Mulholland Drive

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Regia di David Lynch

con Naomi Watts (Betty), Laura Helena Harring (Rita), Justin Theroux (Adam Kesher), Ann Miller (“Coco” Lenoix), Mark Pellegrino (Joe), Lori Heuring (Lorraine Kesher), Monty Montgomery (il cowboy), Angelo Badalamenti (Luigi Castigliane), Dan Hedaya (Vincenzo Castigliane), Robert Forster (detective McKnight), Brent Briscoe (detective Domgaard), Chad Everett (Jimmy “Woody” Katz).

PAESE: USA, Francia 2001
GENERE: Thriller
DURATA: 146′

Hollywood 2000. In seguito a un incidente stradale su Mulholland Drive, la bruna Rita perde la memoria e si rifugia in una casa apparentemente deserta. Qui incontra la bionda Betty, nipote della proprietaria, a L. A. per provare a fare l’attrice. In un crescendo di situazioni surreali e apparentemente incomprensibili, le due donne cercano di scoprire il segreto dell’identità di Rita.

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E poi strade che si perdono nel buio, atmosfere morbose e sensuali, nani e donne mostruose, tende rosse, mondi paralleli, scatole blu che, aperte, fanno ricominciare la storia da capo; in poche parole, una summa della poetica lynchiana. Quindi, da non perdere. Concepito come episodio pilota di una serie TV che l’ABC ha prima commissionato e poi rifiutato (la trama, secondo i produttori, era troppo “complicata”) e completato nel 2001 grazie all’interessamento (e ai soldi) dei francesi di Studio Canal, il nono film di Lynch è generalmente considerato il suo capolavoro, “quello che resterà”. Difficile pensarla diversamente. Lo spunto è più o meno lo stesso di Strade perdute (1997), ma stavolta l’armonia tra le parti e il tutto è totale, e si finisce per ritrovarsi dentro ad una delle esperienze cinematografiche più originali e conturbanti degli anni 2000. Un (infernale) viaggio nel subconscio umano orchestrato questa volta con una lucidità ammirevole, surreale e grottesco quanto si vuole – c’è addirittura spazio per la farsa tragicomica, come dimostra l’impagabile siparietto del killer sbadato – ma straordinariamente controllato, imperniato su uno stile sempre riconoscibilissimo ma, rispetto al passato, meno prigioniero di se stesso, più libero. Labirintico e geniale, angoscioso e terribile ma anche imbevuto di nerissimo umorismo, è, nella prima ora e mezza, uno strepitoso, enigmatico thriller d’atmosfera alla Twin Peaks in cui anche la suspense è costruita in modo originale e lontano dai cliché: a essere terrificanti non sono i mostri, ma l’attesa di essi, il modo in cui essi vengono in qualche modo annunciati (a questo proposito, davvero inquietanti e riuscite la sequenza dell’uomo sfigurato dietro il fast food e quella, da panico puro, del ritrovamento del cadavere in un residence che pare uscito da Tolkien).

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Velatamente e quasi mai ricordato come tale, è anche uno dei film più feroci verso lo star system hollywoodiano: lasciata in disparte la (apparentemente) sonnacchiosa provincia USA, Lynch approda nella città degli angeli per fare il suo film sul cinema definitivo, un Viale del Tramonto 2.0 che riprende il parallelismo tra cinema/sogno e vita/realtà (strepitosa a riguardo la sequenza al Teatro Silencio, in cui ci viene spiegato che, nel cinema come nella vita, “tutto è registrato”, dunque finto anche quando emozionante) e lo scaraventa in un mondo mostruoso e incomprensibile, in cui anche bene e male sono concetti astratti e in cui la mente umana si rivela in tutta la sua spaventosa potenza. Magnifica per quantità e qualità di toni l’ interpretazione della Watts, ma perfetti anche i contributi tecnici, tutti affidati ad abituali collaboratori del regista: Peter Deming (fotografia), Mary Sweeney (montaggio), Angelo Badalamenti (musiche). Come spesso accade coi film di Lynch, lo scarso successo di pubblico non gli ha impedito di diventare un cult assoluto. Mulholland Drive è una strada che, in novanta minuti, porta dal deserto all’oceano.

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