Gatto nero, gatto bianco

(Crna mačka, beli mačor)

Regia di Emir Kusturica

con Bajram Serverzdan (Matko Destanov), Srdan Todorovic (Dadan Karambolo), Branka Katic (Ida), Florijan Ajdini (Zare Destanov), Ljubica Adzovic (nonna Sujka), Zabit Memedov (Zarije Destanov), Sabri Sulejmani (Grga Pitic), Jasar Destani (Grga Veliki), Salija Ibraimova (Afrodita), Adnan Bekir (Grga Mali).

PAESE: Jugoslavia, Francia, Germania 1998
GENERE: Grottesco
DURATA: 120′

Confine serbo-bulgaro. Per saldare un debito col il magnate delle discariche Grga Pitic, l’inetto Matko chiede aiuto al piccolo gangster Dadan, che accetta di aiutarlo solo se suo figlio Zare convolerà a nozze con la sorella di Dadan, Afrodita, donnina piccolissima che però non ha nessuna intenzione di sposare un uomo che non ama…

Sesto film di Kusturica, che l’ha scritto col fidato Gordan Mihic. Con spirito dissacrante e piede sull’acceleratore del grottesco, racconta l’edonismo di un popolo (quello dei gitani) che, nonostante possegga poco o nulla, pratica l’allegria come stile di vita: l’importante è fare festa e fare gruppo, magari sognando il mito USA (il padrino Grga guarda e cita continuamente il finale di Casablanca) ma restando sempre e comunque legati alle proprie tradizioni. Nel raccontare questo “mondo fuori dal mondo” Kusturica dipinge un affresco in cui la storia conta meno dei personaggi e i personaggi meno dell’ambientazione: tutto è kitsch, esagerato, sovreccitato, ma anche irresistibilmente colorato e spontaneo. La seconda parte – basata su un inarrestabile crescendo di gag in stile Hollywood Party – è probabilmente la migliore, così stralunata e folle da approdare ad un improbabile lieto fine in cui, senza spiegazioni apparenti, i morti tornano in vita e tutto finisce per il meglio (anche se, va detto, esiste una leggenda gitana che narra che i morti non debitamente onorati possano tornare in vita per vendicarsi). Lo spettatore occidentalizzato può trovarsi inizialmente spaesato dinnanzi a un umorismo così particolare, ma una volta entrati nel mood ci si diverte parecchio. Notevoli le musiche di Brynley Cadman e Dejan Sparavalo e funzionale la fotografia spericolata del francese Thierry Arbogast. Cameo di Miki Manojlovic nei panni di un sacerdote. Il titolo originale significa letteralmente “gatta nera, gattone bianco”. Leone d’Argento al Festival di Venezia.

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