Il caso Mattei

Regia di Francesco Rosi

con Gian Maria Volontè (Enrico Mattei), Luigi Squarzina (il giornalista liberale), Gianfranco Ombuen (ingegner Ferrari), Edda Ferronao (signora Mattei), Accursio Di Leo (personalità siciliana), Furio Colombo (assistente di Mattei), Peter Baldwin (Mc Hale), Aldo Barberito (Mauro De Mauro), Arrigo Benedetti (sé stesso), Sennucco Benelli (giornalista).

PAESE: Italia 1972
GENERE: Biografico
DURATA: 110′

Il 27 ottobre 1967 un piccolo aereo con a bordo il presidente dell’Eni Enrico Mattei precipita nelle campagne di Bascapè, provincia di Pavia. Nonostante le autorità convergano sull’ipotesi dell’incidente, da subito sono in molti a pensare che si tratti di un attentato. In molti potevano volere la morte di Mattei: dalle cosiddette “sette sorelle” del petrolio alla CIA, fino ad arrivare a membri interni alla stessa ENI.

Liberamente tratto da L’assassinio di Enrico Mattei di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, adattato da Tonino Guerra, Tito Di Stefano e Nerio Minuzzo, uno dei più noti biopic italiani in cui Rosi porta all’estremo il concetto di cinema come inchiesta e, come mai era accaduto e mai accadrà in seguito, mescola con totale disinvoltura fiction, documentario, finto documentario (le ricostruzioni di alcune interviste), arrivando addirittura ad apparire in prima persona quando racconta la storia – vera – del giornalista Mauro De Mauro, da lui contattato per collaborare al film e scomparso in circostante misteriose durante la lavorazione. Per anni il regista si è visto accusato di aver fatto un film su una tesi mai provata, quella dell’attentato: nel 2012, dopo anni di nuove indagini svolte coi più moderni strumenti tecnologici, la Corte d’Assise di Palermo gli ha finalmente dato ragione, decretando che l’aereo di Mattei venne abbattuto deliberatamente. Troppo parlato, a volte un po’ didattico e ingolfato dagli eccessivi tecnicismi, il film sfiora l’agiografia ma non sorvola sui talvolta deprecabili metodi di Mattei, come dimostra il lungo passo del viaggio col giornalista in cui l’imprenditore elude ogni domanda scomoda sfruttando la potenza espressiva delle parole. Coraggiosa la scelta di girarlo senza colonna sonora ma dando grande importanza ai suoni e ai rumori (come quello del motore dell’aereo, presagio di morte che torna in diversi momenti del film). Grande Volontè, molto più esuberante dell’originale ma capace di ricrearne lo spirito. Non è il miglior film di Rosi, ma certamente è uno dei più rappresentativi della sua poetica. Ex aequo a Cannes con La classe operaia va in paradiso di Petri.

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