Lo sguardo esterno #7 – Il ponte delle spie

(Bridge of Spies)

LA POLITICA E LA DIPLOMAZIA INCONTRANO L’UMANITA’

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Regia di Steven Spielberg

Brooklyn, 1957. Rudolph Abel (Mark Rylance) è un mansueto pittore. Una mattina viene arrestato dall’FBI con l’accusa di essere una spia sovietica. Della sua difesa viene incaricato James B. Donovan (un sontuoso Tom Hanks), noto avvocato che si attirerà le antipatie di un’opinione pubblica e una giustizia prevenute nei confronti di Abel.

Ma le tensioni della Guerra Fredda e la crisi degli U-2, in cui un pilota americano verrà catturato in Unione Sovietica e uno studente a Berlino Est, costringeranno Donovan al difficile compito di mediatore in una Berlino in cui i muri, non solo ideologici, si innalzano.

L’ultima opera di Steven Spielberg è un film complicato da descrivere. Badate, con complicato non si intende cervellotico né tantomeno poco riuscito, anzi, complicato perchè lascia una sensazione di contentezza malinconica all’uscita dalla sala. Questo ossimoro lo usiamo perchè la contentezza sta nell’aver visto forse il miglior Steven dell’ultimo decennio, ma lascia un po’ di malinconia per la rappresentazione veritiera di un passato a noi molto vicino e purtroppo, con le emergenze terrorismo e migranti di oggi, molto attuale.

Prima parola chiave. Attualità. Perchè una storia ambientato negli anni ’50 è attuale? Il lato oscuro dell’uomo e tutto ciò che esso porta, odio, tensioni, pregiudizio, insensibilità non hanno tempo. L’Europa di quel periodo era un calderone pronto ad esplodere in qualunque momento e in cui la paura dello straniero dominava.

Seconda parola chiave. Paura. Essa non ha confini né temporali né di nazionalità. Colpisce tutti, indistintamente, dal ricco al povero, e causa chiusura, pregiudizi e posizioni da “partito preso”. Questo avviene a Abel: la giustizia americana ha già deciso il suo futuro in quanto spia, quasi che un processo sia solo una formalità. Un atteggiamento ostile invece tocca a Donovan, il quale rischia di perdere il lavoro, le amicizie e a subire minacce solo perchè, in quanto avvocato, ha fatto un giuramento, che anche il più colpevole fra i colpevoli possa avere un equo processo. E la paura lo accompagnerà anche tra i pericoli della Berlino devastata della fine dei ’50, pericoli sia di natura fisica (una città militarizzata, con il Muro in costruzione) che ideologica, in cui la diplomazia e la politica sono sporche, soggette a ricatti e ad egoismi. Regole del Potere direte voi; ebbene, a queste regole Donovan decide di non sottostare. Se i sovietici rivogliono Abel, non solo devono restituire il pilota americano, ma anche un “danno collaterale” degli eventi, uno studente, statunitense anch’egli, che ha solo avuto la sfortuna di trovarsi dal lato sbagliato della città nel momento sbagliato e che anche la Madre Patria considera una pedina sacrificabile. Ma non per Donovan. Perchè? Perchè qui entra in gioco il vero fattore che muove il mondo, il fattore umano.

Ecco la terza parola chiave. Umanità. Donovan viene spedito allo sbaraglio a fare da mediatore. Giochi di Potere per i Governi, null’altro, ma per l’avvocato diventa una questione tra esseri umani, di persone che si incontrano e discutono per trovare una soluzione, e questa è la sopravvivenza di altri esseri umani, non importa la nazionalità. Questà è la sensazione con cui usciamo dalla sala, umanità. Alla fine è tutta una questione tra Uomini. Le divergenze, grazie alla dialettica, possono essere appianate a prescindere dalla posizione che si ha.

Magistralmente diretto da Spielberg, ha una fantastica fotografia saturata e dagli echi noir del fedelissimo Janusz Kaminski, una colonna sonora ben composta da Thomas Newman (John Williams, storico compositore del regista rinunciò perchè impegnato nel nuovo Star Wars), attori straordinari. Hanks su tutti, ma anche l’Abel di Mark Rylance è davvero toccante nelle sue poche ma emotivissime espressioni. Un messaggio di Pace? Forse, più che altro un invito alla Parola. Resta negli occhi una delle ultime inquadrature, in cui Hanks vede da un treno dei bambini giocosi che saltano un mur(o)etto. Non è una scena citata a caso e dopo la visione del film ne capirete la potenza espressiva.

Thank You Mr. Spielberg.

Voto: 5 su 5

Matteo Merlano

 

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