I segreti di Brokeback Mountains

(Brokeback Mountain)brokeback_mountain

Regia di Ang Lee

con Heath Ledger (Ennis Del Mar), Jake Gyllenhaal (Jack Twist), Michelle Williams (Alma Beers), Anne Hathaway (Laureen Newsome), Randy Quaid (Joe Aguirre), Linda Cardellini (Cassie Cartwirght), Anna Faris (LaShawn Malone), David Harbour (Randall Malone), Kate Mara (Alma Jr.).

PAESE: USA 2005
GENERE: Sentimentale
DURATA: 134′

Wyoming, 1963. Ennis e Jack sono due giovani uomini ingaggiati per portare un grande gregge di pecore al pascolo sui monti. Isolati dal resto del mondo, si lasciano andare ad una travolgente passione. Finita la stagione tornano a casa (uno in Texas e uno del Wyoming), si sposano con due donne, mettono su famiglia. Quattro anni dopo la scintilla scocca di nuovo. Nell’arco di vent’anni si rivedono diverse volte, ma quando Jack si mostra disposto a mandare all’aria tutto per vivere il loro amore, Ennis, incapace di accettarsi, si allontana…

Dal racconto breve Gente del Wyoming di Annie Proulx, adattato da Larry McMurtry e Diana Ossana, uno dei miglior film del 2005. Sgretola i pregiudizi e rompe parecchi tabù, ma è anche un doloroso ritratto del grigiore della piccola provincia USA che evita qualsiasi giudizio e attinge piuttosto ad una pietas universale che vale per (quasi) tutti i personaggi. Il subentrante Lee, chiamato al posto dei rinunciatari Gus Van Sant (che abbandonò il progetto dopo il rifiuto di Matt Dillon) e Pedro Almodovar (che declinò per il suo travagliato rapporto col mondo hollywoodiano), opta per uno stile essenziale ed asciutto fatto di dialoghi scarni, mirabile senso del paesaggio, inquadrature di ampio respiro che sanno di luoghi dell’anima. Come accade in molti film del regista taiwanese, forte è il tema del ritorno all’innocenza attraverso la natura: non a caso la passione tra Jack ed Ennis esiste solo sui monti, lontano dal pregiudizio ma anche dalle gabbie sociali imposte dalla civiltà. Non ci sono i consueti stereotipi del cinema gay, non c’è provocazione gratuita, addirittura non c’è il racconto dell’omofobia, o almeno non esplicito: il bigottismo sociale è suggerito attraverso le dolorose, obbligate scelte dei protagonisti. L’ultima battuta e l’ultima inquadratura formano uno struggente, meraviglioso poema visivo che lascia il segno. Al risultato finale contribuiscono non poco la preziosa fotografia di Rodrigo Prieto, le struggenti musiche di Gustavo Santaolalla, le interpretazioni dei due protagonisti che, scelti dopo il rifiuto di molti (Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, il già citato Dillon), non sono solo perfetti ma anche parecchio coraggiosi. Negli Stati Uniti, dimostrando che siamo ancora lontani dal totale riconoscimento dei diritti, qualche cinema si è rifiutato di metterlo in cartellone, mentre in Italia è apparso sforbiciato almeno fino al 16 marzo 2009, data in cui, grazie all’intercessione dell’allora direttore di Rai 2 Antonio Marano, venne finalmente trasmesso integralmente. Leone d’Oro a Venezia e tre premi Oscar (regia, sceneggiatura, colonna sonora). Una delle storie d’amore più belle mai raccontate.

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