C’è tempo

Regia di Walter Veltroni

con Stefano Fresi (Stefano Orsoni), Giovanni Fuoco (Giovanni), Simona Molinari (Simona), Francesca Zezza (Francesca), Anna Billò (giudice), Laura Efrikian (mamma di Stefano), Jean-Pierre Léaud (sé stesso), Teresa Federico (Michela), Silvia Gallerano (Luciana), Sergio Pierattini (direttore della banca), Max Tortora (Carabiniere).

PAESE: Italia 2019
GENERE: Commedia
DURATA: 107′

Stefano, che di mestiere fa l’osservatore di arcobaleni, scopre di avere un fratellastro di tredici anni di cui deve occuparsi. Spinto dalla moglie, cui fa gola l’ingente cifra prevista per l’affido, parte dal Piemonte per andare a Roma a prenderlo. Durante il viaggio di ritorno verranno fuori le molte differenze tra i due (povero e fanfarone l’adulto, ricco e assai acculturato il bambino), ma anche parecchi punti di contatto che forse faranno cambiare a Stefano, inizialmente intenzionato a portare Giovanni in un collegio…

Dopo diversi documentari (tra i quali l’ottimo Quando c’era Berlinguer, del 2014), Veltroni esordisce nel cinema di fiction adattando con Doriana Leondeff un suo stesso soggetto dal vago sapore autobiografico. Le intenzioni sono buone e non manca qualche spunto divertente (la lite col banchiere, l’incontro con gli albergatori cinesi), ma in generale il film è parecchio stucchevole, indeciso se stare su un insopportabile umorismo da barzelletta (la scena con il Carabiniere di Tortora) o se puntare sulla riflessione filosofica spicciola (il pallone che non ricade). Il regista punta a raccontare il suo amore per il cinema, ma per farlo si limita a citare a caso i classici (I 400 colpi, Novecento, il cinema di Scola) e a scomodare luoghi e mostri sacri (la tappa nel cascinale in cui fu girato il film di Bertolucci, il cameo di Léaud, protagonista del film di Truffaut), il tutto senza mai andare davvero in profondità. Una fiaba, certo, ma anche le fiabe devono tenere conto della verosimiglianza: qui invece è tutto prevedibile, tutto studiato a tavolino per fare andare magicamente a posto i pezzi del puzzle. Bella prova di Fresi e del giovane Fuoco e ottimo esordio cinematografico della cantante jazz Simona Molinari. Tutti e tre, comunque, sono malserviti dalla sceneggiatura, didascalica fino alla nausea: invece di suggerire, dice. Troppo. In colonna sonora spunta la mitica Stella Stai di Umberto Tozzi.

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