Twin Peaks – The Return (Recensione primi 4 episodi)

Twin Peaks è tornato dopo ben 25 anni. Cosa è cambiato? Cosa è rimasto uguale?

Kyle MacLachlan (Dale Cooper) e Sheryl Lee (Laura Palmer)

Il ritorno di Twin Peaks – 18 nuovi episodi girati per la TV via cavo Showtime – è un evento unico per diverse ragioni: innanzitutto, caso unico nella storia della TV, accade che una serie arrivi alla terza stagione ben venticinque anni dopo la seconda, peraltro conclusasi in malo modo e considerata fallimentare addirittura dagli stessi autori; punto due, Lynch e Frost (creatori e deus ex maxhina della serie) ebbero l’accortezza (o forse la sana incoscienza) di girare una scena in cui Laura Palmer, dentro la black lodge, dice a Dale Cooper “ci vediamo tra 25 anni”. Nessuno capì cosa intendeva Laura, ma certo è che, dopo 25 anni esatti e contro qualsiasi previsione, Laura e Cooper si rincontrano. Dopo ben due anni di spasmodica attesa (se volete sapere cos’era Twin Peaks, di cosa parlava, e soprattutto quale fu il suo impatto sull’immaginario comune andate QUI), Showtime ha reso disponibili a maggio 2017 i primi due episodi (presentati anche a Cannes tra gli applausi scroscianti), seguiti a ruota dal terzo e dal quarto. Il quartetto ha un titolo inequivocabile: The Return. Si allude ovviamente al ritorno dell’agente Cooper, da 25 anni imprigionato nella loggia nera.

Miguel Ferrer e David Lynch nei panni degli agenti FBI Rosenfield e Cole

I primi due episodi – praticamente un episodio lungo – sono qualcosa di molto diverso dal Twin Peaks che ricordavamo. I motivi di questo cambiamento sono almeno due: primo, tra la seconda e la terza stagione non sono passati soltanto 25 anni, bensì anche quattro film di Lynch che hanno profondamente mutato lo stile e la poetica dell’autore; se dunque si da per scontato che i grandi narratori compiono percorsi coerenti ma in continuo divenire, sarebbe sciocco pensare che Lynch, nel riprendere i personaggi, si fosse dimenticato – o non avesse tenuto conto – di avere intanto girato una roba unica e straordinaria come Mulholland Drive (ma anche Strade Perdute, suo prologo, e INLAND EMPIRE,  suo epilogo), una pietra miliare che ha in qualche modo ridefinito la sua stessa idea di cinema e di racconto. Punto due: Twin Peaks nel 1990 riscrisse le regole della televisione e suggerì tutta una serie di nuove strade possibili; oggi, venticinque anni dopo, quelle strade sono state percorse in lungo in largo, e dunque forse rifare la serie identica ci avrebbe fatto sentire a casa ma probabilmente non ci avrebbe davvero convinto (anche perché da Lynch ci si aspetta sempre qualcosa di diverso: non c’è un suo film simile ad un altro).

Harry Goaz (Andy), Michael Cera (Wally) e Kimmy Robertson (Lucy)

Ma dove la serie è così diversa? E, soprattutto, lo è per davvero? A vedere i primi due episodi si direbbe di si. Innanzitutto, in The Return 1 e 2 Lynch cancella totalmente il clima camp che rese celebre la serie e spinge sull’acceleratore dell’horror, sulle sequenze inquietanti, disturbanti, terrorizzanti (quella della scatola di vetro fa venire i brividi). Insomma, la serie non sembra più un qualcosa che potrebbe piacere trasversalmente a quasi tutti i tipi di pubblico. Poi, per la prima volta, si esce da Twin Peaks (nella quale resta solo qualche veloce passaggio) e ci si sposta a New York, a Las Vegas, nel Sud Dakota. Come dire, il male è partito da Twin Peaks ma ha contagiato tutta l’America, forse tutto il mondo. Tempo una settimana, scandita da centinaia di frettolosi articoli con titoli tipo “Twin Peaks non è più Twin Peaks“, Lynch ribalta nuovamente le carte in tavola con due episodi – il 3 e il 4 – particolarmente emblematici: se si toglie l’intro del 3, omaggio al surrealismo e al primo se stesso (ricordate Eraserhead?), si torna (fin troppo) prepontemente al clima grottesco e camp delle prime due stagioni, con scene spassose ma anche un po’ prolisse (quella del casinò). (Impagabile invece qella col giovane Wally Brando, interpretato da Michael Cera). L’unica cosa certa, è che per Lynch resta uguale l’idea di un cinema (in questo caso di una televisione, ma siamo sicuri che per lui ci sia ancora qualche differenza?) orgogliosamente fatto di cinema: ogni sequenza ribadisce il potere genuino della visione, ogni suggestione è ottenuta plasmando il fotogramma e agendo sul flusso del racconto piuttosto che sposando l’effetto speciale. Una scelta disutibile è quella di mostrare una violenza efferata che non esisteva nelle prime due stagioni, ma Lynch ha decisamente vinto la sua scommessa: ha rifatto Twin Peaks facendo qualcosa di diverso, è rimasto dov’era ma è andato altrove; proprio come il buon vecchio Dale. Ed è rimasto sempre e comunque un visionario, nel senso letterale e più ampio del termine: un artista capace di visioni personalissime in un tempo in cui sembra essere stato detto tutto. Già solo per questo bisognerebbe volergli bene.

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