Bone Tomahawk

(Bone Tomahawk)bonetomahawk1

Regia di S. Craig Zahler

con Kurt Russell (sceriffo Franklin Hunt), Patrick Wilson (Arthur O’Dwyer), Matthew Fox (John Brooder), Richard Jenkins (Signor Chicory “Cicoria”), Lili Simmons (Samantha O’Dwyer), David Arquette (Purvis), Sid Haig (Buddy), Geno Segers (Boar Tusks), Fred Melamed (Clarence), Kathryn Morris (Lorna Hunt), Sean Young (Mrs. Porter), Michael Paré (Wallington), James Tolkan (il pianista).

PAESE: USA 2015
GENERE: Western
DURATA: 133′

La cittadina di Bella Speranza (Bright Hope in originale) è vittima di alcuni rapimenti da parte di una tribù di trogloditi dediti al cannibalismo. Partono, per salvare i concittadini, il vecchio sceriffo con un ancor più vecchio vice, un pistolero misterioso e il marito – zoppo – di una delle rapite. Giunti, non senza difficoltà, all’accampamento nemico, conosceranno un orrore indescrivibile…

Scritto dal regista, alla prima esperienza cinematografica, non è un western-horror e non è un horror-western; è, piuttosto, un western indipendente con un’ultima mezz’ora decisamente horror (per non dire gore, per non dire splatter). Un Le colline hanno gli occhi versione 1890 in cui convivono suggestioni hawksiane (il personaggio di Cicoria e il suo rapporto con lo sceriffo rimandano a Un dollaro d’onore), fordiane (il viaggio per salvare qualcuno, come in Sentieri Selvaggi), revisioniste (gli eroi vecchi e stanchi, gli indiani non per forza cattivi), moderniste (non è mai semplice uccidere un uomo, come ne Gli Spietati). Denso di riferimenti e di riflessioni (soprattutto sul concetto di “selvaggio”), è un film anomalo da qualunque parti lo si guardi. L’idea farebbe pensare all’ennesimo prodotto pulp in stile tarantino/Rodriguez/Roth, e invece Zahler ha il coraggio di adottare uno stile sobrio e mai compiaciuto, ironico ma mai ridanciano, sospeso e volutamente lento, in poche parole pochissimo pulp e molto old school. Nonostante per un’ora e mezza buona non accada praticamente nulla la suspense è perfetta, tangibile, angosciosamente scandita dagli inquietanti richiami gutturali dei trogloditi (che più che indigeni sembrano dei Predators). E alla fine la quasi insostenibile violenza degli ultimi 40′ arriva come un fulmine a ciel sereno, frantumando tutte le certezze dello spettatore e spingendolo a partecipare. Non mancano i luoghi comuni ma sono riscattati dallo stile, dai bei personaggi (non ce n’è uno sfocato), dalle domande che pone. Da vedere, ma lontano dai pasti.

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