baci e abbracci, guardatevi Friends. Pizzolatto ha avuto il coraggio di concepire un affresco che somiglia ad una tragedia elisabettiana, in cui tutti devono morire e in cui il concetto di colpa segna le esistenze dei personaggi. Tragico? Forse si, ma non in maniera assoluta, come dimostra l’ultima, strepitosa inquadratura.

3) “La trama è incomprensibile”. VERO, ma come sopra. Nel noir contano i personaggi e le atmosfere, non la storia. Sul set de Il grande sonno, considerato il capolavoro del genere, Bogart e gli altri interpreti si arrabbiarono con il regista Howard Hawks perché non riuscivano a capire l’intreccio. Può essere considerato un difetto? Sicuramente, ma l’indagine in questo caso non è un FINE, bensì un TRAMITE. Per raccontare le persone. Come nei film con Bogart.

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Questa decostruzione, più oggettiva possibile, dei difetti riscontrati da parte di pubblico e critica, non nega tuttavia l’esistenza di difetti. Anche se forse sono altri:

1) Stile registico convenzionale che diventa di maniera. La prima stagione era tutta diretta da uno stesso regista (Fukunaga) che, oltre ad uno stile personalissimo, era riuscito a dare alla serie una continuità visiva che spesso generava fini simbolismi e suggestive rappresentazioni degli stati d’animo dei protagonisti. L’impressione era quella di “un film di otto ore”. Qui tutto si riduce a delle belle inquadrature delle tantissime arterie stradali che tagliano le affollate città. Molto significative, anche a livello simbolico, ma forse è un po’ poco. Un plauso va comunque al direttore della fotografia Nigel Bluck e al musicista T-Bone Burnett.

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2) Monologhi tirati per le lunghe. Nella prima stagione c’erano gli affascinanti monologhi di Cole che raccontavano le aberrazioni del profondo sud e proponevano una personalissima e interessante visione del mondo. Qui i monologhi e le scene riflessive sono tirati troppo per le lunghe, stavolta senza che ci sia granchè da dire. Sembra quasi che Pizzolatto li inserisca perché deve, perché sa che hanno contribuito a creare il riconoscibilissimo stile della prima stagione e quindi vanno messi. Peccato che se si ha poco da dire, alla fine, l’interesse cala e arriva la noia. In una storia condensata in 8 episodi la noia non può esistere: vuol dire che mancano le idee.

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3) Ambientazione meno fascinosa della prima stagione. Un’operazione molto, molto rischosa, ma spostare l’azione dalla Louisiana alla città di Vinci, immaginaria ma ispirata alla cittadina di Vernon, poteva avere senso all’interno della poetica di Pizzolatto: ovvero, il male in tutti i suoi vestiti possibili. Nella prima stagione si annidava nelle campagne desolate popolate di bifolchi, qui si annida nei salotti del potere. Un’ambientazione evocativa ma più convenzionale, già vista in altre serie, che poteva catturare lo spettatore solo se raccontata con uno stile visivo differente.

4) L’incursione finale surreale. Non siamo soliti spoilerare e, dunque, eviteremo di approfondire questo elemento. Vi basti sapere che ci è piaciuta poco una delle sequenze finali, in cui più che dalle parti di True detective pare di essere finiti in una puntata di Ghost Whisperer.

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In conclusione, tuttavia, questo True Detective rimane un’esperienza assolutamente superiore alla media. I difetti sono molti, alcuni mastodontici, ma se si prende la serie poliziesca “media” (potrebbe essere CSI) e si fa un confronto, non occore essere dei critici per vedere le differenze.

Un plauso al cast in cui svetta, anche a livello fisico (è alto due metri), Vince Vaughn, attore comico per la prima volta alle prese con un ruolo drammatico e sotto molti aspetti negativi. Superbo l’opening accompagnato dalla sinuosa Nevermind di Leonard Cohen.

Dunque, una serie consigliata? Assolutamente.

Voto

 

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