Nashville

(Nashville)

Regia di Robert Altman

con Barbara Baxley (Lady Pearl), Ned Beatty (Delbert Reese), Karen Black (Connie White), Ronee Blakley (Barbara Jean), Timothy Brown (Tommy Brown), Keith Carradine (Tom Frank), Geraldine Chaplin (Opal), Shelley Duvall (Martha), Allen Garfield (Barnett), Henry Gibson (Haven Hamilton), Scott Glenn (Glenn Kelly), Jeff Goldblum (l’uomo sul triciclo), David Hayward (Kenny Fraiser), Barbara Harris (Albuquerque), Michael Murphy (John Triplette), Dave Peel (Bud Hamilton), Lily Tomlin (Linnea Reese), Gwen Welles (Sueleen Gay), Keenan Wynn (Mr. Green).

PAESE: USA 1975
GENERE: Musicale
DURATA: 159′

Nashville, Tennessee. Durante i cinque giorni di un festival di musica country si intersecano le vicende di diversi personaggi: una celebre cantante (Blakley), appena uscita dall’ospedale, tenta di tornare ad esibirsi tra mille difficoltà; un agente (Beatty) aiuta un faccendiere (Murphy) a rastrellare artisti disposti ad appoggiare un politico qualunquista; un giovane e promettente musicista (Carradine) cambia amanti continuamente stando più nel letto che sul palco; intorno a loro saltimbanchi, giornaliste, divi di Hollywood (Elliott Gould e Julie Christie, nel ruolo di loro stessi), aspiranti cantanti destinati all’oblio ma disposti a tutto per avere dieci minuti di successo. L’epilogo tragico non sembra scuotere troppo le coscienze: il pubblico si mette a cantare It don’t worry me, “non mi preoccupa”.

Scritto da Joan Tewkesbury, “uno dei più importanti film americani degli anni ’70” (Morandini), spartiacque della New Hollywood e summa stilistica e poetica del cinema di Altman. Con una struttura corale che ha fatto scuola (più di trenta personaggi, nessun vero protagonista), spirito satirico e un lucido pessimismo di fondo, il film rappresenta ancora oggi uno dei più riusciti, dissacranti, potenti affreschi sulla società USA fatta di carrierismo selvaggio, esibito servilismo verso il potere, spasmodica ossessione per il successo. Parla di musica (più di venti canzoni) per parlare di politica, religione, morte. Come il precedente Il lungo addio, fotografa un mondo in stato confusionale che ha perso ogni contatto con la realtà e ha dimenticato quasi completamente sentimenti come la coesione, la solidarietà, l’altruismo disinteressato. Tutti sembrano pensare soltanto a loro stessi, e i pochi a vederla ancora diversamente (come lo struggente Mr. Green di Wynn) sono destinati ad una sconfitta che è tanto sociale quanto esistenziale. Il finale al Partenone di Nashville (ebbene si, esiste) – in cui, dopo la sparatoria, la cantantucola Albuquerque sprona il pubblico a cantare It don’t worry me, “non mi preoccupa” – è la rappresentazione per immagini di un funerale: il sogno americano è a tutti gli effetti diventato un incubo.

Ma il film è un capolavoro anche a livello stilistico: grande maestria nel coordinare i tantissimi personaggi e le tantissime linee narrative, facendole combaciare in maniera naturale e mai meccanica (magnifico a riguardo il montaggio di Dennis M. Hill e Sidney Levin); minuziosa cura nella scrittura dei personaggi, simbolici senza mai cadere nella caricatura; uso virtuoso e metaforico dell’overlapping (più dialoghi sovrapposti) per accrescere il clima di confusione (che porta immancabilmente ad un’incapacità diffusa di comunicare); straordinaria capacità di arrivare a riflettere sui massimi sistemi sfruttando esclusivamente il potere del racconto. Oltre alla Christie e a Gould, compare nel ruolo di sé stesso il celebre violinista Vassar Clements. Il brano I’m easy, eseguito da Keith Carradine, vinse il premio Oscar per la miglior canzone. Fortunatamente, il film non fu mai doppiato in italiano e arrivò in sala soltanto in lingua originale sottotitolato; sfortunatamente, non ne esiste una versione DVD o Blu-Ray pensata per il nostro mercato. Attenzione alla copia che ogni tanto gira in TV: si tratta di una terribile versione in cui il magnifico formato originale (2,35:1) è riversato in un atroce 4:3. Film imperdibile.

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