I figli degli uomini

(Children of Men)

Regia di Alfonso Cuaron

con Clive Owen (Theolonius Faron), Claire-Hope Ashitey (Kee), Michael Caine (Jasper Palmer), Julianne Moore (Julian Taylor), Chiwetel Ejiofor (Luke), Charlie Hunnam (Patric), Pam Ferris (Miriam), Peter Mullan (Syd), Danny Huston (Nigel), Oana Pellea (Marichka).

PAESE: Gran Bretagna, USA 2006
GENERE: Fantascienza
DURATA: 109′

2027. Gli abitanti della Terra sono destinati all’estinzione perché da 18 anni non nascono più bambini. In una Londra in preda alla miseria e alla disperazione, il cinico Theo accetta suo malgrado di scortare verso un porto sicuro una giovane di colore miracolosamente incinta.

Dal romanzo della britannica P.D. James (1920 – 2014), adattato dal messicano Cuaron con David Arata, Timothy J. Sexton, Mark Fergus e Hawk Otsby, un film di fantascienza (o d’anticipazione?) distopica che affronta con lucidità parecchi temi caldi: l’invecchiamento demografico mondiale, il potere negativo dei media, la disattenzione delle istituzioni verso l’ambiente, l’odio verso gli immigrati fomentato dai governi per limitare le libertà individuali. Non solo. In maniera intelligente e mai stucchevole proietta il tema religioso della natività nel doloroso e laico viaggio di un’immigrata verso una capanna sicura in cui partorire un bimbo che, a conti fatti, rappresenta l’unica speranza per il mondo. Cuaron opta per uno stile mirabolante in cui la macchina da presa – sempre e soltanto portata a mano – si lancia in vorticosi piani sequenza che ci proiettano direttamente DENTRO l’azione (memorabile, a questo proposito, la fotografia del grande Emmanuel Lubezki). Una scelta che porta al film un efficace tono semi documentaristico che rifiuta le logiche dell’azione hollywoodiana e fa venire in mente le riprese inerenti alle guerre occidentali in medio oriente. Terribile la parte ambientata in campi profughi che ricordano da vicino i lager nazisti. Memorabile Owen nei panni di un antieroe ruvido e realistico che protegge una donna incinta di un figlio non suo (come San Giuseppe) ed è stranamente amato dagli animali (come San Francesco). Colonna sonora azzeccata che mescola musica classica e rock classico (si ascoltano, tra le altre, The Court of the Crimson King dei King Crimson, Ruby Tuesday dei Rolling Stones cantata da Franco Battiato e Bring on the Lucie – Freeda People  di John Lennon. Coinvolgente, emozionante, da vedere.

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Il principe delle donne

(Boomerang)36630

Regia di Reginald Hudlin

con Eddie Murphy (Marcus Graham), Robin Givens (Jacqueline Broyer), Halle Berry (Angela Lewis), David Alan Grier (Gerard Jackson), Martin Lawrence (Tyler), Grace Jones (Helen Strangé), Geoffrey Holder (Nelson), Eartha Kitt (Lady Eloise), Chris Rock (Bone T), Tisha Campbell-Martin (Yvonne).

PAESE: USA 1992
GENERE: Commedia sentimentale
DURATA:107′

Pubblicitario di successo e scapolo impenitente, Marcus Greene cambia donne come cambia le camicie. Quando perde la testa per la sua nuova e molto sexy datrice di lavoro, si ritrova dall’altra parte, ovvero innamorato e col cuore spezzato. La batosta lo aiuterà a capire quali sono le cose che contano?

Scritto da Barry W. Blaustein e David Sheffield, da un’idea dello stesso Murphy, è una commedia all black ambientata negli ambienti (raramente raccontati) della borghesia nera che vorrebbe denunciare carrierismo e misoginia ma è solo patetica. E, ben più grave, impregnata di quello stesso maschilismo che vorrebbe criticare. Volgarità gratuita scambiata per trasgressione, tremendo stile patinato che indugia su corpi lucidi e oliati da spot pubblicitario, comicità stantia. E che dire della comparsata di Grace Jones nei panni della perfida Strangé? Atroce. Murphy gigioneggia senza freni ma fa l’errore di prendersi tremendamente sul serio. Da perdere con ostinazione.

Voto

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Easy – Un viaggio facile facile

Regia di Andrea Magnani

con Nicola Nocella (Isidoro detto Isi), Libero De Rienzo (Filo), Barbara Bouchet (Della), e con attori ucraini non professionisti.

PAESE: Italia, Ucraina 2017
GENERE: Commedia
DURATA: 91′

Ex campione di Go-Kart, ora obeso e depresso, il mite Isidoro detto Isi è convinto dal fratello Filo a portare dal Friuli al confine Ucraino la bara di un operaio morto in un cantiere. Quando gli rubano il carro funebre – lasciandogli però la bara – il viaggio di Isi, che non capisce una parola di cirillico, diventa una tragicomica odissea…

Scritta dal regista esordiente, una piccol(issim)a coproduzione italo-ucraina passato piuttosto inosservata nelle sale. Un vero peccato. Magnani si distanzia parecchio dalle commedie on the road italiche e punta ad una comicità minimalista ed essenziale che ricorda il surrealismo di Jarmusch e Kaurismaki; minimalista ed essenziale come la regia, che sfrutta il formato panoramico per raccontare la solitudine di Isi in un paese straniero desolato e deserto, e come la grandissima prova di Nocella (premiato come miglior attore a Locarno). Pur elementare nel messaggio – Isi porta finalmente a termine qualcosa e, nello scoprire il cuore profondo dell’Ucraina, scopre sé stesso – resta un piccolo, riuscito gioiellino con ottime gag e ottime battute, sorprendente galleria di personaggi e uno stile lento ma originale e talvolta poetico. Spesso Magnani sembra indeciso su dove andare a parare, ma in fin dei conti è lo stesso stato d’animo in cui spesso si trova l’irresistibile protagonista. Da vedere.

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La forma dell’acqua – The Shape of Water

(The Shape of Water)

Regia di Guillermo Del Toro

con Sally Hawkins (Elisa Esposito), Michael Shannon (Strickland), Richard Jenkins (Giles), Octavia Spencer (Zelda Fuller), Doug Jones (la creatura), Michael Stuhlbarg (Dottor Hoffstetler), Nick Searcy (generale Hoyt), David Hewlett (Fleming), Lauren Lee Smith (Elaine Strickland).

PAESE: USA 2017
GENERE: Fantastico
DURATA: 123′

Baltimora, 1962. La muta Elisa lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo in cui si sperimentano armi da utilizzare contro i russi. I suoi unici amici sono la collega di colore Zelda e il pittore gay Giles, coi quali condivide una vita di emarginazione. Un giorno al laboratorio giunge, prigioniera e sorvegliata dal cattivissimo Strickland, una creatura anfibia dall’aspetto umanoide. Attraverso il linguaggio dei segni Elisa instaura un rapporto con essa, ma dall’alto arriva l’ordine di sopprimerla per vivisezionarla…

Scritta da Del Toro con Vanessa Taylor, una delicata favola d’amore in bilico tra suggestioni steampunk e Il favoloso mondo di Amèlie che riflette, in maniera tenera e sincera, sul tema della diversità tanto caro al regista. I mostri, gli emarginati, i perdenti sono i buoni, mentre i cosiddetti normali – in questo caso i WASP come Strickland – sono tutti o stupidi o cattivi, entrambi comunque senza alcuna speranza di redenzione. È anche un film sul cinema come fuga dallo squallore del reale: l’appartamento di Elisa si trova sopra ad una sala, lei e Giles passano il tempo guardando vecchi film, il design della creatura si ispira a quello dei vecchi mostri Universal (Il mostro della laguna nera su tutti). Se si escludono il sogno/musical e il finale il film ha un andamento tutto sommato convenzionale, e la suddivisione dei personaggi è abbastanza manichea (i cattivi tutti molto cattivi, i buoni tutti molto buoni), ma il film è davvero magico e pieno di pathos, molto accurato sia sul versante sentimentale (l’incontro tra due mondi è raccontato con gioiosa dolcezza e affrontando, una volta tanto, anche la dimensione sessuale) che su quello della satira politica. Molte trovate che in mano ad altri avrebbero potuto scivolare nel ridicolo involontario diventano, grazie al talento visivo di Del Toro, pennellate poetiche e particolarmente riuscite. La pellicola non è esente dal paradosso tipico del cinema del regista – che da un lato si conferma orgogliosamente artigianale (la creatura è creata applicando trucchi “veri” sul corpo del mimo Doug Jones), dall’altro tende a ritoccare ogni singola inquadratura con l’ausilio del digitale (si vede molto nelle scenografie, nei fondali e nelle luci) – ma il film è decisamente riuscito. Futile invece criticarne la componente splatter: può piacere o non piacere, ma è un qualcosa da sempre presente nel cinema di Del Toro. Leone d’Oro al miglior film al festival di Venezia e, a fronte di tredici candidature, quattro premi Oscar “maggiori” (film, regia, scenografia a Paul Austerberry e colonna sonora ad Alexandre Desplat). In un cast azzeccato e diretto benissimo spicca la straordinaria prova muta della Hawkins. Da vedere.

 

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Ocean’s – Trilogia

Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco

(Ocean’s Eleven)oceans-eleven

Regia di Steven Soderbergh

con George Clooney (Danny Ocean), Brad Pitt (Rusty Ryan), Andy Garcia (Terry Benedict), Julia Roberts (Tess), Matt Damon (Linus Caldwell), Elliott Gould (Reuben Tishkoff), Casey Affleck (Virgil Malloy), Scott Caan (Turk Malloy), Bernie Mac (Frank Catton), Don Cheadle (Basher), Carl Reiner (Saul), Shaobo Qin (Yen), Eddie Jemison (Livingston Dell).

PAESE: USA, Australia 2001
GENERE: Commedia
DURATA: 110′

Appena uscito di prigione, il ladro Danny Ocean mette insieme un gruppo di (apparentemente) scalcinati criminali con l’intenzione di svaligiare non uno ma tre casinò di Las Vegas appartenenti a Terry Benedict, che oltre ad essere molto molto ricco è anche il nuovo fidanzato di Tess, la ex moglie di Danny…

Remake del celebre Colpo Grosso (1960), diretto da Lewis Milestone e interpretato dai membri del Rat Pack. Da una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero – riscritta da Tim Griffin partendo da quella originale di Harry Brown e Charles Lederer – Soderbergh ha tratto un big caper movie con dialoghi da screwball comedy che funziona a meraviglia, godibilissimo e sostenuto da una regia frizzante e sinuosa che non nasconde gli illustri modelli (Altman, Scorsese). Ma il merito è anche degli attori che, capitanati da un Clooney gigione nella parte che fu di Frank Sinatra, divertono e si divertono (il clima era talmente amicale che hanno accettato di ridursi la paga pur di essere tutti presenti). Più riuscito dell’originale per diverse ragioni: più spazio lasciato ai “non divi” (cosa che permette la presenza di bei personaggi anche nelle fila dei comprimari), maggiore coesione narrativa, più spasso e più suspense. Dopo l’impegnato (e, a livello produttivo, assai più impegnativo) Traffic (2000), Soderbergh s’è preso una vacanza che gli fa onore, anche perché l’intrattenimento è garantito. Memorabile la scena in cui Pitt insegna a giocare a Poker ad un gruppetto di giovani attori televisivi (Joshua Jackson, Topher Grace, Holly Marie Combs, Barry Watson e Shane West) nella parte di loro stessi. Tra il pubblico del match di pugilato appaiono brevemente Henry Silva e Angie Dickinson, interpreti dell’originale.
Voto______________________________________________________________

Ocean’s Twelve

(Ocean’s Twelve)oceans_twelve

Regia di Steven Soderbergh

con George Clooney (Danny Ocean), Brad Pitt (Rusty Ryan), Andy Garcia (Terry Benedict), Julia Roberts (Tess), Catherine Zeta-Jones (Isabel Lahiri), Matt Damon (Linus Caldwell), Elliott Gould (Reuben Tishkoff), Vincent Cassel (Francois Toulour), Casey Affleck (Virgil Malloy), Scott Caan (Turk Malloy), Bernie Mac (Frank Catton), Don Cheadle (Basher), Carl Reiner (Saul), Shaobo Qin (Yen), Eddie Jemison (Livingston Dell), Robbie Coltrane (Matsui), Albert Finney (LeMarc), Bruce Willis (se stesso).

PAESE: USA 2004
GENERE: Commedia
DURATA: 125′

Terry Benedict, il gestore di casinò derubato in Ocean’s Eleven, rintraccia la squadra di ladri e pretende che gli vengano restituiti i soldi con gli interessi. Per trovare la grana, gli undici (più Tess, la moglie di Danny) partono per l’Europa con l’intenzione di derubare diversi collezionisti, ma devono vedersela con il ladro NightFox che vuole sfidarli a “chi è il migliore”. Come se non bastasse, l’agente dell’Europol che gli sta addosso è anche una vecchia fiamma di Rusty…

Seguito di Ocean’s Eleven fortemente voluto da Clooney, che voleva rimettere insieme il gruppetto di amici del primo film e girare quasi esclusivamente in Italia. Risultato deludente: sempre meno noir e sempre più commedia sofisticata, il film è verboso e la vicenda risulta inutilmente complicata. Viene lasciato davvero troppo spazio alla storiella d’amore tra Rusty e la poliziotta Isabel e vengono decurtate le parti dei comprimari, finendo col girare l’ennesimo spot per divi sul lago di Como. Comunque memorabile la scena in cui Tess, interpretata da Julia Roberts, finge di essere… Julia Roberts (e incontra un insistente e guascone Bruce Willis), e notevole quella in cui il ladro NightFox elude un sistema di sicurezza a raggi laser danzando. Camei di Martina Stella, Mattia Sbragia e Adriano Giannini. Non è un film spiacevole, ma l’impressione è che stavolta si siano divertiti solo gli attori.
Voto______________________________________________________________

Ocean’s Thirteen

(Ocean’s Thirteen)oceans_thirteen

Regia di Steven Soderbergh

con George Clooney (Danny Ocean), Brad Pitt (Rusty Ryan), Matt Damon (Linus Caldwell), Andy Garcia (Terry Benedict), Al Pacino (Willie Banks), Ellen Barkin (Abigail Sponder), Elliott Gould (Reuben Tishkoff), Casey Affleck (Virgil Malloy), Scott Caan (Turk Malloy), Bernie Mac (Frank Catton), Don Cheadle (Basher), Carl Reiner (Saul), Shaobo Qin (Yen), Eddie Jemison (Livingston Dell), Eddie Izzard (Roman Nagel), David Paymer (V.U.P.), Vincent Cassel (Francois Toulour).

PAESE: USA 2007
GENERE: Commedia
DURATA: 122′

Quando il magnate di casinò Willie Banks provoca un infarto a Reuben, mandandolo in ospedale in fin di vita, Danny e Rusty rimettono insieme la squadra per fargliela pagare molto cara. Per riuscire nell’intento – che consiste nel sabotare l’inaugurazione del nuovo hotel di Banks – i dodici (non c’è Tess, la dodicesima del film precedente, ma al suo posto c’è il ladro informatico Roman) sono costretti a coinvolgere nel piano, come finanziatore, un tredicesimo uomo molto “speciale”, quel Terry Benedict che avevano derubato nel primo capitolo…

Dopo la mediocre parentesi europea di Ocean’s Twelve (2004), si torna alla Las Vegas e alla verve del primo film. Sceneggiatura precisa (di Brian Koppelman e David Levien, entrambi esperti di gioco), più spazio lasciato ai gustosi comprimari e meno ai divi, una manciata di trovate geniali (su tutte, il coinvolgimento dell’ex nemico Benedict come finanziatore) e molti dialoghi impagabili. Inverosimile e autocompiaciuto finché si vuole, ma anche molto molto divertente. Motivo? È fatto da un gruppo di amici. Che divertono e si divertono a interpretare dei ladri perbene che si commuovono guardando Oprah, sono onesti e leali e non dicono le parolacce. L’unica – in tre film – la dice Danny in un’epica battuta nel sottofinale. Strepitosa la parentesi messicana in cui i fratelli Malloy rischiano di mandare a monte il piano perché, infiltrati nella fabbrica oltreconfine in cui si costruiscono i dadi, si dimenticano il loro scopo – contraffare i dadi – e si alleano con gli operai oppressi fino a che, attraverso atti di sabotaggio e guerriglia, ottengono i diritti tanto sognati dai lavoratori. Accantonato lo stile cartolinesco di Ocean’s Twelve, Soderbergh torna in forma. Godibile.
Voto

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I 400 colpi

(Les Quatre Cents Coups)

Regia di Francois Truffaut

con Jean-Pierre Léaud (Antoine Doinel), Albert Rémy (il signor Doinel), Claire Maurier (la signora Doinel), Patrick Auffay (René Bigey), Georges Flamant (il signor Bigey), Yvonne Claudie (la signora Bigey), Robert Beauvais (il direttore della scuola), Pierre Repp (il professore di inglese).

PAESE: Francia 1959
GENERE: Drammatico
DURATA: 99’

Parigi, fine anni cinquanta. Antoine Doinel, dodicenne oppresso dalla scuola e incompreso dalla famiglia, trova la propria serenità soltanto per strada. Un giorno la fa più grossa del solito e finisce in riformatorio. Qui scappa per andare a vedere il mare.

Primo film di Truffaut, già critico dei Cahiers du Cinema. Uno dei manifesti della nouvelle vague: sinuosi movimenti di macchina valorizzati da piano sequenza e profondità di campo, rifiuto del montaggio, stile libero da qualsiasi sintassi prestabilita, attenzione alle divagazioni e ai tempi morti per cogliere, come nel neorealismo, la realtà nel suo divenire. E la frantumazione temporale rivela un’idea di cinema come sogno che tornerà spesso nell’opera del regista francese. “Uno dei più bei film sull’infanzia incompresa” (Morandini), e uno dei primi film girati ad altezza di bambino in cui gli adulti sono tutti o cattivi indifferenti, una favola crudele che ha ancora molto da dire e da insegnare. Alla fine Antoine arriva al mare, ma non c’è redenzione né cambiamento perché la società non lo permette: un messaggio politico che non piacque in patria ma che non scalfì il successo del film. Memorabile il colloquio finale di Antoine in riformatorio, una delle scene più tenere mai viste al cinema. Il giovane Leaud, capace di una naturalezza incredibile, riprenderà il ruolo di Antoine altre quattro volte (fino al 1978). Menzione speciale anche alla fotografia di Henri Decae, che non teme l’oscurità e ha il coraggio di girare senza l’ausilio di luci artificiali che non siano quelle della città. Dedicato ad André Bazin, fondatore dei Cahiers morto prematuramente nel 1958. A Cannes nel 1959 vinse il premio per la migliore regia.  Il titolo originale, estrapolato dal detto faire les quatre cents coups, significa qualcosa come fare il diavolo a quattro. Struggente, poetico nella sua semplicità, bellissimo.

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Cimitero Vivente

(Pet Sematary)00245703

Regia di Mary Lambert

con Dale Midkiff (Louis Creed), Fred Gwynne (Jud Crandall), Denise Crosby (Rachel Creed), Brad Greenquist (Victor Pascow), Michael Lombard (Irwin Goldman), Miko Hughes (Gage Creed), Blaze Berdhal (Ellie Creed), Susan Blommaert (Missy Dandridge).

PAESE: USA 1989
GENERE: Horror
DURATA: 98′

La famiglia Creed – genitori e due bimbi, un maschio e una femmina – si trasferisce da Chicago a Ludlow, cittadina del Maine. Una serie di eventi inspiegabili, apparentemente collegati a un piccolo cimitero per animali domestici presente nei boschi, scuote la loro quiete e li porta ad un crescendo di sangue senza precedenti…

Da uno dei romanzi più amati di Stephen King, che l’ha anche adattato per lo schermo. Il film – che inizialmente doveva essere diretto da George A. Romero – ha una prima ora godibile e inquietante al punto giusto, ma è penalizzato da una sceneggiatura mal scritta che non tiene conto della logica narrativa e da per scontato che tutti gli spettatori abbiano letto il libro. È un B-movie a tutti gli effetti (attori imbarazzanti, effetti speciali mediocri, contributi tecnici così così), e questo ci potrebbe anche stare; i problemi arrivano quando, nella seconda parte, si lancia nello splatter e sbraca nel ridicolo involontario. Peccato, perché qualche sequenza ben fatta c’è, e la storia aveva un ottimo potenziale. Le musiche di Elliot Goldenthal sono di una banalità sconcertante. C’è tutta una serie di critici (vedi Mereghetti) che lo considera una sorta di piccolo cult: forse lo è stato sul serio, ma oggi appare francamente molto datato. Un seguito nel 1992, sempre diretto dalla Lambert. In colonna sonora due grandi pezzi dei RAMONES, Sheena is a punk rocker e, ovviamente, Pet Sematary.

Voto

Pubblicato in 1971 - 2000, Genere Horror | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento