T2 Trainspotting

(T2 Trainspotting)

trainspotting

Regia di Danny Boyle

con Ewan McGregor (Mark Renton), Ewen Bremner (Spud), Johnny Lee Miller (Simon), Robert Carlyle (Francis Begbie), Anjela Nedyalkova (Veronika Kovach), Kelly Macdonald (Diane), Scot Greenan (Frank Jr.), Pauline Turner (June), James Cosmo (signor Renton), Shirley Henderson (Gail).

PAESE: GB 2017
GENERE: Drammatico
DURATA: 117′

Vent’anni dopo essere fuggito da Edimburgo con una borsa piena di soldi, l’ex tossicodipendente Mark Renton torna a casa. Le cose non sono cambiate più di tanto: Spud non è mai riuscito ad arginare la sua dipendenza, finendo col perdere lavoro e famiglia; Sick Boy, in combutta con la prostituta Veronika, tira a campare filmando ricconi che fanno sesso estremo; Begbie, sempre più violento, riesce a scappare dalla prigione e, una volta saputo del ritorno di Mark, giura tremenda vendetta…

Scritto da John Hodge basandosi sui libri di Irvine Welsh Trainspotting e Porno, è l’attesissimo seguito di un piccolo film che negli anni ’90 divenne il cult di una generazione e, più o meno inconsapevolmente, cambiò il modo di raccontare il mondo della droga al cinema. Chi lo giudica male perché molto diverso dal primo dimentica che a) il mondo è cambiato e b) il cinema è cambiato. Anche Edimburgo sembra cambiata, più pulita ma soltanto perché il vecchio e lo squallido vengono demoliti (il film è pieno di “rovine” ammucchiate). Unico problema: gli indesiderabili, gli Spud per intenderci, dove andranno a vivere? Film funereo, impregnato di morte e amarezza, con un finale se possibile più pessimista del primo: più tutto cambia più tutto rimane uguale, ed è davvero impossibile scrollarsi di dosso il post(acci)o in cui si è nati. Boyle opta per uno stile più classico e lineare alternando momenti poetici e originali (il salvataggio di Spud da parte di Renton) a trovate stilistiche discutibili (il fermo-immagine nel primo serviva a interrompere la narrazione per lasciare spazio ai commenti fuori campo di Renton, qui lo si usa a casaccio e senza alcun motivo). Il problema del film è che mancano le grandi idee – l’unica davvero originale è la redenzione di Spud attraverso la scrittura – e la storia: c’è qualche buon momento (l’intrusione nel club 1690), ma il resto sono più che altro ammiccamenti al primo. Che ci starebbero pure, ma sui quali è dura basare un intero film. Welsh riappare nuovamente nei panni di Mikey, divenuto ricettatore. Come nel primo, fondamentale il montaggio a tempo di musica (stavolta curato da Jon Harris). La mitica Born Slippy degli Underworld è solo accennata: imperdonabile. Un seguito all’altezza solo in parte.

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