Blown Away – Follia Esplosiva

(Blown Away)

Regia di Stephen Hopkins

con Jeff Bridges (James “Jimmy” Dove), Tommy Lee Jones (Ryan Gaerity), Suzy Amis (Kate Dove), Forest Whitaker (Anthony Franklin), Lloyd Bridges (Max O’Bannon), Stephi Lineburg (Lizzy), John Finn (capitano Fred Roarke).

PAESE: USA 1994
GENERE: Poliziesco
DURATA: 121′

A Boston l’artificiere Jimmy Dove sta per sposarsi con conseguente ritiro dal campo. Una vecchia conoscenza – il dinamitardo Ryan Gaerity, che vuole vendicarsi di un torto subito vent’anni prima – lo costringe a tornare in servizio.

Scritto da John Rice e Joe Batteer, un teso thriller urbano con una discreta suspense e due ottimi, istrionici protagonisti. Al netto di un fastidioso orgoglio yankee che sfocia presto nel più desueto machismo (la battuta finale è “ma non ti stanchi mai di fare l’eroe?” – sic!), il film tiene incollati allo schermo e riesce a coinvolgere quanto basta per appassionarsi alla sorte dei protagonisti. Ottimo Bridges – che recita a fianco del padre Lloyd, qui nel ruolo di uno zio – e ottimo Jones che gli ruba quasi sempre la scena. In colonna sonora due celebri pezzi degli U2, With or withour you e I still haven’t found what I’m looking for, entrambi ascoltati dal villain.

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Rassegna cinematografica “Padre e Figlio” – Un resoconto

Giovedì 10 ottobre 2019 si è conclusa la rassegna cinematografica Padre & Figlio, inserita nel programma dell’omonima mostra che la città di Biella ha dedicato a due figure storiche del territorio piemontese, l’artista di fama internazionale Michelangelo Pistoletto (1933) e il pittore Ettore Pistoletto Olivero (1898 – 1981), suo padre. Una serie di esposizioni ed eventi curati da Alberto Fiz e disseminati lungo tre spazi espositivi d’eccezione: Palazzo Gromo Losa, Cittadellarte e Casa Zegna.

La rassegna cinematografica si è svolta nell’auditorium di Palazzo Gromo Losa, e ha visto una buona affluenza di pubblico. Ho avuto l’onore di presentare tutte e otto le serate (cliccando sui titoli dei film potrete leggere la recensione di nehovistecose):

1. Giovedì 16 maggio, h 21.00
Kramer contro Kramer di Robert Benton (Usa 1979)

2. Giovedì 30 maggio, h 21.00
La stanza del figlio di Nanni Moretti (Italia 2001)

3. Giovedì 13 giugno, h 21.00
Alla ricerca di Nemo di Andrew Stanton/Lee Unkrich (Usa 2003)

4. Giovedì 18 luglio, h 21.00
Father and Son di Kore-eda Hirokazu (Giappone 2013)

5. Giovedì 5 settembre, h 21.00
Tron Legacy di Joseph Kosinski (Usa 2010)

6. Giovedì 19 settembre, h 21.00
Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart (Italia 2005)

7. Giovedì 3 ottobre, h 21.00
Nebraska di Alexander Payne (Usa 2013)

8. Giovedì 10 ottobre, h 21.00
Colpire al cuore di Gianni Amelio (Italia 1983)

Il museo del cinema ha voluto selezionare film molto diversi per genere, significato, provenienza, target (Alla ricerca di Nemo e Tron: Legacy sono stati scelti per estendere l’invito anche ai più piccoli). Tutti legati dal tema del rapporto tra padri e figli, e più in generale tra membri di una stessa famiglia. Abbiamo parlato di argomenti come la separazione (Kramer contro Kramer), l’elaborazione del lutto (La stanza del figlio), la malattia (Nebraska), l’incomunicabilità (Colpire al cuore, Anche libero va bene); ci siamo posti domande profonde: cosa rende un padre un padre e un figlio un figlio? Quanto nei figli si specchiano le colpe dei padri? In che modo la Storia (con la S maiuscola) entra nelle storie degli individui?; abbiamo riso, pianto, ci siamo arrabbiati, abbiamo riflettuto. C’è altro che si possa chiedere al cinema?

Desidero ringraziare personalmente Emanuele Rolando e la Fondazione Cassa di Risparmio per avermi proposto di commentare questi incontri: è stata un’esperienza gratificante che ha portato, ogni sera, ad interessanti dibattiti sui film in questione.

Riccardo Poma

LINK:

http://www.padreefiglio.it/

https://www.itinerarinellarte.it/it/mostre/michelangelo-pistoretto-ettore-pistoretto-padre-e-figlio-1467

http://www.fondazionecrbiella.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3288

https://www.lastampa.it/biella/2019/05/30/news/nella-rassegna-padre-e-figlio-il-film-di-nanni-moretti-1.33705740

http://journal.cittadellarte.it/cronaca-biellese/padre-figlio-continua-la-rassegna-cinematografica-del-progetto-espositivo

http://www.newsbiella.it/2019/10/10/leggi-notizia/argomenti/cultura-e-spettacoli/articolo/colpire-al-cuore-ultimo-appuntamento-con-la-rassegna-cinematografica.html

 

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Paterson

(Paterson)

Regia di Jim Jarmusch

con Adam Driver (Paterson), Golshifteh Farahani (Laura), Barry Shabaka Henley (Doc), William Jackson Harper (Everett), Chasten Harmon (Marie), Rizwan Manji (Donny).

PAESE: USA 2016
GENERE: Drammatico
DURATA: 113’

Paterson è la cittadina del New Jersey che ha dato i natali al poeta William Carlos Williams (1883 – 1963), ma è anche il nome di un autista di autobus che ci vive e lavora e che ama scrivere poesie. La sua compagna Laura vorrebbe che le pubblicasse, ma lui non ne sembra molto convinto. Un evento inaspettato lo porta a ripensare alla sua vocazione…

Presentato in anteprima a Cannes, il dodicesimo film di Jarmusch è un tenero racconto sulla routine quotidiana che cerca di rispondere attraverso il cinema ad un quesito apparentemente semplice: cos’è la poesia? Da dove viene? Cosa la genera? Per il regista la poesia è già in noi, nelle nostre esperienze di vita, in ciò che osserviamo e facciamo nostro. Anche – o forse soprattutto – se il nostro mondo non va oltre una sonnacchiosa cittadina di provincia (in fin dei conti, anche William Carlos Williams era di Paterson). Il poeta è colui che sa trasformare tutto questo in parole. Poco importa se si tratti di Paterson, di una bambina, o di un poeta orientale sconosciuto che sembra mandato dal destino a sistemare le cose. Paterson è così amalgamato con la propria città da chiamarsi uguale ad essa (e l’attore che lo interpreta si chiama driver, ovvero il mestiere che fa il suo personaggio), ma nonostante l’evidente provincialismo del luogo non si tratta di un’appartenenza soffocante: la variopinta umanità che lo circonda, addolorata ma viva, è l’elemento pulsante (fondante?) della sua stessa arte. Film delicato come lo sguardo del suo protagonista, lento ma bello da guardare, sonnacchioso ma caldo, intimo, mai noioso, nel quale Jarmusch continua a perseguire la propria idea di cinema in cui tutto è ridotto al minimo (dialoghi, personaggi, azione) per cercare l’essenza nei dettagli, nei silenzi, negli sguardi. Se riesce nell’intento è anche grazie a uno straordinario Adam Driver, degno erede di Bill Murray (o meglio, del Murray di Jarmusch) perché come lui riesce a dare ai personaggi mille sfaccettature senza mai rinunciare a uno stile recitativo che agisce per sottrazione. Le bellissime poesie di Paterson sono in realtà di Ron Padgett. Fotografia di Frederick Elmes, musiche di Squrl (un duo composto dallo stesso Jarmusch e da Carter Logan). Da vedere.

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Mystery Train – Martedì notte a Memphis

(Mystery Train)

Regia di Jim Jarmusch

con Youki Kudoh (Mitsuko), Nagase Masatoshi (Jun), Cinqué Lee (il facchino), Screamin’ Jay Hawkins (il portiere), Nicoletta Braschi (Luisa), Elizabeth Bracco (Dee Dee), Tom Noonan (uomo alla tavola calda), Joe Strummer (Johnny), Steve Buscemi (Charlie), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Waits (voce del DJ radiofonico).

PAESE: USA 1989
GENERE: Commedia
DURATA: 113′

Due giovani turisti giapponesi in pellegrinaggio nei luoghi del rock; una vedova italiana in viaggio col marito morto; un operaio appena licenziato che esce di testa e finisce col rapinare un negozio di liquori. Tre storie ambientate a Memphis, legate dal culto per Elvis Presley e destinate a incontrarsi in un albergaccio senza la TV…

Quarto film dell’indipendente Jarmusch, “accorto narratore minimalista” (Morandini) che qui rilegge in maniera originale la struttura del film a episodi. Sotto le gag divertenti e i personaggi stralunati si cela uno sguardo disilluso su una società che sembra aver smarrito il senso delle cose e in cui è sempre più ampio il divario tra mito/sogno (incarnato da Elvis) e realtà (il degrado urbano, il disagio sociale). Qua e là si ride, ma si ride amaro. L’episodio migliore è il primo, quello più divertente il terzo. Il secondo non è un granchè, né a livello di scrittura né a livello attoriale (la Braschi – moglie di Benigni, amico di Jarmusch – non riesce a dare profondità al suo personaggio). Memorabile apparizione di Screamin’ Jay Hawkins, autore della celeberrima I put a spell on you. Ottima fotografia di Robby Muller, belle musiche in tema di John Lurie. Il titolo – ovviamente – è quello di una canzone di Elvis. A Cannes 1989 vinse il premio per il contributo artistico.

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MARtin vs. MARvel – I film sui supereroi sono cinema o no?

di Riccardo Poma

Hanno fatto parecchio scalpore le frasi che il regista Martin Scorsese (autore di capolavori come Taxi Driver, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi, Casinò) ha dedicato, durante un intervista a Empire Magazine, ai prodotti firmati Marvel. Il passo “incriminato” è quello in cui Scorsese dice che non riesce a guardare i film della Marvel perché secondo lui non sono cinema, ma piuttosto dei “parchi a tema”. Immediate le risposte dei fan del franchise, ma anche di molti addetti ai lavori come James Gunn (regista de I guardiani della galassia), Samuel L. Jackson (interprete di Nick Fury) e Robert Downey Jr. (interprete di Iron Man). Come spesso accade in questi casi, le parole del regista hanno dato il via ad un’aspra battaglia tra favorevoli e contrari, arrivando ai consueti casi limite in cui sedicenti fan di Scorsese l’hanno rinnegato dicendogliene di tutti i colori. Innanzitutto bisognerebbe ragionare sul fatto che Scorsese, oltre che essere un regista, è anche e soprattutto uno spettatore, e come tale deve poter esprimere la propria opinione su ciò che gli piace e su ciò che non gli piace, senza che i fan della Marvel debbano sentirsi costretti a scendere in piazza per bruciare i DVD di Taxi Driver e Toro Scatenato. I gusti sono gusti, e anche Scorsese ha i suoi. Tuttavia, le dichiarazioni di Scorsese riaprono (se mai fosse stato chiuso) l’eterno dibattito su cosa, oggi, possa o non possa essere considerato cinema. Credevate che bastasse girare un film per fare del cinema? Troppo facile.

Una scena de I guardiani della galassia di James Gunn

Sorvolando sulle questioni di gusto, sarebbe interessante riflettere piuttosto sul concetto espresso (da Scorsese e da molti detrattori del franchise), ovvero che i film Marvel non siano cinema, bensì qualcosa di diverso. Se per cinema si intende un’arte che deve appassionare ed intrattenere, allora è ovvio che Scorsese – che, ha comunque dichiarato di non aver visto praticamente nulla del franchise, come del resto spesso sentiamo dire da chi attacca i film sui supereroi – incappa in un errore abbastanza grossolano: i film della Marvel riempiono le casse degli Studios, sono in media di buona qualità (BUONA, non eccelsa, non straordinaria, non inarrivabile: buona) e sanno appassionare, coinvolgere e INTRATTENERE. Ovvio che non si deve essere pretenziosi: se vado al cinema a vedere Iron Man, mi aspetto di vedere Iron Man. Non Iron Man riletto da Bergman, o da Eastwood o da Woody Allen. Vado al cinema ben sapendo che probabilmente non assisterò ad un capolavoro del cinema, ma che (sempre probabilmente) passerò due ore divertendomi ed appassionandomi per una storia.

Chris Evans nei panni di Captain America e Robert Downey Jr. in quelli di Iron Man

Poi, che il cinema hollywoodiano nell’ultimo ventennio abbia molte analogie con il concetto del parco a tema è innegabile: siamo arrivati addirittura ad un franchise – quello di Pirati dei Caraibi – che è letteralmente tratto da un parco a tema. Bene, tuttavia l’esistenza di questo tipo di cinema non preclude o offusca quella di un tipo di cinema diverso, più d’autore: e infatti continuano a fare film Allen, Eastwood, Sorrentino, Garrone, lo stesso Scorsese. Possiamo discutere all’infinito sul fatto che i giovani autori (loro sì) facciano fatica a lavorare, ma sarebbe corretto attribuire la colpa di questo fatto alla Marvel? A dirla tutta, Marvel fa lavorare registi abbastanza giovani, soprattutto se si guarda l’età media dei registi che abitualmente lavorano per Warner Bros, Paramount, Universal (unica eccezione: Netflix). Anche l’accusa di essere monotematica è poco sensata: la Marvel si chiama così perché fa film tratti dai fumetti Marvel, dunque non si può accusarla di fare solo film sui supereroi. Nasce esattamente per quello.

Alla prima londinese del suo The Irishman, Scorsese ha rincarato la dose dicendo che l’egemonia Marvel porta il pubblico a convincersi che “il cinema sia solo quello”. Può darsi, ma la colpa di ciò è attribuibile al modus operandi di Marvel? Suvvia, è da quanto è nato il cinema che la grande distribuzione la fa da padrona. Non è certo colpa di Marvel, non solo almeno. Come si suol dire in questi casi, è il sistema ad essere sbagliato. E Marvel fa parte di quel sistema. Invece di lamentarci, ragioniamo sul fatto che la nostra è la prima epoca che ci permette di fruire contenuti off (“fuori”, fuori dal grande mercato, dalle grandi distribuzioni, dai grandi festival) senza fare troppa fatica: piattaforme online, cinema d’essay, home-video. Purtroppo (o per fortuna) il cinema è sempre stato un connubio tra arte e industria – la data scelta per indicarne la nascita, il 28 dicembre 1895, non è forse quella della prima proiezione A PAGAMENTO? – e attaccare Marvel perché sfrutta questo connubio significa attaccare il cinema stesso. Poi possiamo discutere quanto vogliamo sul fatto che in Italia certi film non arrivino e che questo sia un vero peccato, ma allora cerchiamo di riformare il sistema invece di attaccare chi lo utilizza.

Robert De Niro ringiovanito digitalmente in The Irishman

Siamo passati da lamentarci per le sale vuote a lamentarci per le sale piene ma per i film sbagliati. Anche noi ogni tanto vorremmo vedere sale un po’ meno piene durante le proiezioni dei film Marvel e un po’ più piene per gli ultimi film di Kore’eda o di Alexander Payne, ma se questo non accade il problema non è tanto cinematografico/produttivo, quanto culturale. Se la gente volesse meno Marvel e più Kore’eda i cinema si attrezzerebbero per riformare il mercato, ma finché questo non accade perché dovrebbero farlo? Che poi, oggettivamente, mica parliamo di gente che riempie il cinema per un cinepanettone: la qualità oggettiva di molte opere Marvel è davanti agli occhi di tutti (anche dello stesso Scorsese, che ha detto anche che rispetta comunque il franchise perché sa cosa significa, in termini di sforzo, girare film simili), e in qualunque modo la si pensi su esse non le si può assolutamente indicare come il male assoluto.

Un’altra critica che spesso si legge in merito a Marvel (che, ricordiamolo, è divenuta una proprietà Disney) è che dentro la propria macchina produttiva non via sia libertà creativa. Certamente chi accetta di dirigere o scrivere un film del franchise sa di doversi muovere dentro canoni prestabiliti e rispettare lo spirito di fondo, eppure vi sono parecchi film della saga che si sono plasmati sul regista che li ha girati: pensiamo al Thor di Kenneth Brannagh, o a I guardiani della galassia di James Gunn, entrambe opere in cui non è difficile scorgere, tra un effetto speciale e l’altro, elementi tipici della poetica del regista. Sicuramente nessuno può arrivare nel team Marvel e fare il film che gli pare, ma siamo sicuri che questo sia un male? Pensiamo all’altra campana del supereroismo cinematografico degli ultimi anni, quella di DC Comics. A differenza di Marvel, quest’ultima ha lasciato maggiore libertà ai registi che ha ingaggiato; risultato? Se il regista in questione era un grande regista (Tim Burton, Christopher Nolan, l’ultimo arrivato Todd Phillips) il film che ne usciva era un ottimo film, se invece l’autore era un regista non proprio eccelso (pensiamo a Zach Snyder, o a David Ayer) ci si trovava davanti a prodotti decisamente dimenticabili. Marvel non ha mai sfornato capolavori, ma ha una media qualitativa decisamente buona: nessuno dei suoi film è davvero magnifico, nessuno dei suoi film è una schifezza assoluta. DC vanta grandissimi film (Batman – Il ritorno, Il cavaliere oscuro, Joker) e una serie infinita di film mediocri (L’uomo d’acciaio, Batman v. Superman, Suicide Squad, Justice League eccetera) che, a lungo andare, danno l’impressione di un lavoro malcoordinato e malorganizzato. In definitiva, Marvel sacrifica i personalismi in nome di una garanzia di qualità, DC li lascia liberi rischiando sonore disfatte. Quale delle due case è più lungimirante?

I supereroi della Justice League, franchise DC Comics

Qualcuno difende Scorsese sostenendo che il suo è un atto d’accusa verso il cinema ad alto budget e con troppi effetti speciali. A parte il fatto che The Irishman, ultimo film del regista, ha un budget di 160 milioni di dollari e si serve di moltissimi effetti digitali, soprattutto per ringiovanire gli attori; a parte il fatto che uno dei suoi ultimi film, Hugo Cabret, è girato quasi interamente in digitale; ma davvero siamo ancora qui a sostenere che il cinema ad alto budget e con gli effetti speciali sia per forza brutto e cattivo? Davvero pensate che George Melies, Fritz Lang, Ridley Scott e Stanley Kubrick, oggi, rifiuterebbero il digitale per portare in scena i loro magnifici mondi fantascientifici? E che lo farebbero perché, come dicono i purtisti, il cinema “deve essere artigianale per essere genuino”? Noi non crediamo proprio. Anche perché Viaggio nella Luna, Metropolis, Blade Runner e 2001: odissea nello spazio vennero tutti girati senza badare a spese, e sfruttando fino in fondo ciò che la tecnologia dell’epoca poteva offrire in termini di effetti speciali. Dunque, non sarebbe una blasfemia sostenere che oggi questi quattro capolavori si avvarrebbero eccome del digitale. Se ne servirebbero per rafforzare la storia, non per sopperire alle mancanze attraverso gli effetti speciali; ma se ne servirebbero, punto e basta.

Dunque chi ha ragione? Forse Scorsese è soltanto caduto nella trappola di molti registi del passato che, guardando a un cinema nuovo che forse non capivano, lo hanno attaccato. Questo significa che tra trent’anni considereremo i prodotti Marvel dei capolavori della storia del cinema? Assolutamente no, però magari faremo meno fatica a considerarli cinema.

Tutta questa serie di riflessioni ci porta in fondo ad una domanda vecchia come il cinema: il cinema è tale solo se unisce sobrietà a riflessioni profonde o può essere anche solo svago fine a sé stesso? Ecco la risposta a tutta la diatriba: decidete cosa dev’essere per voi il cinema, poi giudicate se l’universo Marvel ne fa parte o meno.
Noi la nostra opinione ce l’abbiamo.
Ovvero.
Taxi Driver e Iron Man sono film dello stesso valore? Assolutamente no.
Fanno entrambi parte del mondo del cinema? Assolutamente si.

E poi

Possiamo continuare ad amare il vecchio MARtin?
Dobbiamo.
Possiamo continuare a svagarci seguendo le avventure di Spider-Man targate MARvel?
Of course.

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Il gladiatore

(Gladiator)

Regia di Ridley Scott

con Russell Crowe (Massimo Decimo Meridio), Joaquin Phoenix (Commodo), Connie Nielsen (Augusta Lucilla), Oliver Reed (Proximo), Richard Harris (Marco Aurelio), Derek Jacobi (senatore Gracco), Djimon Hounsou (Juba), David Schofield (senatore Falco), Tomas Arana (Quinto), John Shrapnel (senatore Gaio), David Hammings (Cassio).

PAESE: USA, Gran Bretagna 2000
GENERE: Avventura
DURATA: 155’

Dopo l’ennesima vittoria contro i barbari, l’anziano imperatore Marco Aurelio chiede al valoroso generale Massimo di succedergli al trono. L’impulsivo Commodo, figlio legittimo dell’imperatore, non la prende bene: dopo aver ucciso il padre, ordina il massacro di Massimo e della sua famiglia. Riuscito a fuggire, l’ex generale diventa un gladiatore. Il suo unico scopo diventa quello di tornare a Roma per uccidere Commodo. Arriverò al Colosseo a lottare contro le tigri.

Da un soggetto di David Franzoni, rimaneggiato dagli sceneggiatori John Logan e William Nicholson (anche se pare che l’idea provenga dal romanzo del 1958 Quelli che stanno per morire di Daniel P. Mannix), un kolossal multimilionario che riportò in voga i film in costume sull’impero romano (peplum) che tanto andavano negli anni ’10 del novecento e che tornarono di moda (col Technicolor) negli anni sessanta. Critici e soprattutto storici lo hanno demolito senza pietà, ed effettivamente è indifendibile sia per quanto riguarda l’affresco d’epoca (scritte sbagliate, edifici costruiti secoli dopo, costumi inventati) che per quanto riguarda la costruzione dei personaggi (Marco Aurelio liberal e pro-repubblica? Commodo assassino schizofrenico e incestuoso?). Tuttavia, è difficile non accorgersi che l’intento di Scott non è quello di raccontare minuziosamente usi e costumi della Roma imperiale, quanto rievocare i film su Roma, la loro propensione all’epica e la loro capacità di meravigliare. Insomma, un lavoro meta-testuale più vicino a Leone e a Tarantino piuttosto che alla Storia con la S maiuscola. La sceneggiatura è prevedibile e piena di buchi, ma è innegabile che il film appassioni e coinvolga; riuscendo anche a riflettere in maniera intelligente sui meccanismi che ieri come oggi regolano il rapporto tra politica e spettacolo. Molte le sequenze entrate nell’immaginario comune, ma le scene d’azione non sono così straordinarie come si disse all’epoca (anzi, spesso si basano sulla confusione piuttosto che su coreografie studiate). Crowe, doppiato in maniera magistrale da Luca Ward, vinse un Oscar e fu consacrato come divo del momento, ma la scena gliela ruba spesso il cattivissimo Phoenix. All’ottenimento dell’epica constribuisce non poco l’immortale colonna sonora di Hans Zimmer. Nel ruolo del figlio di Massimo si scorge Giorgio Cantarini, il bambino de La vita è bella di Benigni. Altri quattro premi Oscar: film, sonoro, costumi, effetti visivi. Le scene che mostrano i campi elisi e la tenuta in cui vive la famiglia di Massimo sono girate in Toscana (e si vede!).

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In difesa del Joker di Phillips e Phoenix

Sembra che il passatempo di molti, negli ultimi giorni, sia scrivere una recensione incattivita e altamente illuminante su Joker. Proliferano titoli come “Dieci motivi per cui Joker non è un capolavoro” (DIECI! Non uno di meno, non uno di più!), “Un film di una vacuità incredibile”, “Phillips e Phoenix vi hanno preso in giro” (svegliatevi, gombloddo!). Sorvolando sulla tuttologia digitale che ha dato la parola a chiunque e spronato chiunque a dire la propria opinione su qualunque cosa, vorrei soffermarmi su alcune delle critiche che molti hanno mosso al film di Phillips, film che a me è piaciuto molto e cui ho attribuito un voto di 4 su 5. Premetto che molte di queste critiche negative sono espresse da persone che a) dimostrano di non conoscere affatto la storia del cinema b) raramente argomentano le loro opinioni c) scrivono come se avessero la verità in tasca, additando come ERRATA qualsiasi opinione diversa dalla loro; tuttavia, queste persone godono in alcuni casi della stessa credibilità di cui godono critici scafati e titolati, dunque credo sia corretto cercare di rispondere. Anche perché più rispondo a queste persone più mi convinco che Joker sia, se non un capolavoro, un grande, grandissimo film.

È un plagio di Taxi Driver. A parte il fatto che lo stesso Taxi Driver prende dichiaratamente ispirazione da un altro film, anch’esso fino a quel momento considerato “intoccabile”, ovvero Sentieri Selvaggi di John Ford (a dichiararlo furono gli stessi Paul Schrader, autore della sceneggiatura, e Scorsese, regista del film); a parte il fatto che il film avrebbe dovuto essere prodotto da Scorsese, che comunque impresse la propria impronta sulla bozza della prima sceneggiatura; a parte questi due elementi, che già di per sé farebbero cadere ogni accusa, cosa possiede Joker di Taxi Driver? Sicuramente il discorso sull’alienazione, sicuramente quello sul bisogno di compiere un atto violento per affermare la propria esistenza, sicuramente c’è qualche scena che cita il film di Scorsese direttamente (un Joker davanti allo specchio ad esempio). D’accordo, ma tutto ciò fa di Joker un plagio? Più di quanto Il re Leone sia un plagio di Kimba – Il leone bianco? O di quanto Per un pugno di dollari lo sia di La sfida del samurai? Suvvia, siamo seri. Sarebbe come dire che Full Metal Jacket è un plagio di Ufficiale e gentiluomo perché parlano dello stesso tema. E pensate un po’, condividono pure una stessa battuta (“da questo luogo – quello natìo del soldato in questione, ndr. – sapevo provenissero solo tori e checche, tu le corna non le hai, il cerchio si restringe!”). Strano, non ho letto accuse di plagio a Kubrick.

La malattia mentale è trattata con sufficienza. Questa è una delle critiche che più si leggono, ed è anche quella meno motivata. In che modo il film tratta la malattia mentale con sufficienza? Quali sono i film che, invece, la trattano in maniera seria? Non mi sembra di aver visto nel film una sola scena che manchi di rispetto a chi soffre di malattie mentali. Anzi.

L’interpretazione di Phoenix non è così eccezionale. A parte un “e allora provateci voi” che viene quasi spontaneo, come si può definire insufficiente l’interpretazione di Phoenix? Riesce a far convivere sullo stesso volto riso e pianto, è dimagrito di parecchi chili e non teme di mostrare il proprio corpo avvizzito alla macchina da presa, trasformando il suo Joker in un essere inquietante ma sempre credibile, mai sovrumano o sovrannaturale. Uno sfigato sfigato, non uno sfigato “figo” come un Clark Kent o lo stesso Joker di Ledger. Qual è il vostro problema? Non volete dargli l’Oscar? E non dateglielo! Sapete quanti attori si sono visti soffiare la statuetta da gente che non la meritava e che oggi ci siamo già bell’e dimenticati?

Tutti i neri sono cattivi. Una delle più facilmente smontabili: non è vero. È un nero l’impiegato dell’istituto di igiene mentale che aiuta Arthur e cerca, sensibilmente, umanamente, di celargli il fatto che sia stato adottato; è nera la vicina di casa, uno dei pochi personaggi positivi del film (il fatto che non ami Arthur la rende cattiva? Ma siete seri? Alle elementari una ragazza vi ha detto NO e da quel momento chi vi rifiuta è una stronza?). È tutto vero, evidentemente: un italiano su tre non sa comprendere un testo che legge (a questo punto anche un testo audiovisivo).

Alla fine si patteggia per Joker. Anche qui ci sarebbe da discutere sulla malattia mentale, ma non su quella di Arthur, bensì su quella dei recensori: a fine film avete patteggiato davvero per Joker? Eravate contenti che esortasse una massa di derelitti ad uccidere la gente? Mi sa che avete un problema, anche più grosso del suo.

L’ambientazione anni ottanta decontestualizza le riflessioni e le priva di attualità. E invece è una scelta geniale: immaginatevi come sarebbe stato facile raccontare le umiliazioni che subisce Arthur ambientando il film oggi, ai tempi di Facebook e dei telefoni che filmano e fotografano. Qualcuno avrebbe fatto una foto ad Arthur picchiato, l’avrebbe buttata sui social, e lì lui sarebbe esploso. Invece Phillips fa esplodere la sua follia in un ambiente che è il “nonno” delle odierne aberrazioni social: quello di nostra signora televisione. Quella spregevole, che cerca il caso umano, lo compatisce, lo irride, lo sbatte ovunque e poi lo scarica. Ecco perché è un film attuale: non parla di come siamo, parla di quando abbiamo iniziato a diventare così.

Queste sono solo alcune delle critiche che ho letto in merito al film di Phillips. Non discuto sul gusto (un film può SEMPRE piacere o meno), ma sull’oggettività: ci sono cose OGGETTIVE che qualunque recensore dovrebbe conoscere. Ve ne dico una? La storia del cinema, ad esempio. Eppure sembra che oggi si possa recensire qualsiasi pellicola senza conoscere minimamente quello che c’è stato prima. O magari – cosa ancora peggiore – si cerca di distinguersi dalla massa facendo i bastiancontrari ad ogni costo: Joker è brutto perchè tutti dicono che è bello.

Poco importa, comunque: pubblico e critica (almeno una parte di essa) hanno detto la loro: e il responso è positivo.

Riccardo Poma

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