Il caso Spotlight

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Regia di Tom McCarthy

con Mark Ruffalo (Michael Rezendes), Michael Keaton (Walter “Robby” Robertson), Rachel McAdams (Sacha Pfeiffer), Liev Schreiber (Marty Baron), John Slattery (Ben Bradlee Jr.), Stanley Tucci (Mitchell Garabedian), Brian d’Arcy James (Matt Carroll), Jamey Sheridan (Jim Sullivan), Billy Crudup (Eric MacLeish), Paul Guilfoyle (Peter Conley), Len Cariou (cardinale Law).

PAESE: USA 2015
GENERE: Drammatico
DURATA: 128′

È la storia vera di un team di giornalisti del Boston Globe che, nei primi mesi del 2001, scoprì molti casi di pedofilia – e moltissimi tentativi di copertura – all’interno della diocesi cattolica di Boston, retta dal cardinale Law. Il sensazionale reportage vinse il premio Pulitzer nel 2003.

Spotlight-780x439Scritto dal regista con Josh Singer, uno strepitoso inno al giornalismo come missione che riprende quella tradizione d’impegno civile che rese grande il cinema americano degli anni ’70 e che, tolti rari casi, sembrava arrivata al capolinea. È il primo film della storia a raccontare gli abusi del clero non come casi isolati (le cosiddette “mele marce”) ma come un sofisticato sistema criminale di corruzione e insabbiamento contraddistinto da un’omertà condivisa e accettata dall’intera piramide gerarchica, ovvero dal prete di strada fino ad arrivare al cardinale e, in alcuni casi, al papa. Per questa ragione è un film profondamente (e coraggiosamente) anticlericale che riflette sulla Chiesa come cosca di potere millenaria: non c’è catarsi, non c’è la solita, ipocrita consolazione secondo cui la Chiesa è uno strumento di bene che eccezionalmente si perde nel male perchè è fatta di uomini: in Spotlight, la Chiesa È il male. Chi attacca il film dicendo che è “povero di stile” è un po’ troppo abituato a sbavare sui tarantinismi formali di oggi,  o forse si è perso una cinquantina d’anni – diciamo dal 1930 al 1980 – di Storia del Cinema: l’epoca in cui si comprese che il cinema per essere grande non aveva bisogno di avere per forza uno stile urlato, ostentato,  sovreccitato. Certi critici dovrebbero riguardarsi i film di Hawks e di Wilder e finalmente constatare che la “trasparenza formale” non è sinonimo di povertà stilistica, quanto l’abilità di raccontare una storia da un punto di vista preciso che può tranquillamente essere quello del rigore formale.

Spotlight_film_2015Quali sono i grandi film hollywoodiani che ancora oggi idolatriamo e consideriamo classici? Quelli in cui lo stile del regista sembra invisibile. Sembra, ma non lo è. Proprio come in Spotlight, girato quasi tutto in interni e con uno stile sobrio e fortemente anti spettacolare, elegante nei continui, evocativi movimenti di macchina in avanti e indietro sui personaggi, molto cinematografico nell’evitare quasi del tutto il primo piano (i film molto parlati come questo, di solito, ne sono colmi), privo di vere scene madri ma strapieno di bellissimi, piccoli “momenti” simbolici che valgono più di mille parole. Non ci sono effetti speciali, non ci sono scontri fisici, non ci sono nemmeno veri e propri cattivi. Perchè McCarthy sceglie di parlare della (terribile) realtà con un film assolutamente realistico, così come realistiche sono le performance degli (straordinari) attori, i dialoghi, gli sviluppi dell’intreccio. Nonostante un minimalismo essenziale che lavora per sottrazione, è un film senza un attimo di tregua, basato su una suspense crescente da thriller e su un gusto del racconto che parte piano e poi decolla. Robusto, coinvolgente, emozionante. E sconvolgente: il cardinale Lew, dopo i fatti narrati nel film, fu trasferito da Boston a Santa Maria Maggiore a Roma, a due passi dal papa.

spotlightNon una sbavatura retorica o sentimentale, non una scena di troppo, non una forzatura in sede di scrittura, non un personaggio che non sia credibile fino in fondo. Nell’essere un omaggio spassionato al giornalismo, è onesto nell’evidenziarne anche alcuni aspetti negativi: come il fatto che all’inizio i giornalisti siano più interessati a battere i concorrenti piuttosto che al bene delle vittime, o che le liste di preti pedofili fossero in redazione da anni senza che nessuno se ne accorgesse o ci prestasse attenzione. Andando controcorrente rispetto al cinema di oggi, McCarthy dirige i suoi attori con grazia sommessa, ne nasconde l’ego di divi famosi tirando fuori il meglio dalle sfumature. Proprio come fa con questa storia, incredibile quanto dolorosamente vera. Michael Keaton, rinato dopo Birdman, è magnifico. Azzeccato il commento musicale di Howard Shore. Indegno scivolone dei titolisti italiani che l’hanno chiamato “Il caso Spotlight” senza accorgersi che Spotlight è il nome del team dei giornalisti, non del caso su cui indagano. Due Oscar, entrambi assolutamente meritati: miglior film e miglior sceneggiatura originale. Bella vittoria per un film costato “appena” 13 milioni di dollari e prodotto da una piccola casa produttrice, la Open Road Films. Qualcuno, nel recensirlo, ha tirato in ballo Tutti gli uomini del Presidente; lo facciamo anche noi, ma solo per dire che Spotlight è più bello. Sincero, rispettoso, onesto. Imperdibile.

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4 risposte a Il caso Spotlight

  1. Matteo Zucchi ha detto:

    Ottima recensione come sempre. Però vorrei (mi prendo questo privilegio) far riflettere che oggi non ci troviamo nella Hollywood classica ma nella post-modernità.
    Dopo 2-3 anni che seguo il tuo blog ho imparato che sei un classicista, riguardo alla concezione del mezzo-cinema, e che spesso liquidi come vacui virtuosismi la maggior parte delle innovazioni o formalizzazioni, soprattutto se portate avanti da registi “giovani” (vedasi le recensioni a Tarantino e Anderson, per dirne due), ma ciononostante non posso esimermi dal dire che “Spotlight” ha di classico solo la rigidità strutturale e la morale di fondo, non certo l’eleganza e il controllo che, per quanto di certo rari al giorno d’oggi, sono presenti nel cinema di Kaurismäki o Sang-soo, per fare due nomi di maggiore interesse. Più che di “trasparenza formale” io parlerei di “sciatteria televisiva”. Questo pur riconoscendo al film i suoi indiscutibili meriti (soprattutto extra-filmici).
    Come saprai, è recentemente uscito (in sole 9 sale !) un altro film che tratta un argomento affine: “Il club” di Pablo Larrain, Orso d’argento nel 2015. La relazione che sta fra “Spotlight” e quello è la medesima che si potrebbe individuare tra un servizio di Rainews 24 sui migranti e “Fuocoammare” di Rosi.
    Spero di non essere parso troppo supponente.
    Cordialmente, a risentirci.

    • nehovistecose ha detto:

      Caro Paolo,
      grazie per la tua precisa riflessione, che mi fa molto piacere. Amo il cinema classico, è vero, ma non sono un “nemico” del post-moderno, anzi. Potrai vedere che sul blog i film di Anderson e Tarantino hanno sempre voti molto alti, eccezion fatta per gli ultimi due film di Quentin che non mi hanno fatto impazzire. Voti alti che ho dato a moltissimi autori che potremmo definire “post-moderni”. Qualche esempio: Lynch, Gilliam, Inarritu, ma anche gente in bilico tra classicismo e modernità, come Allen o Carpenter. Ciò che non mi piace della post-modernità è che, spessissimo, il virtuosismo stilistico diventa un mezzo per sopperire alla mancanza di idee o di stile. Non liquido mai come “vacuo virtuosismo” qualcosa che è molto innovativo: prendi il caso di Pulp Fiction, uno dei film più innovativi degli ultimi vent’anni, che ha infatti tutto il mio rispetto e quattro “pallini”. Idem per I Tenembaum, Il petroliere (dell’altro Anderson), Bastardi senza gloria. Cosa intendi per innovazioni o formalizzazioni? Ti chiederei di farmi un esempio pratico. Venendo a Spotlight, a mio giudizio la piattezza televisiva è un’altra cosa: è continui primi piani in stile La signora in giallo, è dialoghi banali, è una macchina da presa messa a caso e in fretta, è raccordi del decoupage fatti un tanto al chilo, elementi che in Spotlight mancano totalmente. Howard Hawks e Billy Wilder venivano accusati, soprattutto dalla critica USA, di piattezza televisiva, e questo solo perché non avevano uno stile che disgregasse il racconto, che ne interrompesse la linearità, che cercasse l’immagine “bella” di stampo pittorico. L’errore di oggi, secondo me, è pensare che se un film manca di “belle immagini evocative” (quelle che si vedono nei film di Tarantino, Anderson, ma anche Kubrick ad esempio) è un film dallo stile piattamente televisivo. Come dicevo nella recensione, Spotlight non è un film di grandi scene, ma di piccoli grandi momenti: Mark Ruffalo che vede Tucci parlare con un ennesimo bambino abusato (simbolo di una lotta che non finisce con le indagini del Globe), la McAdams che fa leggere l’articolo alla nonna credente che le chiede un bicchiere d’acqua, le espressioni finali sul volto di Keaton che si sente in colpa. Secondo me il problema è che l’aggettivo “classico” è oramai utilizzato in maniera soggettiva: io nell’utilizzarlo mi rifaccio agli studi di Bazin e, quindi, lo intendo come uno stile trasparente e lineare, in cui il regista è una presenza invisibile ma concreta, in cui si utilizza un montaggio/decoupage fatto di raccordi che ci fanno dimenticare che siamo al cinema. Per quanto riguarda l’eleganza e il controllo, sono forse gli unici due elementi che ci sono nei film di Ford come nei film di Anderson, dunque “fuori” dal dibattito sul cinema classico. Per quanto riguarda la rigidità strutturale, forse non siamo d’accordo sull’etimologia del termine: anche i film di Anderson hanno rigidità strutturale.
      Ti ringrazio per avermi consigliato il film di Larrain, che sicuramente reperirò presto.
      Grazie per il tuo prezioso contributo, il dibattito è sempre ben accetto.
      Un saluto,
      Riccardo

      • Matteo Zucchi ha detto:

        Grazie a te per avermi risposto così celermente (a differenza di me).
        Con formalizzazione io intendo la stabilizzazione di una stile autoriale ben definito che non risulta però “solamente” la somma di vari stilemi ma una precisa codificazione di un modo di vedere e quindi di girare. L’esempio più calzante ritengo sempre sia Tarkovskij, anche se pure Mizoguchi, Tarr e Jancsò mi sembrano ottimi modelli. Trai contemporanei potrei citare (oltre a Tarr) Malick o, con un bel po’ di riserve, Lynch.
        Riguardo all’utilizzo del termine “classico” la penso come te e ritengo che si dovrebbero utilizzare tali definizioni con cognizione di causa e senso. Inoltre io intendo con Bazin (e forse pure sopravvanzandolo parzialmente) il dualismo (con elementi dialettici) “classico-moderno”, più che come categoria storica, come categoria estetica e ho la tendenza a porre enfasi sul versante puramente “filosofico”. Cioè a vedere nel polo classico un’idea di narrazione strettamente lineare, con saldi limiti spaziali e soprattutto temporali, dalla tendenza all’eccezionale/spettacolare, alla completezza dello sviluppo e alla risoluzione delle problematicità nel finale (e soprattutto tutte le conseguenze speculative che se ne possono trarre). Al contrario tendo ad identificare il cinema moderno con l’enfasi sulla temporalità piuttosto che sulla spazialità, l’inserimento di elementi antispettacolari, la frammentazione della narrazione, la maggiore libertà dello sguardo (sia nella ripresa che nella fruizione), la problematicità irresolubile del reale. Di conseguenza non posso che preferire, in base a criteri che ammetto essere speculativi e puramente personali, il modello “moderno”, pur riconoscendo a film di matrice “classica” le loro eventuali positività.
        Detto ciò ci tengo a dire che non si deve pensare io sia un partigiano del cinema “post-moderno”. Tutt’altro. La maggior parte dei registi post-modernisti frequentemente, come tu stesso noti spesso e giustamente segnali, fa ricorso a stilemi e trovate “moderne” in maniera puramente ludica o per ottenere un’efficacia di valore momentaneo, spesso non considerando le motivazioni che avevano spinto i loro predecessori a sviluppare tali innovazioni ma anzi riutilizzandole in un sistema-cinema (quello postmodernista) che tende di sovente a negare la “problematicità moderna” e che, perso nel vortice del citazionismo e del “gioco”, tenta al contempo di riavvicinarsi al polo classico e alla sua semplicità, apportandovi però il proprio stile (vuotamente) decostruito e composito. Questa è una tendenza che noto essersi diffusa soprattutto negli ultimi anni (penso a Iñarritu o a P.T. Anderson, per dirne due) e proprio per questo io considero “The Hateful Eight” proprio come un film di “anti-classicizzazione”, pur con i suoi limiti.
        Se ho glissato su qualche questione che tu ritieni importante o se non sono abbastanza chiaro ti prego di chiedermi pure ulteriori delucidazioni.
        Grazie mille per la pazienza e lo spazio datomi.
        M.Z.

  2. nehovistecose ha detto:

    In linea di massima sono d’accordo col tuo pensiero, a parte forse su Inarritu: se infatti da un lato lo posso trovare autocompiaciuto nello stile, dall’altro mi guardo intorno e non vedo un solo regista che sappia sfruttare il virtuosismo in maniera non gratuita. Vedo molti virtuosismi nel cinema post-moderno, ma alla fatidica domanda “a cosa serve questa bella prova di virtuosismo?” spesso non trovo risposta. Risposta che invece trovo per quanto riguarda Inarritu. Girare Birdman come un solo, lunghissimo piano sequenza è virtuosismo puro, ma non gratuito. “A cosa serve?”, mi chiedo. Serve a rendere impossibile una qualsiasi fuga per lo spettatore, serve a proiettarlo DENTRO senza la possibilità di prendere il fiato, di vedere per un attimo le cose da fuori. Così il virtuosismo acquista un suo perchè. “The hateful eight” è l’ennesimo film di Tarantino in cui egli cita furiosamente se stesso, senza però secondo me riuscire a dire qualcosa di nuovo. Non si può sempre girare Pulp Fiction o Bastardi senza gloria (film che ho amato ma che spesso vedo poco prediletto sia da pubblico che critica), ma a volte ho l’impressione del cane che si morde la coda, si insegue, si insegue ma alla fine è sempre nello stesso posto.
    Grazie per il tuo corposo commento,
    e rinnovo il ringraziamento anche per il tuo tempo speso su questo blog.
    A presto
    R.

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