Volver – Tornare

(Volver)

Regia di Pedro Almodovar

con Pénelope Cruz (Raimunda), Carmen Maura (Irene), Lola Duenas (Soledad), Blanca Portillo (Augustina), Yohana Cobo (Paula), Chus Lampreave (zia Paula), Antonio de la Torre (Paco), Carlos Blanco (Emilio), Maria Isabel Diaz (Regina), Neus Sanz (Inés).

PAESE: Spagna 2006
GENERE: Drammatico
DURATA: 121′

Raimunda e Soledad sono due sorelle poco più che trentenni che hanno perso i genitori in un incendio quattro anni prima. Due eventi inaspettati scuotono la loro quotidianità: la prima si ritrova a dover far sparire il cadavere del marito, ucciso dalla figlia quattordicenne per difendersi da un abuso, la seconda, di ritorno dal paesino d’origine dopo il funerale di una zia, accoglie in casa il fantasma (?) della madre, tornata per recuperare il rapporto con le due figlie…

Il diciassettesimo film di Almodovar è uno dei suoi più complessi e maturi, probabile punto d’arrivo di un discorso “al femminile” cominciato con Tutto su mia madre (1999). La premessa da black comedy non è che il pretesto per un ennesimo inno alla superiorità delle donne e alla loro sorellanza, intesa come la capacità disinteressata di solidarizzare dinnanzi ai problemi che presenta la vita, senza mai poter contare sull’aiuto degli uomini. Anche se forse è meglio così, visto che sono tutti o assenti o malvagi, e spesso (quasi sempre) responsabili dei problemi di cui sopra. A partire dai titoli di testa, svelati con una magistrale carrellata verso destra (quindi con le parole che appaiono dal fondo invece che dall’inizio), il film riflette sul passato – cui allude anche il volver = tornare del titolo – e sull’importanza che riveste nella comprensione del presente. Lo fa con una meravigliosa narrazione a ritroso in cui prima ci vengono presentati i personaggi con le loro peculiarità e solo dopo, alla fine, ci viene spiegato perché sono come sono. Idem per il registro fantas(ma)tico, lasciato volutamente ambiguo per tutto il tempo e risolto solamente verso la fine. In perfetto equilibrio tra realismo e grottesco (i tentativi di Raimunda di pulire e far sparire il cadavere del marito, i discorsi delle clienti di Soledad su Irene, spacciata per russa), con una rivelazione finale potentissima e lacerante, è uno di quei film “felici” in cui tutto funziona. Nonostante v’incomba la morte in tutte le sue forme (vi si narrano tre omicidi, tutti e tre irrisolti, più una morte di vecchiaia all’inizio e una imminente, di tumore, nel finale), è un film sulla vita. E che, nonostante il dolore che racconta, sprigiona una vitalità che apre il cuore. Attrici semplicemente meravigliose e grandissima fotografia – anch’essa colorata e vitale – di José Luis Alcaine. Musiche di Alberto Iglesias con la cantante di flamenco Estrella Morente. A Cannes due premi importanti: miglior sceneggiatura (al regista) e miglior interpretazione femminile, per la prima volta attribuito non ad un’attrice ma ad un gruppo di attrici (Cruz, Maura, Duenas, Portillo, Cobo, Lampreave). Da vedere.

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