Blade Runner 2049

(Blade Runner 2049)

Regia di Denis Villeneuve

con Ryan Gosling (Agente K), Ana De Armas (Joi), Harrison Ford (Rick Deckard), Jared Leto (Neander Wallace), Sylvia Hoeks (Luv), Robin Wright (tenente Joshi), Mackenzie Davis (Mariette), Carla Juri (Ana Stelline), Lennie James (Mister Cotton), Dave Bautista (Sapper Morton), Edward James Olmos (Gaff).

PAESE: USA 2017
GENERE: Fantascienza
DURATA: 163′

Trent’anni dopo i fatti del primo film la Tyrrell Corporation è stata acquisita dalla Wallace Industries, che fa capo al misterioso Neander Wallace e costruisce ora replicanti più obbedienti e servili. Il giovane Blade Runner K, incaricato di ritirare quelli di prima generazione considerati llegali, scopre qualcosa di inquietante che potrebbe cambiare gli equilibri dell’intera società…

Seguito, 35 anni dopo, dell’indimenticabile Blade Runner (1982) di Ridley Scott, film tratto dal racconto Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick. Da una decina d’anni il regista cercava di dare forma all’ambizioso progetto, mentre tutto il mondo cercava di dissuaderlo dal confrontarsi con un capolavoro così unico nel suo genere. Quando alle regia fu annunciato il canadese Villeneuve, ottimo regista con un ottimo stile (“sospeso”, diremmo, come si diceva dello stile di Scott nel 1982) e ottimi film in curriculum (Enemy, Prisoners, Sicario, Arrival) ci siamo sentiti leggermente più tranquilli. Spiace dirlo, ma invano. Intendiamoci: pur lontano dalle innovazioni stilistiche del primo, che non somigliava a nulla che si fosse mai visto prima, il film è certamente appagante a livello visivo, e il merito è tutto di Villeneuve e del grande direttore della fotografia Roger Deakins. Magnifiche le interazioni tra K e la virtuale Joi, magnifiche alcune sequenze notturne, sempre perfetta la composizione dell’inquadratura. Il problema – grosso – è tutto nello script di Hampton Fancher (che scrisse la primissima sceneggiatura del capostipite, poi rielaborata da David Webb Peoples – cui fu attribuita) e Micheal Green. Possibile che in 35 anni non si sia riusciti a partorire nulla di meglio? La storia è scontata, i personaggi non sono quasi mai affascinanti e si fatica a tifare per loro, quelli affascinanti (il Wallace di Leto) sono mal sviluppati, quelli “storici” (Deckard, Gaff) sfruttati poco e male.

La trama avanza poco per sviluppi narrativi e moltissimo coi deus ex machina (per non chiamarli, scusate il francesismo fantozziano, botte di culo), e il finale è così frettoloso e inverosimile che suggerisce un tragico vuoto di idee in sede di scrittura. Gli spunti ci sono ma sono mal sviluppati (la ricerca d’identità, l’importanza dei ricordi, la coscienza artificiale), così come mal sfruttato è il potere simbolico dei luoghi e degli scenari, elemento fondamentale del primo film. L’unica riflessione davvero pregnante (e attuale) è quella sul bisogno umano di avere sempre un diverso da poter soggiogare e rendere schiavo, ma anche in quella direzione la sceneggiatura è carente. Un vero peccato. Ottimo il commento musicale di Hans Zimmer, che rielabora le melodie di Vangelis senza scimmiottarle. Una delusione ancor più cocente perché sulla carta tutto (attori, regista, sceneggiatori, contributi tecnici, capostipite di riferimento) era assolutamente perfetto. Insomma, ancora una volta tocca dar ragione a un noto detto sempre valido quando si parla di cinema: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Soprattutto se questo è il meglio che riesci a partorire. Col film sono usciti tre corti disponibili online che raccontano alcuni eventi intercorsi tra il primo e il secondo film.

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