Vita privata di Sherlock Holmes

(The Private Life of Sherlock Holmes)

Regia di Billy Wilder

con Robert Stephens (Sherlock Holmes), Colin Blakely (John Watson), Geneviève Page (Gabrielle Valladon), Christopher Lee (Mycroft Holmes), Irene Handl (Mrs. Hudson), Clive Revill (Rogozhin), Tamara Tumanova (Petrova), Stanley Holloway (capo becchino), Mollie Maureen (Regina Vittoria).

PAESE: Gran Bretagna 1970
GENERE: Giallo
DURATA: 125′

In un vecchio baule vengono ritrovati alcuni appunti del dottor Watson, mai pubblicati e riguardanti per lo più le (dis)avventure di Holmes col gentilsesso. Come quella volta in cui, dopo aver declinato l’offerta di matrimonio di una ballerina del balletto russo fingendosi omosessuale (e fidanzato proprio con Watson, con grande disappunto di quest’ultimo), Holmes si ritrovò per casa una bella smemorata che finì per trascinarlo in un complotto spionistico nel quale era coinvolto anche suo fratello Mycroft…

Chi pensa che quella di Guy Ritchie del 2009 sia la versione del personaggio più distante dalla mitologia cinematografica “classica” non ha probabilmente mai visto quella di Wilder, ispirata ai personaggi di Conan Doyle ma basata su una storia originale scritta dal regista col fidato I.A.L. Diamond. Pur lasciando che lo spirito della commedia brillante irrompa nelle strutture del giallo (soprattutto nel personaggio di Watson), il film è uno dei meno allegri e più funerei del regista, crepuscolare e malinconico come il suo protagonista, addirittura privo di qualsiasi catarsi o vittoria finale. E decadente, nel senso di incline al decadentismo: sia nella costruzione del personaggio principale che negli spunti storici (i servizi segreti britannici stanno lavorando per fermare un eventuale guerra coi tedeschi) si scorge infatti un diffuso sentimento di precarietà, che anticipa un imminente nuovo capitolo della storia europea (il film è ambientato appena quindici anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale). Alcuni lo considerano un film poco wilderiano, se non altro per l’ambientazione inedita e per la scelta di misurarsi con un personaggio scritto da altri, ma se si scava in profondità è facile accorgersi che umanizzando e smitizzando il personaggio di Holmes (per la prima volta in un film si fa esplicito riferimento all’uso di cocaina e ad una sua presunta omosessualità) il regista scelga ancora una volta di riflettere sulla solitudine umana, tema ricorrente che attraversa tutta la sua filmografia. Comincia con uno dei pezzi più esilaranti di tutto il cinema di Wilder (la proposta di matrimonio) e finisce con uno dei più amari e silenziosi. Stephens, tra i pochissimi interpreti di Holmes ad averlo portato in scena soltanto una volta, dà al personaggio una credibilità e uno spessore psicologico rari, proiettandovi, forse, più d’un elemento autobiografico (durante la lavorazione del film l’attore, ai tempi sposato con Maggie Smith, tentò il suicidio). Ottima prova anche del sottovalutato Blakely. Inizialmente il film durava quasi tre ore, ma dopo le prime disastrose proiezioni il regista – che comunque dichiarò sempre di amarlo molto – fu costretto a ridurlo alla durata attuale. Dalla sceneggiatura del film venne tratto un omonimo romanzo scritto da Michael e Mollie Hardwick.

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