Il marchese del Grillo

Regia di Mario Monicelliil-marchese-del-grillo

con Alberto Sordi (Onofrio del Grillo/Gasperino), Paolo Stoppa (papa Pio VII), Caroline Berg (Olimpia), Riccardo Billi (l’ebanista Aronne Piperno), Flavio Bucci (Don Bastiano), Giorgio Gobbi (Ricciotto), Marc Porel (capitano Blanchard), Elena Daskowa Valenzano (la marchesa del Grillo), Marina Confalone (Camilla), Cochi Ponzoni (il conte Rambaldo), Pietro Tordi (il conte zio), Angela Campanella (Faustina), Camillo Milli (Segretario di Stato Vaticano).

PAESE: Italia, Francia 1981
GENERE: Commedia
DURATA: 139′

1809. Nella Roma papalina, il marchese Onofrio del Grillo sfida la noia scherzando su tutto e CON tutti: coi popolani che gli chiedono l’elemosina, con gli antipatici e mostruosi parenti aristocratici, addirittura col Papa. Quando i francesi prendono il potere si converte ai principi dell’illuminismo e sogna di trasferirsi a Parigi, ma finirà col riprendere il suo posto tra i sediari pontifici…

Scritto da Bernardino Zapponi, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli e Sordi, uno dei film italiani più apprezzati a cavallo tra ’70 e ’80, riscoperto negli ultimi anni soprattutto dal pubblico giovane che l’ha reso un vero e proprio cult. Una volta tanto, meritatamente. Nonostante sia ambientato duecento anni fa, è un film che parla della società italiana odierna servile e pecorona, sempre pronta a gridare all’emancipazione ma ipocritamente rispettosa dei dettami di madre Chiesa, un saggio sul contrasto tra l’arretratezza dell’Italia pontifica e l’innovazione ideologica della rivoluzione francese. Qualcuno si chiede perché i film di Monicelli siano diventanti, negli anni, così cupi e senza speranza. Semplice: ai tempi dei Soliti ignoti l’italiano medio era un simpatico briccone con l’alibi di vivere in una società crudele, oggi è soltanto un ignorante e meschino stupidone che ha perso di vista il senso delle cose. In pochi altri film è così ben rappresentato il concetto di “popolino”. Personaggio sgradevole ma interessante perché è l’unico ad avere sempre una visione d’insieme, Onofrio del Grillo mette continuamente in discussione un mondo che gli va stretto ma che, per comodità e pigrizia, non condannerà mai. E infatti, nonostante gli scherzi, alla fine torna sempre all’ovile. Non a caso il senso del film – e del personaggio – sta tutto nel modo in cui il marchese svolge la sua mansione di sediario pontificio: qualche volta inciampa sballottando il passeggero, ma è una cosa da niente, e mai ne mina davvero la stabilità.

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Monicelli è abile nel raccontare questo personaggio unico in maniera cangiante: un vero stronzo prima, un simpatico imbroglione poi, per poi denunciarne la desolante vacuità. Almeno due sequenze da antologia: il processo contro l’ebanista ebreo, al termine del quale il marchese fa suonare le campane romane a lutto perché “è morta la giustizia”, e il monologo di Don Bastiano (Bucci) poco prima della ghigliottina. Alla perfetta rappresentazione di un XIX secolo squallido e volgare, sporco e in preda a miasmi di ogni tipo, contribuiscono la notevole fotografia di Sergio D’Offizi, le scenografia di Lorenzo Baraldi, le musiche di Nicola Piovani. Montaggio di Ruggero Mastroianni. La frase più nota del film – il marchese che, rivolgendosi a un branco di disperati, sentenzia “me dispiace, ma io so io e voi nun siete un cazzo” – è presa in prestito dal sonetto Li soprani der monno vecchio (1831) di Giuseppe Gioachino Belli. In un film pensato appositamente per lui, Sordi da spettacolo. La seconda parte perde qualche colpo a livello narrativo e il ritmo si sfilaccia, ma la carica eversiva (e critica) del film non ne risente. Nemmeno oggi. Il marchese Onofrio del Grillo esistette realmente, ma morì prima (1787) degli eventi storici narrati nel film.

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