Memories of Murder

(살인의추억, Salinui Chueok) memories-of-murder

Regia di Bong Joon-ho

con Song Kang-ho (detective Park), Kim Sang-kyung (detective Seo), Kim Roe-ha (detective Cho Yong-koo), Song Jae-ho (sergente Shin Dong-chul), Byeon Hee-bong (sergente Koo), Ko Seo-hie (Kwon Kwi-ok), Park No-shik (Baek Kwang-ho), Park Hae-il (Park Hyeon-gyu), Jeon Mi-seon (Kwok Seol-yung).

PAESE: Corea del Sud, 2003
GENERE: Giallo
DURATA: 130′

Provinca coreana, 1986. Un serial killer fa strage di giovani donne nelle notti di pioggia. Mentre la polizia locale, impreparata e violenta, arranca, da Seul arriva un agente speciale intenzionato ad identificare al più presto il vero assassino…

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Dal romanzo Come and See Me di Kim Kwang-rim, ispirato alla storia – vera – del primo serial killer coreano conosciuto, attivo tra il 1986 e il 1991 a Hwaseong nella pronincia di Gyeonggi. Un piccolo, grande noir che alle atmosfere afose delle metropoli preferisce campi assolati e sterminati e piccoli villaggi che diventano luoghi dell’anima. Lo spettatore occidentale è spaesato dinnanzi alla prima parte farsesca, ma a) si tratta di un elemento tipico del cinema coreano; b) contribuisce ad imbastire quel clima di disagio che si respirava negli anni del regime: ovvero, si viveva nella miseria più totale invidiando il mito americano, si coltivava una sessualità malata e maschilista perché repressa (i dialoghi dei poliziotti sono spesso al limite del turpiloquio), ci si affidava a istituzioni violente (in questo caso si racconta quella poliziesca) che non avevano i mezzi per indagare sugli omicidi perché impegnate a sopprimere con la forza rivolte studentesche e trovare colpevoli di comodo da sbattere in prima pagina. Non solo: in questo quadro clinico di desolante squallore i temi tipici del noir americano – come l’ineluttabilità e il fatalismo – servono a raccontare una società che ha perso totalmente il senso delle cose.

Memories of Murder (8)E in cui gli assassini non sono mostri da riconoscere tramite teorie lombrosiane (quelle che usa Park, convinto di riconoscere un omicida soltanto guardandolo negli occhi) ma persone ordinarie i cui occhi non “dicono” nulla. Ma come si fa a riconoscere il male se porta la faccia che portiamo tutti? Non è che forse il male siamo diventati noi? Nonostante questo pessimismo (e un finale per nulla classico, da confrontare con quello di Zodiac di David Fincher), il film ha avuto un successo stratosferico in patria ed è divenuto un piccolo cult nel resto del mondo. Non manca qualche passo un po’ meccanico, ma il film prende, inquieta, turba, e nella seconda parte i momenti di canto alto sono parecchi. Citiamo almeno l’inseguimento notturno vicino alla fabbrica (terrore puro, da scuola del cinema) e il sottofinale nel tunnel della ferrovia, straziante e lirico insieme. Belle musiche di Iwashiro Taro e magnifica fotografia di Kim Yung-ku. Un gran film.

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