Harry Potter e il Principe Mezzosangue

(Harry Potter and the Half Blood Prince)harry_potter_e_il_principe_mezzosangue

Regia di David Yates

con Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Michael Gambon (Albus Silente), Jim Broadbent (Horace Lumacorno), Bonnie Wright (Ginny Weasley), Alan Rickman (Severus Piton), Tom Felton (Draco Malfoy), Maggie Smith (Minerva McGranitt) Matthew Lewis (Neville Paciock), Evanna Lynch (Luna Lovegood), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Jessie Cave (Lavanda Brown), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange).

PAESE: Gran Bretagna, USA 2009
GENERE: Fantastico
DURATA: 153′

L’oscuro signore è tornato, e Hogwarts deve fare i conti con un periodo di grande instabilità: in molti infatti tramano per far uscire di scena il vecchio e stanco Silente, che intanto però sta spingendo Harry a scoprire quale segreto nasconde il professor Lumacorno, che fu insegnante proprio di Voldemort e conosce informazioni che potrebbero aiutare i nostri a rintracciarlo e affrontarlo…

Sesto della saga ispirata ai libri di J. K. Rowling, sempre diretto da Yates e scritto da Steve Kloves. Immersi in atmosfere sempre più dark – forse sarebbe il caso di dire horror, si veda l’inseguimento nel campo di grano o il finale nella grotta – i protagonisti sono ormai dei giovani adulti e possiedono uno spessore psicologico notevole. Anche e soprattutto i cattivi. La logica narrativa latita e gli sviluppi della trama sono quantomeno arbitrari (i personaggi sono sempre tutti al posto giusto nel momento giusto), ma il film è pieno di trovate, ironia (soprattutto nella storia d’amore tra Ron e Lavanda e nel personaggio – bellissimo – della straLUNAta Luna Lovegood), e nonostante soffra dei difetti di qualsiasi film “di transizione” (quei film che nelle saghe non sono né il prologo e né l’epilogo), è godibile e coinvolgente. Il giovane attore che interpreta Tom Riddle undicenne è il nipote di Ralph Fiennes, assente in questo film ma presente nella saga nel ruolo di Voldemort (ovvero Riddle adulto). Gradito ingresso di Broadbent nel ruolo di Lumacorno.

Voto

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Harry Potter e l’ordine della Fenice

(Harry Potter and the Order of the Phoenix)edizione_speciale

Regia di David Yates

con Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Imelda Staunton (Dolores Umbridge), Matthew Lewis (Neville Paciock), Evanna Lynch (Luna Lovegood), Brendan Gleeson (Alastor Moody), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Ralph Fiennes (Lord Voldemort), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange), Tom Felton (Draco Malfoy), James Phelps (George Weasley), Oliver Phelps (George Weasley), Bonnie Wright (Ginny Weasley), Alan Rickman (Severus Piton), Michael Gambon (Albus Silente), Maggie Smith (Minerva McGranitt), Gary Oldman (Sirius Black).

PAESE: Gran Bretagna, USA 2007
GENERE: Fantastico
DURATA: 138′

Mentre il ministero della magia continua a negare l’esistenza di un redivivo Lord Voldemort, Harry si prepara con gli amici di sempre a lottare contro l’acerrimo nemico…

Quinto capitolo della saga, il primo diretto da David Yates che rimarrà regista del franchise fino alla fine. Sebbene le grandi trovate (ce ne sono parecchie) si esauriscano nella prima parte, il film ha ritmo, non conosce cedimenti, evita le ripetizioni inutili e racconta molto bene la deriva nazistoide del ministero della magia. Harry diventa più adulto e più umano, ma anche più arrogante e meno simpatico, mentre molti personaggi minori (come Neville Paciock, Ginny Weasley) acquistano uno spessore maggiore.  Nel solito cast stellare si fa sentire l’ingresso della Staunton, semplicemente magnifica nel tratteggiare un personaggio di cattiva tanto anomalo quanto memorabile, (non così) lontanamente ispirato alla regina d’Inghilterra. Fiennes sempre più grande nel ruolo di Voldemort.

Voto

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Harry Potter e il calice di fuoco

(Harry Potter and the Goblet of Fire)harry-potter-e-il-calice-di-fuoco-cover-locandina-2

Regia di Mike Newell

con Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Brendan Gleeson (Alastor Moody), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid), Robert Pattinson (Cedric Diggory), Ralph Fiennes (Lord Voldemort), Roger Lloyd Pack (Barty Crouch), Timothy Spall (Peter Minus), Tom Felton (Draco Malfoy), James Phelps (George Weasley), Oliver Phelps (George Weasley), Stanislav Ianevski (Victor Krum), Clémence Poésy (Fleur Delacour), Bonnie Wright (Ginny Weasley), Alan Rickman (Severus Piton), Michael Gambon (Albus Silente), Maggie Smith (Minerva McGranitt).

PAESE: Gran Bretagna, USA 2005
GENERE: Fantastico
DURATA: 157′

Giunti al quarto anno di studi presso la scuola di magia di Hoghwarts, Harry Potter e i suoi amici Ron ed Hermione lasciano l’infanzia e si ritrovano in piena adolescenza. Intanto però qualcuno trama alle loro spalle: Harry viene iscritto da qualcuno al torneo Tre Maghi, una serie di prove pericolosissime nelle quali capita pure di perdere la ghirba. Chi vuole far fuori l’occhialuto mago?

Ancora scritto da Steven Kovles, è il quarto capitolo della saga ideata dall’inglese J. K. Rowling. Si consolida la struttura da romanzo di formazione, coi tre protagonisti che entrano nel mondo degli adulti scoprendo cose come l’amore, il sesso, il senso di responsabilità, l’egoismo, la morte, ma il film è appagante soprattutto sul piano visivo e, soprattutto, su quello del ritmo, anche grazie ad una struttura che – finalmente! – non ricalca quella dei film precedenti (nessuna partita a Quidditch, nessuna incursione a casa dei perfidi zii). Sempre meno fiabesco e sempre più horror gotico, il film s’avvale di una regia virtuosa e capace e di effetti speciali d’alta classe. Finalmente fa la sua apparizione ufficiale il temibile Lord Voldemort, un grande Fiennes scheletrico e privo di naso. Altri attori noti che entrano nel già foltissimo cast: Brendan Gleeson (Alastor Moody), Miranda Richardson (la giornalista Rita Skeeter), David Tennant (futuro Doctor Who, nei panni di Barty Crouch Jr.) e Robert Pattinson (futura star di Twilight, nel ruolo di Cedric Diggory). Dopo aver musicato i primi tre, John Williams lascia a favore di Patrick Doyle. Senza dubbio uno dei migliori della serie.

Voto

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Veloce come il vento

(conosciuto anche col titolo internazionale Italian Race)

Regia di Matteo Rovere

con Matilda De Angelis (Giulia De Martino), Stefano Accorsi (Loris De Martino), Paolo Graziosi (Tonino), Lorenzo Gioielli (Ettore Minotti), Roberta Mattei (Annarella), Giulio Pugnaghi (Nico De Martino), Tatiana Luter (Eva).

PAESE: Italia 2016
GENERE: Drammatico, Sportivo
DURATA: 119′

A soli diciassette anni, Matilda De Angelis gareggia nel campionato italiano GT ed è a tutti gli effetti una giovane promessa. Quando il padre-manager muore, lei e il fratello minore sono costretti a riprendersi in casa il fratello maggiore Loris, ex pilota di rally tossicodipendente, cacciato di casa dieci anni prima dal padre…

Scritto dal regista con Francesca Manieri e Filippo Gravino (e ispirato lontanamente alla burrascosa esistenza del rallista Carlo Capone), è uno dei film più originali della stagione. Ambientato in una campagna emiliana che pare il profondo sud degli Stati Uniti, racconta il brivido del gareggiare come pochi altri. Al centro ci sono una famiglia sregolata decisamente lontana dagli stereotipi e una serie di temi – il dramma della tossicodipendenza, il disagio sociale e familiare italiano – trattati in maniera sincera, mai enfatica nè didattica. Le sequenze di corsa sono tre le migliori mai viste al cinema (LE migliori se ci si riferisce al solo cinema italiano), ma lo stile di Rovere colpisce soprattutto quando indugia sui momenti sospesi, sulle pause, sui silenzi. Lo aiutano, a questo proposito, le musiche funzionali di Andrea Farri e la fotografia ampollosa di Michele D’Attanasio. In questo sport movie girato come se fosse Blade Runner, si racconta che quello delle corse è uno degli ultimi mondi davvero meritocratici: non conta se sei donna, non conta la tua età (Matilde non ha nemmeno la patente!), il rispetto ce l’hai perché te lo sei guadagnato in pista, lottando alla pari con tutti gli altri. Uno dei migliori omaggi all’Emilia come terra di piloti (più del 50% dei piloti di auto e moto arriva da qui). Altri pregi sono il realismo recitativo, la sottile ironia, il coraggio di rivoltare gli stereotipi, la capacità di sorprendere non andando mai dove ci si aspetta. Accorsi, tornato al dialetto regionale degli esordi, è bravo ad andare sopra le righe senza sbracare nella macchietta, ma la scena gliela ruba spesso la giovane De Angelis (classe 1995). Un elogio agli ultimi (ai “disperati”, come recita la battuta migliore del film) come in Italia non se ne fanno più: bisogna sempre essere in qualche modo dei vincenti. Consigliato sia ai fan dei motori sia a chi non ha mai visto una gara. Sei David di Donatello strameritati: attore protagonista (Accorsi), fotografia, montaggio (Gianni Vezzosi), suono, effetti digitali, trucco (Luca Mazzoccoli).

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C’era una volta in America

(Once Upon a Time in America)america-1

Regia di Sergio Leone

con Robert De Niro (Noodles), James Woods (Max), Elizabeth McGovern (Deborah), William Forsythe (Cockeye), James Hayden (Patsy), Larry Rapp (Fat Moe), Tuesday Weld (Carol), Joe Pesci (Frankie Monaldi), Burt Young (Joe), Treat Williams (O’Donnell), Danny Aiello (Vincent Aiello), Darlanne Fluegel (Eve), Richard Bright (Chicken Joe).

PAESE: USA, Italia 1984
GENERE: Drammatico
DURATA: 229′ (251′)

Cronistoria dell’amicizia tra Noodles e Max, dagli anni ’20 (con due amici muovono i primi passi nella piccola criminalità newyokese del proibizionismo) ai primi anni ’30 (divenuti gangster di media taglia, gestiscono un locale clandestino e cercano di intrufolarsi nell’ambiente della politica), con un balzo al ’68 in cui il primo torna a New York dopo 35 anni, forse proprio per riincontrare l’ex amico dato per morto…

de-niroUltimo film di Leone, che vi lavorò per almeno dieci anni senza dedicarsi ad altro (la sua penultima regia, Giù la testa, è del 1971). All’uscita fu un mezzo fiasco, ma con gli anni ha conquistato parecchie generazioni fino a divenire, oggi, uno dei film più amati della storia del cinema. Le dinamiche dell’amicizia tra Noodles e Max si specchiano in un’America di sangue e miseria in cui il mito del selfmademan è rovesciato e votato al male e il sogno americano è soltanto un’illusione: come sottolinea la sequenza dello scambio di neonati, nascere poveri o ricchi è solo frutto del caso, tanto vale prendersi con la violenza tutto ciò che si può (anche le donne: Noodles sembra non conoscere approcio diverso dallo stupro). Non resta quindi che diventare piccoli gangsters, capricciosi e viziati come bambini anche da adulti, immorali perché semplicemente non conoscono la differenza tra bene e male. Ma è anche un film sul tempo che racconta il tempo come nessun altro, in cui il gigantismo e le dilatazioni temporali tipiche del regista assumono un significato ancor più profondo. Forse è più riuscito a livello poetico che a livello narrativo, ma va detto che se si prende per buona la teoria del sogno (il futuro non è che una proiezione mentale dello stesso Noodles) la scelta potrebbe anche rivelarsi coerente allo scopo.

cera_una_volta_in_americaLeone cita il tutto cinema del novecento ma non copia nessuno, cerca (trovandolo) il lirismo e raggiunge – nonostante il cambio di formato, dal 2,35 dei western all’1,85 – lo zenit di uno stile personale e ricercatissimo fatto di maniacale attenzione ai dettagli, sinuose carrellate, vertiginosi stacchi temporali. Nei western il primo piano serviva a creare la suspense, qui diventa esplorazione dell’io, tentativo di comprendere, osservando i volti, le emozioni umane. E l’affresco epico coesiste con l’introspezione, la Storia (quella con la S maiuscola) con le storie di tutti noi. Qualche difetto: la misoginia di fondo, anomala considerato il ruolo della donna in C’era una volta il West; la nostalgia, un po’ deprecabile, verso un ’33 violento ma poetico e un ’68 pieno di degrado e gentaglia per le strade; alcuni buchi di sceneggiatura (possibile che Noodles non abbia mai visto in faccia il governatore Bailey?). Qualcuno ha parlato anche di personaggi poco approfonditi, ma in realtà si tratta di una scelta che può essere funzionale al messaggio: Noodles e Max acquistano spessore solo da vecchi, ovvero quando il secondo vorrebbe morire ma il primo si rifiuta di ucciderlo: lì, e solo lì, dinnanzi a quella scelta, sono diventati grandi. Nel bene e nel male, Leone ha rinnovato un genere che sembrava perduto e ha aperto la strada, influenzandoli, ad una serie di nuovi capolavori (almeno da Scorsese in poi) in cui il gangster ha saputo sbilanciarsi verso il melodramma.

screen02La storia è tratta dal romanzo di Harry Grey The Hoods (1952), adattata da Leone con Benvenuti, De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini. Straordinari i contributi tecnici: dalla fotografia di Tonino Delli Colli al montaggio di Nino Baragli, dalle scenografie di Carlo Simi (scovate a Brooklyn, in New Jersey, Florida, Canada, Parigi, Roma, Venezia) ai costumi di Gabriella Pescucci, fino ad arrivare agli immortali temi composti da Ennio Morricone. La Deborah adolescente è interpretata da un giovanissima Jennifer Connelly. La versione italiana del film durava 229′, quella statunitense (voluta dal produttore e rifiutata dal grande pubblico) appena 139′. La versione DVD del 2003 corrisponde a quella voluta da Leone ma è ridoppiata (Stefano De Sando al posto di Ferruccio Amendola, Luca Ward al posto di Sergio Fantoni). Nel 2012 i figli di Leone hanno curato una versione estesa di 251′ in cui appaiono molte scene all’epoca tagliate (come quella – bellissima – in cui Noodles va a vedere lo spettacolo con Deborah nelle vesti di Cleopatra) e viene riproposto il doppiaggio originale. È quest’ultima la versione da vedere. Molti premi ma nemmeno un Oscar, la prova che agli americani ancora non andava giù l’atto sacrilego di Leone (perché un italiano dovrebbe raccontare gli States “da dentro”?).

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Giù la testa

Regia di Sergio Leonegiu_la_testa

con Rod Steiger (Juan Miranda), James Coburn (John Mallory), Romolo Valli (dottor Villega), Antoine Saint-John (colonnello Gunther Reza), Franco Graziosi (governatore Jaime), Rik Battaglia (Santerna), David Warbeck (Nolan), Vivienne Chandler (fidanzata di John), Goffredo Pistoni (padre di Juan), Corrado Solari (Napoleone), Maria Monti (passeggera), Jean Rougeul (il reverendo).

PAESE: Italia, Spagna, USA 1971
GENERE: Avventura
DURATA: 151’

Messico, 1913. Durante la rivoluzione, il bandito Juan Miranda cerca di sfruttare le doti del dinamitardo dell’IRA Mallory per rapinare una banca. Diventerà suo malgrado un eroe della rivoluzione, e guiderà la rivolta contro il governatore Jaime…

Per il suo penultimo film (l’ultimo, C’era una volta in America, uscirà ben 13 anni dopo) Leone abbandona l’ovest, si sposta nel Messico di Pancho Villa e firma la sua opera più esplicitamente politica, aperta da una citazione di Mao (“la rivoluzione non è un pranzo di gala”) e pregna di significati che ne fanno anche un apologo sul sessantotto (memorabile l’intro che rilegge la diligenza fordiana in odor di contestazione). Ingiustamente sottovalutato, considerato un Leone minore, è in realtà uno dei suoi prodotti più innovativi e attuali, tra quelli che meglio hanno superato la prova del tempo. La regia si fa meno compiaciuta, le dilatazioni temporali meno eccessive e il film ci guadagna in ritmo e scorrevolezza. Il primo piano non serve più a creare suspense, ma ad osservare da vicinissimo gli uomini sottolineandone le brutture fisiche e le discendenze scimmiesche. Politicamente scorretto, a tratti molto divertente, è anche e soprattutto un western crepuscolare che mette la parola fine alle epopee leoniane dei cowboy. Non a caso, l’eroe senza macchia e senza paura gira su una moto invece che su un cavallo. Leone lo aveva scritto per Sam Peckinpah, ma Steiger e Coburn (straordinari, il primo istrione senza freni e il secondo mirabilmente sotto le righe) insistettero affinché lo dirigesse lui. Scritto dal regista con Sergio Donati e Luciano Vincenzoni, montato da Nino Baragli, musicato dal solito Morricone con l’immortale tema Sean Sean. Il futuro regista Antonio Margheriti cura invece gli effetti speciali. Basterebbe un personaggio come quello del colonnello Gunther Reza per capire che Leone era almeno vent’anni in anticipo sulla nascita del pulp. Chapeau. La censura non permise alla produzione di chiamare il film Giù la testa, coglione come voleva il regista. Titolo americano: A fistful of Dynamite.
Voto

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Aquarius – Stagione 1

(Aquarius)

aquariusRegia di registi vari

con David Duchovny (Sam Hodiak), Grey Damon (Brian Shafe), Gethin Anthony (Clarles Manson), Emma Dumont (Emma Karn), Claire Holt (Charmain Tully), Michaela McManus (Grace Kern), Brian F. O’Byrne (Ken Karn), Chance Kelly (Cutler), Ambyr Childers (Sadie), Milauna Jackson (Kristin Shafe), David Meunier (Roy), Jodi Harris (Opal).

PAESE: USA 2015
GENERE: Poliziesco
DURATA: 40′ a episodio (13 episodi)

Hollywood, 1967. Lo scafato detective Hodiak della omicidi cerca di rintracciare la figlia adolescente di una sua ex, moglie di un pezzo grosso della politica. Con l’aiuto del suo giovane partner Shafe (che lavora sotto copertura su un massiccio traffico di droga e ha sposato una donna di colore), scopre che la giovane è stata plagiata da Charles Manson, carismatico musicista che gestisce una comune hippy per nascondere alcuni loschi affari. Attorno a loro, l’America conosce grossi mutamenti tra tensioni razziali, nascenti proteste contro la guerra in Vietnam, politici corrotti che spianano la strada a politici di dubbia moralità…

glassesjpgIdeata da John McNamara per NBC, una notevolissima serie poliziesca che racconta un periodo molto particolare per la società USA. Pur significative come apologo sulla banalità del male, le vicende di Manson e adepti non sono che un pretesto per puntare all’affresco d’epoca e riflettere su temi caldi come il razzismo, i diritti civili, il sessismo, l’omofobia, la guerra, il potere della stampa. Mentre avanza il canovaccio inerente a Manson (che porterà, nella seconda stagione, alla fedele ricostruzione del suo delitto più noto), Hodiak e Shafe affrontano molti casi narrativamente minori ma emblematici a livello socio-politico. Duchovny, servito da dialoghi fantastici, centra un altro personaggissimo dopo il Mulder di X-Files e l’Hank Moody di Californication: cinico, disilluso ma perennemente con la battut(on)a pronta, picchia duro ma è anche mosso da una forte fibra morale che nasconde il pensiero degli autori. Bei personaggi, ottima sceneggiatura e la capacità di scagliarsi contro qualunque tipo di pregiudizio senza mai diventrare retorico o, peggio, demagogico. Notevole Anthony nel dare verità al suo Manson, per la prima volta rappresentato non “soltanto” come uno psicopatico ma come uno psicopatico affabulatore, freddo, calcolatore, capace di una raffinata intelligenza criminale. L’ottima fotografia da alla serie il tono di una vecchia cartolina sbiadita, la straordinaria colonna sonora (pensate a una canzone in voga nei ’60? C’è!) rapisce e convince. Nonostante uno stile classico e tutto sommato lineare – in controtendenza con le mode delle serie TV di oggi – è un prodotto fatto davvero molto, molto bene. Non tutto ciò che viene narrato è credibile, ma che classe! La seconda stagione sarà anche l’ultima. Peccato.

Voto

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