#BLACKLIVESMATTER, ovvero otto grandi film che raccontano quanto è difficile essere neri nell’America di oggi

Una scena di BlacKkKlansman di Spike Lee

L’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti ha provocato una serie di furenti proteste e ha riaperto il dibattito su quanto sia ancora tristemente difficile – e, in un certo senso, pericoloso – essere afroamericani (o meglio, avere la pelle nera) nell’America di oggi. L’America che dovrebbe essere un baluardo dei diritti civili e invece, nonostante tutto (e nonostante la recente doppia elezione di un presidente nero), si mostra ancora una volta violenta e disattenta nei confronti delle minoranze.

Il cinema, soprattutto quello indipendente degli ultimi anni, ha saputo raccontare in molti modi questo triste momento storico. Ecco qui di seguito un elenco di alcuni dei film più significativi che hanno scelto di parlare di questo argomento, non tanto di razzismo quanto di razzismo negli USA (cliccando sul titolo potrete leggere trama e recensione). Li troverete divisi in due gruppi, film girati prima dell’elezione a presidente di Donald Trump e film girati dopo di essa. Secondo molti, il ritorno di un certo tipo di razzismo “istituzionalizzato” coincide proprio con l’elezione del potente tycoon.

Girati PRIMA dell’elezione di Trump

  1. Mississippi Burning, 1988, Alan Parker. Il film si interroga su una questione che da sempre si presenta quando si parla di rivolte. E’ corretto rispondere alla violenza (in questo caso razzista) con altra violenza?
  2. Gli Spietati, 1993, Clint Eastwood. Secondo molti il miglior film di Eastwood. Sicuramente è uno dei più grandi western della storia del cinema. Nella storia del cowboy di colore Ned Eastwood pare proiettare un fatto di cronaca analogo a quello di Floyd, ovvero il pestaggio, ad opera della polizia “bianca” di Los Angeles, del tassista Rodney King. Quella di Eastwood è un’amara parabola sull’America violenta che spesso punisce le minoranze meno tutelate.
  3. Clockers, 1995, Spike Lee. Uno spaccato di vita del ghetto che denuncia quanto le istituzioni si siano dimenticate dei quartieri neri di New York.
  4. Free State of Jones, 2016, Gary Ross. Un film ispirato ad una storia vera e ambientato durante la guerra civile americana, capace di riflettere su quanto il passato di violenza degli USA abbia contribuito alla creazione di un presente violento.

Girati DOPO l’elezione di Donald Trump

  1. Tre manifesti a Ebbing, Missouri, 2017, Martin McDonagh. Forse uno dei film americani più originali e intelligenti degli ultimi anni, un apologo sulla paura che genera violenza e razzismo.
  2. Suburbicon, 2017, George Clooney. Mentre i notabili di un quartiere residenziale se la prendono con una famiglia di neri innocenti, un tranquillo padre di famiglia americano ne fa di tutti i colori nella sua villetta a tinte pastello. Imperdibile allegoria sulla società USA.
  3. BlackKklansman, 2018, Spike Lee. Nel raccontare questa incredibile storia vera – un poliziotto nero si infiltra in una succursale del Ku Klux Klan – Spike Lee attacca apertamente Trump e il suo colpevole silenzio dinnanzi agli attentati di matrice razzista che l’America ha vissuto negli ultimi anni.
  4. Motherless Brooklyn, 2019, Edward Norton. Un noir vecchio stile con molti riferimenti all’America di oggi, il cui lato negativo (e razzista) è incarnato dallo spregevole personaggio interpretato da Alec Baldwin.
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Guns Akimbo

(Guns Akimbo)

Regia di Jason Lei Howden

con Daniel Radcliffe (Miles), Samara Weaving (Nix), Natasha Liu Bordizzo (Nova), Ned Dennehy (Riktor), Grant Bowler (Degraves), Edwin Wright (Stanton), Milo Cawthorne (Hadley), Mark Rowley (Dane), Racheal Ofori (Effie), Rhys Darby (Senzatetto).

PAESE: Germania, Nuova Zelanda, Belgio, GB 2019
GENERE: Azione
DURATA: 95′

In un futuro non troppo lontano, spopola un sadico gioco illegale chiamato SKIZM in cui degli sconosciuti sono costretti a battersi fino alla morte in diretta streaming mondiale. L’apatico programmatore Miles si ritrova per una bravata catapultato nel gioco, con due pistole avvitate nelle mani e la missione di uccidere Nix, la campionessa imbattuta…

Scritto dal regista, al secondo lungometraggio, un roboante e folle action movie sui generis che vorrebbe riflettere sulla spettacolarizzazione della violenza e sulle nostre vite sempre più social e sempre meno sociali. Peccato che malgrado le premesse il film sia una delusione su tutti i fronti, schiacciato da uno stile smaccatamente sopra le righe (ralenti, sparatorie a suon di vecchi classici rock, cinepresa sbatacchiata di qua e di là) che Zach Snyder in confronto pare Clint Eastwood, autocompiaciuto e ai limiti della nausea (più volte la MDP gira, senza alcun motivo plausibile, di 360°), e da una scrittura dozzinale che frulla senza pudore Mad Max e The Truman Show (con tanto di finale “non eri nessuno, ti ho creato io, eccetera eccetera”) senza mai proporre mezza idea originale, con personaggi caratterizzati un tanto al chilo e dialoghi che aspirano allo stato di cult ma non fanno ridere manco a pagare. Le riflessioni “profonde” (si fa per dire) sono appiccicate con la colla, e l’unico modo per apprezzarlo è regredire all’età mentale di un dodicenne (uno di quelli non troppo svegli). Dopo aver interpretato un cadavere flatulente nel notevole Swiss Army Man Radcliffe accetta un ennesimo ruolo lontano dai cliché “potteriani” di cui forse si sente prigioniero, ma stavolta il risultato non è dei migliori. Anzi. Da noi distribuito direttamente in streaming da Prime Video.

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Baby Driver – Il genio della fuga

(Baby Driver)

Regia di Edgar Wright

con Ansel Elgort (Baby), Kevin Spacey (Doc), Lily James (Debora), Jon Hamm (Buddy), Jamie Foxx (Pazz0), Eiza Gonzalez (Darling), Jon Bernthal (Griff), Flea (Eddie), Paul Williams (il macellaio), CJ Jones (Joseph), Lanny Joon (JD).

PAESE: USA, Gran Bretagna 2017
GENERE: Commedia d’azione
DURATA: 115’

Baby è un giovane, infallibile pilota d’auto che per scontare un misterioso debito lavora per il boss Doc, arguto organizzatore di rapine. Affetto da acufene, diagnosticato in seguito ad un incidente in cui persero la vita entrambi i genitori, Baby si occupa del padre adottivo disabile e vive – e lavora – con le cuffie nelle orecchie, unico rimedio al fischio che da anni lo perseguita. Convinto di aver saldato il debito dopo un ultimo colpo, sogna di ritirarsi e fuggire con una premurosa cameriera, ma Doc lo costringe a tornare in servizio per affiancare un criminale detto Pazzo nella rapina ad un ufficio postale…

Quinto film di Wright, anche sceneggiatore, che rielabora un’idea che aveva già utilizzato per un videoclip che diresse nel 2011, quello di Blue Song dei Mint Royale. L’omaggio al Walter Hill di Driver – L’imprendibile (1978) è palese ed esplicitato dal cameo vocale dello stesso regista, ma Wright si distanza dal modello applicando agli stereotipi dell’action movie americano il suo stile estremamente personale, nel quale convivono in maniera spesso impagabile umorismo britannico e cultura pop, serio e faceto, intrattenimento nazional popolare e visioni d’autore. Regia, montaggio ( (Jonathan Amos e Paul Machliss) e fotografia (Bill Pope) dialogano in maniera perfetta col tessuto sonoro (musicale, ma anche rumoristico), garantendo uno spettacolo tutt’altro che già visto, ma anzi fresco, frizzante, e molto, molto divertente. L’ultima parte si lascia andare a qualche banalità e cede al politicamente corretto (chi deve pagare, anche se mediamente incolpevole, DEVE pagare), ma nonostante le due ore il film non conosce cali di ritmo, ed è davvero colmo di trovate. Senza contare che contiene alcune delle sequenze di inseguimento meglio girate della storia del cinema odierno, anche perchè raramente ritoccate in digitale. Memorabile il piano sequenza su cui scorrono i titoli di testa, con le parole della canzone (Harlem Shuffle di Bob & Earl) che appaiono sui graffiti, sulle insegne dei negozi, nei poster, incise sugli alberi. Grande Spacey, ma straordinario Elgort alle prese con una prova d’attore ben più complessa di quanto possa sembrare. Bravo Wright ad aver creduto in lui e bravo lui ad aver modellato su sè stesso (e su una faccia e una fisicità lontane dai cliché degli eroi action) un personaggio magnifico, tenero, ambivalente, indimenticabile. La foltissima colonna sonora (30 brani) annovera, tra gli altri, Beach Boys, Carla Thomas, T-Rex, Beck, Blur, Queen, Simon & Garfunkel, ecc. Da vedere.

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Il traditore

Regia di Marco Bellocchio

con Pierfrancesco Favino (Tommaso Buscetta), Maria Fernanda Candido (Maria Cristina Buscetta), Fabrizio Ferracane (Pippo Calò), Fausto Russo Alesi (Giovanni Falcone), Luigi Lo Cascio (Salvatore Contorno), Nicola Calì (Toto Riina), Bruno Carriello (Alfonso Giordano), Giovanni Calcagno (Tano Badalamenti), Bebo Storti (Avvocato Franco Coppi), Goffredo Maria Bruno (Stefano Bontate), Rosario Palazzolo (Gianni De Gennaro), Pier Giorgio Bellocchio (Cesare), Pippo Di Marca (Giulio Andreotti).

PAESE: Italia, Francia, Germania, Brasile 2019
GENERE: Biografico
DURATA: 148′

Fuggito in Brasile con la famiglia dopo aver fiutato l’imminente guerra di mafia scatenata da Totò Riina (primi anni ottanta), il boss palermitano Tommaso Buscetta viene arrestato, torturato e infine estradato in Italia. Spronato dal magistrato Giovanni Falcone, diverrà uno dei primi collaboratori di giustizia e contribuirà a far arrestare moltissimi mafiosi, primo fra tutti proprio il capo di tutti i capi Riina…

Il 24esimo film di Bellocchio, che lo ha anche scritto con Ludovica Rampoldi, Valia Santella, Francesco La Licata e Francesco Piccolo, non è certo il primo film a raccontare la storia di Buscetta, primo vero pentito di mafia, figura chiave del novecento italico perchè non solo chiamò in causa, facendoli arrestare, gran parte dei capi della mafia siciliana, ma anche perchè contribuì a far conoscere agli inquirenti COME funzionava davvero Cosa Nostra, quali erano i suoi meccanismi, i suoi riti, le sue gerarchie. Bellocchio sceglie però di soffermarsi su alcuni aspetti della vicenda, alcuni dei quali poco raccontati dal cinema: innanzitutto la forte convinzione da parte di Buscetta di non essere lui il traditore, bensì Riina, che assetato di potere fece uccidere anche donne e bambini, andando in qualche modo contro il pur malato senso dell’onore della mafia old school (anche se, attraverso le parole di Falcone, Bellocchio evita di ipotizzare che possano esistere una mafia buona e una mafia cattiva); poi, narra il personaggio da un punto di vista fortemente introspettivo, psicologico, cercando di sottolineare cosa abbia significato davvero per Buscetta – e per la sua famiglia – la scelta di “parlare”. Infine, riflette molto bene sulla differenza di trattamento tra il Buscetta pre-omicidio Falcone e il Buscetta post omidicio del magistrato: finchè raccontava gli affari di Cosa Nostra, lo Stato lo considerava un eroe da proteggere e quasi da riverire, quando invece scelse di raccontare le implicazioni dello Stato stesso nelle guerre di mafia (vedere alla voce Giulio Andreotti) allora iniziò a diventare un personaggio scomodo, ingestibile, raramente preso sul serio.

Bellocchio rischia di fare di Buscetta un personaggio sin troppo romantico, ma va detto che fino all’ultimo non ne fa propriamente un santino (l’ultima inquadratura, un flashback, è lì a dimostrarlo), e grazie ad una solida regia che mescola suggestioni moderne (i primi minuti, con il bodycount e i nomi dei mafiosi in sovraimpressione, si ricollegano direttamente al Divo di Sorrentino) e strutture narrative classiche, minuzioso realismo e pennellate oniriche e allegoriche (i “morti” che tornano, i predatori in gabbia), riesce nell’intento di girare un film rispettoso della cronaca eppure fortemente simbolico, capace di raccontare con onestà una delle fasi più oscure e dolorose della storia d’Italia. Il passo in cui gli uomini di Cosa Nostra festeggiano mentre il telegiornale passa la notizia della morte di Falcone è una delle più riuscite, crudeli, atroci rappresentazioni della mafia mai viste al cinema. Memorabile prova di Favino, ancora una volta capace di diventare a tutti gli effetti il personaggio che interpreta, ma gli fanno ottima compagnia Ferracane e Lo Cascio. Ottima fotografia in digitale di Vladan Radovic e funzionale colonna sonora di Nicola Piovani. Ai David di Donatello 2020 – i primi (e si spera unici) della storia realizzati col presentatore (Carlo Conti) in studio e i candidati in videoconferenza a causa della pandemia di Coronavirus – si è aggiudicato (quasi) tutti i premi più importanti: miglior film, regista, sceneggiatura originale, attore protagonista, attore non protagonista (Lo Cascio) e montatore (Francesca Calvelli).

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Torneranno i prati

Regia di Ermanno Olmi

con Claudio Santamaria (Il maggiore), Alessandro Sperduti (Il tenente), Francesco Formichetti (il capitano), Andrea Di Maria (il conducente di mulo), Camillo Grassi (l’attendente), Niccolò Senni (il dimenticato), Domenico Benetti (il sergente), Andrea Frigo (il soldato comandato), Andrea Benetti (il caporale), Francesco Nardelli (il soldato Toni), Niccolò Tredese (il soldato delirante).

PAESE: Italia 2014
GENERE: Guerra
DURATA: 80′

Siamo in Veneto, sul gruppo montuoso degli Altipiani, in pieno inverno. L’anno dovrebbe essere il 1917. Un manipolo di soldati vivacchia nelle trincee. Alla richiesta di una missione suicida, un soldato accetta e perisce. Un altro preferisce suicidarsi. Il capitano rinuncia ai gradi e si condanna alla corte marziale. Il comando è preso da un giovane ufficiale. Dopo un brutale attacco notturno, i superstiti scoprono che probabilmente il nemico sta scavando un tunnel sotto di loro per farli saltare in aria con le mine.

Ultimo film di Olmi, realizzato per il centenario della prima guerra mondiale e proiettato per la prima volta il 4 novembre 2014 alla presenza del Presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato italiano. Liberamente ispirato a La paura (1921) di Federico De Roberto (che partecipò al conflitto da interventista convinto), ma anche ai racconti orali del padre dello stesso Olmi (anch’egli soldato), è un rarissimo caso di war movie da camera, quasi tutto ambientato dentro (sotto?) le trincee, anti-spettacolare e introspettivo, tra i più crudeli e dolorosi, se non altro per la totale mancanza di qualsiasi catarsi. Olmi opta per uno stile irrealistico e molto vicino al teatro (i personaggi parlano quasi soltanto per concetti, le scenografie sono spesso solo abbozzate, le scene – anche le più tese – molto statiche) che può piacere o non piacere; difficile però negarne la potenza espressiva e simbolica, evocata da una fotografia a colori (di Fabio Olmi, figlio del regista) nella quale il colore manca quasi del tutto, se non sottoforma di sbiadite e quasi impercettibili sfumature (quasi a voler sottolineare la natura di ricordo imperfetto – o di incubo – del narrato) e da pochissime scene accuratamente selezionate per arrivare subito al dunque, ovvero raccontare la disumanità, la follia, la totale mancanza di sacralità (la guerra è una bestemmia, disse Olmi parlando del film) di qualsiasi conflitto che vede uomini contrapporti ad altri uomini. Almeno due scene indimenticabili: la diserzione del capitano e il finale in cui, con lo sguardo rivolto allo spettatore, l’attendente sottolinea l’importanza del ricordo e dà un senso poetico al titolo del film. Solenne colonna sonora di Paolo Fresu. Otto nomination ai David di Donatello ma neppure una statuetta. Film lento, funereo, difficile, ma importante.

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Gli abbracci spezzati

(Los abrazos rotos)

Regia di Pedro Almodovar

con Lluis Homar (Mateo Blanco/Harry Caine), Penélope Cruz (Magdalena Rivero), Blanca Portillo (Judit Garcia), José Luiz Gomez (Ernest Martel), Rubén Ochandiano (Ray X), Tamar Novas (Diego), Angela Molina (la madre di Lena), Chus Lampreave (la portinaia), Lola Duenas (lettrice di labbra), Rossy de Palma (Julieta).

PAESE: Spagna 2009
GENERE: Sentimentale
DURATA: 127’

Ex regista cinematografico, cieco in seguito ad un incidente d’auto, Mateo Blanco è diventato uno sceneggiatore con lo pseudonimo di Harry Caine. Intorno a lui gravitano Judit, la sua premurosa agente, e il figlio di lei Diego, DJ e collaboratore di Harry. La morte di un ricco industriale porta Harry a ricordare gli eventi di dodici anni prima, quando ebbe una travolgente storia d’amore con l’attrice Magdalena, mai dimenticata…

Diciottesimo film di Almodovar, il primo dopo il grande successo di Volver = Tornare (2006). Opera complessa, geometrica, affronta molti temi cari al regista: il potere salvifico dell’arte (e del cinema), quello del bisogno di vivere i ricordi attraverso essa, quello delle passioni amorose che si scontrano coi meccanismi malati che regolano la società. È, forse, il suo film più autobiografico e meta cinematografico (almeno fino al successivo Dolor y gloria, del 2019), il meno folcloristico in termini di personaggi e il primo con protagonista un maschio eterosessuale (anche se il fulcro dell’azione è comunque una donna, Lena). È anche un film sulla Cruz, musa del regista, raramente così brava, valorizzata alla perfezione nel suo mix di fragile dolcezza e prorompente sessappiglio. Nei credits, il primo nome che appare è il suo. A convincere poco sono, più degli intenti, i risultati: è infatti un film sbilanciato, irrisolto, qua e la didascalico. Il colpo di scena finale è un tratto tipico del cinema del regista, ma qui ve ne sono talmente tanti, uno dietro l’altro, da farlo sbracare pericolosamente nel terreno della soap-opera. Il film girato da Mateo, Chicas y maletas (Ragazze e valigie), è la palese parodia di Donne sull’orlo di una crisi di nervi dello stesso Almodovar. Impagabili le parentesi con la Duenas lettrice di labbra, a riprova di quanto il regista rimanga uno dei migliori quando si tratta di alternare in maniera armoniosa registri diversi (in questo caso commedia e tragedia). Il titolo fa riferimento ad una scena di Viaggio in Italia di Rossellini, film che i protagonisti guardano alla TV.

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Motherless Brooklyn – I segreti di una città

(Motherless Brooklyn)

Regia di Edward Norton

con Edward Norton (Lionel Essrog), Gugu Mbatha-Raw (Laura Rose), Bruce Willis (Frank Minna), Alec Baldwin (Moses Randolph), Willem Dafoe (Paul Randolph), Bobby Cannavale (Tony), Michael Kenneth Williams (il trombettista), Dallas Roberts (Danny), Ethan Suplee (Gilbert Cooney), Cherry Jones (Gabby Horrowitz), Leslie Mann (Julia Minna), Josh Pais (William Lieberman), Fisher Stevens (Lou), Robert Wisdom (Billy Rose).

PAESE: USA 2019
GENERE: Noir
DURATA: 144′

New York, 1950. Frank Minna gestisce un’agenzia investigativa formata da quattro detective che lui stesso ha salvato da un passato violento (da bambini erano ospiti di un orfanotrofio violento). Quando Frank muore in una sparatoria, Lionel (uno dei quattro) vuole andare fino in fondo per individuare il colpevole. Non sarà un’impresa facile, sia perchè Lionel soffre di sindrome di Tourette, cosa che gli rende alquanto difficile rapportarsi con gli altri, sia perchè avvicinarsi alla verità significa scoperchiare una rete di corruzione che vede coinvolti molti nomi illustri della politica cittadina…

Dal romanzo omonimo (1999) di Jonathan Lethem, adattato dallo stesso Norton che torna alla regia 19 anni dopo l’esordio con Tentazioni d’amore (2000). Il risultato è un noir tutto sommato classico, ben ambientato in una New York anni cinquanta ancora afflitta da corruzione e razzismo e diretto con eleganza da Norton, che riesce anche nella difficile impresa di interpretare Lionel restituendo in maniera credibile le caratteristiche del suo disturbo, con effetti ora teneri ora esilaranti. Si tratta sicuramente di un personaggio inedito all’interno del cinema (e della letteratura) noir, che da sempre ha preferito raccontare detective duri, puri, romantici e assolutamente sani. Nel modo in cui (quasi) tutta la società tratta Lionel e negli intrighi che la sua indagine fa venire a galla non è difficile scorgere riferimenti all’America odierna, ancora troppo insensibile alle minoranze (etniche, ma non solo: Lionel è di fatto un disabile che la società non riconosce come tale, preferendo dargli del matto) e spesso vittima del malaffare nascosto sotto una patina di populismo. Fa specie, a questo riguardo, che il “cattivo” affarista e misogino sia interpretato proprio da Baldwin, che negli ultimi anni è divenuto celebre per la sua irriverente imitazione di Donald Trump. All’ottima rievocazione d’epoca contribuiscono non poco la fotografia di Dick Pope e l’azzeccata colonna sonora jazz di Daniel Pemberton. Azzeccata non soltanto perchè riprende la musica dell’epoca, ma anche perchè il jazz è un genere pieno di scarti, digressioni, improvvise accelerazioni, proprio come il cervello di Lionel. C’è anche una canzone di Thom Yorke dei Radiohead, Daily Battles, scritta con Flea dei Red Hot Chili Peppers. Memorabili le divagazioni con protagonista il trombettista di Williams. Film lungo, ma non prolisso. Consigliato.

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Cena con delitto – Knives Out

(Knives Out)

Regia di Rian Johnson

con Daniel Craig (Benoit Blanc), Chris Evans (Hugh Ransom Drysdale), Ana de Armas (Marta Cabrera), Jamie Lee Curtis (Linda Drysdale), Michael Shannon (Walter Thrombey), Don Johnson (Richard Drysdale), Toni Collette (Joni Thrombey), Lakeith Stanfield (tenente Elliot), Christopher Plummer (Harlan Thrombey), Katherine Langford (Meg Thrombey), Jaeden Martell (Jacob Thrombey), Frank Oz (Alan Stevens), Riki Lindhome (Donna Thrombey), Edi Patterson (Fran), Noah Segan (agente Wagner), M. Emmet Walsh (signor Proofroc), K Callan (Nana Thrombey).

PAESE: USA 2019
GENERE: Giallo
DURATA: 130′

Lo scrittore ottantacinquenne Harlan Thrombey viene rinvenuto nella sua villa con la gola tagliata. Mentre vengono a galla le più disparate tensioni familiari (soprattutto in merito alla spartizione del patrimonio), la polizia si fa aiutare dal celebre investigatore privato Benoit Blanc, convinto che non si tratti di un banale suicidio…

Scritto dallo stesso Johnson, che lo aveva in mente da più di dieci anni, è un divertente, godibile giallo deduttivo old stile che, a partire dal cast di tutte star, vuole celebrare la tradizione dei grandi gialli degli anni settanta e ottanta, sia quelli tratti dai capolavori di Agatha Christie (Assassinio sull’Orient Express, Assassinio sul Nilo) che quelli parodici (Invito a cena con delitto, Signori il delitto è servito). Nulla di davvero nuovo, ma raccontato con grazia, intelligenza e una maniacale attenzione ai dialoghi e ai personaggi, tutti decisamente sui generis. Il nostro preferito è senza dubbio il Blanc di Craig, in bilico tra l’autoparodia bondiana e l’omaggio al Poirot di Ustinov, impagabile per l’entusiasmo che mette nelle sue indagini. Ma spiccano per originalità anche l’Harlan di Plummer, la Joni della Collette, il “nazistino” di Martell (giù visto in It – Parte 1), l’agente Wagner di Segan, la matriarca “Nana” della Callan. Qua e là frecciate satiriche sugli abomini del mondo in cui viviamo in preda ad avidità, razzismo, carrierismo selvaggio. Dura due ore e dieci ma non ha mezzo calo di ritmo. Non male.

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Signori, il delitto è servito

(Clue)

Regia di Jonathan Lynn

con Tim Curry (Wadsworth), Eileen Brennan (Signora Peacock), Madeline Kahn (Signora White), Lesley Ann Warren (Signorina Scarlett), Christopher Lloyd (Professor Plum), Michael McKean (Signor Green), Martin Mull (Colonnello Mustard), Lee Ving (Signor Boddy), Colleen Camp (Yvette).

PAESE: USA 1985
GENERE: Giallo comico
DURATA: 94′

New England, 1954. Sei persone che non si conoscono sono invitate da un uomo misterioso a passare una serata in un antico maniero. Accolti dal maggiordomo Wadsworth, i sei si accorgono presto che fra di loro c’è un assassino. Chi si salverà?

Da un’idea di John Landis, adattata dall’esordiente Lynn anche sceneggiatore. Raro caso (forse unico) di film tratto da un gioco da tavola, il famosissimo Cluedo (in originale Clue) della Parker Brothers. La struttura del giallo classico è contagiata da una comicità demenziale talvolta irresistibile che aumenta gradualmente fino ad esplodere nei tre diversi finali, presentati di seguito e tanto inverosimili quanto impagabili. Nonostante la vena comica, il film non manca di una discreta suspense. Attori in gran forma che divertono e si divertono. La trama e le atmosfere ricordano da vicino il celebre Invito a cena con delitto (1976) di Robert Moore.

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Invito a cena con delitto

(Murder by Death)

Regia di Robert Moore

con Peter Falk (Sam Diamond), Alec Guinness (Jamesir Bensonmum), Truman Capote (Lionel Twain), Peter Sellers (Sidney Wang), Eileen Brennan (Tess Skeffington), David Niven (Dick Charleston), Maggie Smith (Dora Charleston), James Coco (Milo Perrier), Elsa Lanchester (Jessica Marbles), Estelle Winwood (infermiera Withers), Nancy Walker (la cuoca), Richard Narita (Willie Wang), James Cromwell (Marcel).

PAESE: USA 1976
GENERE: Giallo comico
DURATA: 94′

I cinque più famosi investigatori del mondo sono invitati a cena da Lionel Twain, misterioso filantropo che vive in un antico castello. Prigionieri dell’oscuro maniero, apprendono che a mezzanotte avverrà un omicidio. Chi scoverà il colpevole, all’alba riceverà un premio di un milione di dollari.

Scritta da Neil Simon, una parodia del giallo in cui ognuno dei protagonisti fa il verso a un celebre investigatore della letteratura poliziesca e hard-boiled: Sam Diamond a Sam Spade, Sidney Wang a Charlie Chan, Milo Perrier a Hercule Poirot, Dick e Dora Charleston a Nick e Nora Charles (anche loro protagonisti di un romanzo di Hammett), Mrs. Marbles a Mrs. Marple. Molte gag appaiono oggi vecchiotte, ma grazie alle ottime prove degli attori (che sembrano davvero divertirsi un mondo) e ai dialoghi frizzanti il divertimento è assicurato. Il finale frettoloso non rende giustizia a un discorso meta-testuale che meritava di essere approfondito meglio. Si consiglia la visione in lingua originale, sia per percepire gli esilaranti accenti usati dagli attori, sia perchè molti giochi di parole si perdono nel doppiaggio italiano (che spesso si limita a tradurli in maniera letterale, a scapito del divertimento). Unico vero film interpretato dallo scrittore Truman Capote. I titoli di testa sono disegnati da Charles Addams, mentre l’urlo che si sente quando gli invitati suonano il campanello del maniero è quello dell’attrice Fay Wray in King Kong (1933).

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