Ladri di biciclette

Regia di Vittorio De Sica

con Lamberto Maggiorani (Antonio Ricci), Enzo Staiola (Bruno Ricci, suo figlio), Lianella Carell (Maria, sua moglie), Elena Altieri (la signora benefattrice), Gino Saltamerenda (Baiocco), Vittorio Antonucci (Alfredo Catelli, il ladro), Fausto Guerzoni (l’attore della filodrammatica), Michele Sakara (il segretario alla festa di beneficenza), Carlo Jachino (un mendicante).

PAESE: Italia 1948
GENERE: Drammatico
DURATA: 91′

A Roma, nel secondo dopoguerra, il disoccupato Antonio trova lavoro come attacchino. Quando gli rubano la bicicletta, strumento indispensabile per lavorare, va a cercarla per le strade della città in compagnia del figlioletto Bruno…

Da un soggetto di Cesare Zavattini, lontanamente ispirato a un romanzo omonimo (1946) di Luigi Bartolini e adattato da Zavattini, De Sica, Suso Cecchi d’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri e Gherardo Gherardi, uno dei capolavori del neorealismo italiano e, con Umberto D., il punto più alto della carriera di De Sica. Intervistato durante la lavorazione, disse che l’intento era quello di “rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca”. È esattamente ciò che fa: usa la profondità di campo e il piano sequenza per cogliere la realtà nel suo divenire, senza stacchi o artifici; opta per attori non professionisti che si dimostrano più veri e genuini di qualsiasi professionista navigato (Maggiorani era un operaio della Breda di Roma, il piccolo, naturalissimo Staiola – semplicemente STRAORDINARIO – fu notato da De Sica al mercato di Porta Portese); si astiene da qualunque giudizio (come dimostrano il sottofinale dalla santona e il finale, che rileggono al rovescio l’introduzione) e va in cerca di una pietas mai retorica che è lucidità di sguardo. Le ieratiche architetture della grandiosa Roma del passato sono enfatizzate per creare contrasto con le misere condizioni di vita dei romani d’oggi, le apparenti divagazioni (il banco dei pegni, il centro d’accoglienza per i senzatetto) sono in realtà documenti antropologici sulla vita dell’italiano medio durante il secondo dopoguerra.

Film unico per come pennella con grazia il racconto del quotidiano, modernissimo nell’affiancare al protagonista un bambino senza tuttavia mai utilizzare gli stereotipi tipici del cinema con bambini, stereotipi in cui cascarono anche i più grandi (come Chaplin con Il monello). E nel fare quello che oggi chiameremmo del gran metacinema: Antonio che attacca i manifesti di Rita Hayworth racconta il contrasto tra la sua misera vita e quella dei divi del cinema, ma anche la critica di De Sica al cinema che ancora si rifiutava di raccontare la realtà (cosa che lui sceglieva di fare proprio con Ladri di biciclette). Nonostante sia ritenuto uno dei grandi capolavori della storia del cinema all’uscita non piacque né alla politica (le istituzioni non ci facevano per nulla bella figura) né al pubblico (che non capiva come si potesse girare un film intero sul furto di una bicicletta e, soprattutto, vedeva ancora il cinema come momento di svago dopo le brutture della guerra). L’Italia in cerca di rinascita non voleva fare i conti con la miseria. Fu invece apprezzato in America, dove ricevette addirittura un premio Oscar onorario. Film indimenticabile.

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