Jungle Fever

(Jungle Fever)

Regia di Spike Lee

con Wesley Snipes (Flipper Purify), Annabella Sciorra (Angela Tucci), Samuel L. Jackson (Gator Purify), Spike Lee (Cyrus), Ossie Davis (dottor reverendo Purify), Ruby Dee (Lucinda Purify), John Turturro (Paulie Carbone), Anthony Quinn (Lou Carbone), Frank Vincent (Mike Tucci), Lonette McKee (Drew Purify), Tim Robbins (Jerry), Brad Dourif (Leslie), Michael Badalucco (Botz).

PAESE: USA 1991
GENERE: Drammatico
DURATA: 96′

Rampante avvocato nero di Harlem con moglie e figlia inizia una relazione con la sua segretaria italo-americana. Le rispettive famiglie non glielo perdonano. Passata la febbre della giungla, torneranno entrambi nei ranghi.

Quinto film di Lee, uno dei più sottovalutati nonostante appaia, ancora oggi, come uno dei più riusciti, potenti e attuali. Parla di razzismo – dei bianchi verso i neri, ma soprattutto dei neri verso i bianchi – mettendo a nudo la stupidità degli stereotipi sugli uni e sugli altri; riflette su quanto la parità dei sessi sia difficile da raggiungere più per questioni culturali che sociali; racconta la diffusione della droga negli ambienti poveri e dimenticati dallo stato (terribile la sequenza in cui Flipper va cercare il fratello tossico-dipendente in una comune di drogati, unico ambiente del film in cui neri e bianchi vanno d’accordo). Il finale, che si ricollega a quello di Fa la cosa giusta, ricorda quanto l’integrazione sia ancora un’utopia, e non per colpa dei “soliti” bianchi: a troncare la storia d’amore è proprio Flipper, incapace anche solo di pensare di avere un figlio mulatto, mentre gli unici due personaggi positivi del film (il Paulie di Turturro e la Angie della Sciorra) sono italo-americani. Regia originale e frizzante, fotografia (di Ernest Dickerson) assolata e funzionale agli stati d’animo dei personaggi, belle musiche di Terence Blanchard con canzoni di Stevie Wonder. Piccole parti per Queen Latifah (la cameriera razzista), Veronica Webb (un’amica di Angie) e Halle Berry (Vivian, l’amica tossica di Gator). Saranno famose. Dedicato a Yusef Hawkins, giovane afroamericano morto nel 1990 a Brooklyn in circostanze assurde. Jackson si portò a casa il premio per il miglior attore non protagonista al Festival di Cannes.

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Lady in the Water

(Lady in the Water)

Regia di M. Night Shyamalan

con Paul Giamatti (Cleveland Heep), Bryce Dallas Howard (Story), Jeffrey Wright (Mr. Dury), Bob Balaban (Harry Farber), Sarita Choudhury (Anna Ran), Cindy Cheung (Young-Soon Chi), M. Night Shyamalan (Vick Ran), Freddy Rodriguez (Reggie), Noah Gray-Cabey (Joey Dury), Jared Harris (uno dei fumatori).

PAESE: USA 2006
GENERE: Fantastico
DURATA: 110′

Filadelfia. Il mite custode di un residence trova una ninfa nascosta nella piscina. Aiutato dagli altri inquilini cerca un modo per farla tornare nel suo mondo, ma un essere mostruoso sembra volerglielo impedire…

Ispirandosi a una serie di storie da lui stesso inventate per fare addormentare i figli, Shyamalan spiazza tutti con un film anomalo in bilico tra horror e fantasy, tra la favola dolce e il gioco di ruolo. Per prenderlo sul serio si richiede una sospensione dell’incredulità decisamente elevata, ma più della trama – sgangherata e difficile da seguire – conta la trovata dei condomini che si alleano, leggibile anche come riflessione critica sull’America post 11 settembre: invece che chiudersi in sé stesso additando il vicino come nemico (in perfetto stile Bush), Cleveland si apre agli altri ottenendo solidarietà, aiuto e collaborazione. Ed è emblematico – e pure coraggioso – che la risoluzione del problema arrivi dall’incontro di personaggi molto diversi per religione, etnia, estrazione sociale. Troppo ottimista? Forse, ma ci sembra ingeneroso fargliene una colpa. Regia originale e ben lontana dai cliché hollywoodiani (ci sono pochissimi controcampi, soprattutto nelle scene in cui li si aspetta), senso dell’inquadratura notevole e un gusto del racconto mirabile anche quando viaggia sull’orlo del ridicolo involontario. Come se avesse intuito la bocciatura della critica (poi effettivamente arrivata), Shyamalan fa fare una brutta fine soltanto al borioso critico cinematografico interpretato da Balaban. Flop anche al botteghino, decisamente immeritato. Interessante accompagnamento musicale del grande James Newton Howard.

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Domani è un altro giorno

Regia di Simone Spada

con Valerio Mastandrea (Tommaso), Marco Giallini (Giuliano), Anna Ferzetti (Paola), Andrea Arcangeli (Leo), Jessica Cressy (Sophie), Barbara Ronchi (Caterina), Stefano Fregni (l’oncologo), Pietro Ragusa (il padre di Sasha), Alessandra Carrillo (la mamma di Sasha), Fabrizia Sacchi (Gloria).

PAESE: Italia 2019
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 108′

Dal Canada, dove vive con moglie e due figli, il mite Tommaso torna a Roma per dire addio all’amico Giuliano, attore di teatro egocentrico e sfrontato, malato di cancro all’ultimo stadio che rifiuta di continuare la chemioterapia…

Remake italiano di Truman, film spagnolo del 2015 diretto da Cesc Gay, riadattato da Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. Una commedia dolceamara in odore di morte che non aggiunge molto al filone del cancer movie ma che si fa apprezzare per le superbe performance di Mastandrea a Giallini, amici anche nella vita, capaci di una sintonia incredibile nonostante stili recitativi molto diversi: il primo lavora per sottrazione, affidando tutto ai silenzi, alla mimica facciale, e osservando gli eventi in maniera solo apparentemente passiva; il secondo va spesso sopra le righe, lasciando scatenare la sua romanità verace e il suo cinismo tanto lucido quanto irresistibile. Si completano, sono uno la spalla dell’altro. Film d’attori? Può darsi, ma non solo: la regia di Spada è abile ad assecondare i loro tempi comici (e drammatici) e le loro improvvisazioni, mentre la sceneggiatura ha il merito di non scivolare nel lacrimoso e, cosa rara per il cinema italiano degli ultimi anni, di evitare accuratamente parentesi farsesche. Si ride (molto), si riflette, ci si commuove. Cameo di Renato Scarpa nei panni del direttore del teatro. La celebre canzone di Ornella Vanoni che dà il titolo al film si sente soltanto nei titoli di coda, cantata da Noemi.

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The Factory – Lotta contro il tempo

(The Factory)

Regia di Morgan O’Neill

con John Cusack (Mike Fletcher), Jennifer Carpenter (Kelsey), Dallas Roberts (Carl), Mae Whitman (Abby), Sonya Walger (Shelley), Mageina Tovah (Brittany), Katherine Waterston (Lauren), Gary Anthony Williams (Darryl).

PAESE: USA, Canada, Francia 2012
GENERE: Thriller
DURATA: 108′

Il detective Mike Fletcher sta indagando su un serial killer che rapisce e uccide prostitute. Quando il malvagio rapisce sua figlia, passa a metodi poco ortodossi per ritrovarla prima che capiti il peggio…

Scritto da Eric Heisserer ispirandosi, a quanto dice la locandina, ad eventi realmente accaduti, è un pessimo thriller poliziesco senza idee e senza stile che vorrebbe volare alto ma finisce con l’essere meno interessante di un qualsiasi episodio di C.S.I. L’immancabile sorpresa finale rende tutto ciò che si è visto fino a quel momento terribilmente inverosimile, mentre Cusack passa tutto il film a menare le mani e a fare una serie di cose stupide, il tutto senza mai cambiare espressione: davvero ammirevole. Negli Stati Uniti e in Canada è passato fugacemente nelle sale, da noi è arrivato direttamente su Sky e per l’Home Video.

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Darkman

(Darkman)

Regia di Sam Raimi

con Liam Neeson (Peyton Westlake/Darkman), Frances McDormand (Julie Hastings), Colin Friels (Louis Strack Jr.), Larry Drake (Robert G. Durant), Nelson Mashita (Yakitito), Jessie Lawrence Ferguson (Eddie Black), Rafael H. Robledo (Rudy Guzman), Dan Hicks (Skip), Ted Raimi (Rick).

PAESE: USA 1990
GENERE: Horror
DURATA: 96′

Banda di malavitosi in combutta con un industriale fa saltare in aria il laboratorio del dottor Westlake, esperto nella creazione di pelle artificiale. Orribilmente ustionato, si vendica dei responsabili assumendone le sembianze.

Scritto da Raimi col fratello Ivan, Chuck Pfarrer, Daniel e Joshua Goldin, un divertente fumettone horror in bilico tra Frankenstein e Il fantasma dell’Opera, burtoniano nell’ambientazione gotica e notturna (il commento musicale è del burtoniano Danny Eflman) e nello stile pop incline al grottesco, ma estremamente godibile e originale nell’uso sfacciato dell’ironia e nella ricchezza delle trovate visive, che spesso snobbano gli effetti speciali e sfruttano esclusivamente il potere arcaico di regia e montaggio. Nonostante lo spirito goliardico non manca, soprattutto nella parte centrale, di momenti sinceramente drammatici. Preziosa fotografia di Bill Pope, ottima prova dei due protagonisti. Camei di John Landis e – ovviamente – Bruce Campbell, alias Ash ne La casa. Due seguiti mediocri destinati direttamente all’home video, entrambi orfani di Neeson, McDormand e Raimi. Generò anche una serie a fumetti.

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Colazione da Tiffany

(Breakfast at Tiffany’s)MPW-13149

Regia di Blake Edwards

con Audrey Hepburn (Holly Golightly), George Peppard (Paul Varjak), Patricia Neal (Liz), Bubby Ebsen (“Doc” Golightly), Martin Balsam (O. J. Berman), Mickey Rooney (sig. Yunioshi), Dorothy Whitney (Mag Wildwood), José Louis de Vilallonga (José De Silva), Stanley Adams (Rusty Trawler), Alan Reed (Sally Tomato).

PAESE: USA 1961
GENERE: Commedia romantica
DURATA: 115′

A New York incontro tra la bella e ingenua Holly, che vuole sposare un milionario e intanto fa “l’accompagnatrice” di uomini di mezza età, e lo scrittore Paul Varjak, mantenuto da una donna più vecchia di lui. Ogni mattina lei va a fare colazione davanti alle vetrine di Tiffany’s, sognando una vita migliore.

Ottavo film di Edwards, scritto da George Axelrod e tratto dal romanzo omonimo (1958) di Truman Capote che non approvò né le scelte di cast (voleva Mariliyn Monroe nei panni di Holly) né le modifiche apportate per adattare la storia alle regole dell’entertainment USA (come l’inserimento di un lieto fine). Nonostante questo, è una commedia frizzante che garantì alla Hepburn lo status di icona pop e che colpisce ancora oggi per lo spirito cinico e dissacrante, soprattutto verso l’alta società newyorkese regolata da sesso e soldi. Inaugurò l’ultima fase del cinema americano classico, di cui rimane – sia a livello stilistico che di scrittura – uno dei manifesti più rappresentativi. Sotto la scorza della commedia non mancano riflessioni profonde sulla solitudine esistenziale e l’incomunicabilità di questi tempi nostri, che Edwards racconta con lucido disincanto ma senza mai rinunciare alla pietas che da sempre contraddistingue il suo cinema (si veda lo sguardo che pone su Doc, il marito anziano di Holly). Bellissime le atmosfere metropolitane, valorizzate dalla fotografia ovattata di Franz F. Planer e dallo strepitoso accompagnamento musicale di Henry Mancini in cui spicca la splendida Moon River (scritta con Johnny Mercer e premiata con l’Oscar). Anche se la vera forza del film è lei, la piccola e dolce Audrey, semplicemente perfetta, elegantissima sia con gli occhialoni e gli abiti di Givenchy che con indosso soltanto una camicia da uomo. Film datato e noiosetto? Può darsi, ma pur sempre delizioso.

Voto

 

Pubblicato in 1895 - 1970, Genere Commedia, Genere Sentimentale | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dragonheart

(Dragonheart)

Regia di Rob Cohen

con Dennis Quaid (Bowen), David Thewlis (Re Einon), Pete Postlethwaite (Fratello Gilbert di Glockenspur), Dina Meyer (Kara), Jason Isaacs (Felton), Brian Thompson (Brok), Julie Christie (Regina Aislinn), Wolf Christian (Hewe), Terry O’Neill (Redbeard).

PAESE: USA 1996
GENERE: Fantastico
DURATA: 103′

Agli albori dell’anno mille, la storia dell’amicizia tra un drago, ultimo della sua stirpe, e un cavaliere disilluso che di mestiere fa l’ammazzadraghi. Il loro destino è legato indissolubilmente al perfido Re Einon, che anni prima fu salvato dal drago quando il cavaliere ne era il tutore…

Scritto da Charles Edward Pogue, un’ottimo esempio di cinema di intrattenimento che mescola con abilità atmosfere medievali, avventura cavalleresca e suggestioni fantasy. Rivoltando anche gli stereotipi: il drago è buono, mentre il male germoglia negli uomini. Apprezzabile il disegno dei personaggi, colma di trovate e spesso ironica la sceneggiatura, funzionale la regia. Ci si diverte, ci si appassiona, quasi quasi ci si commuove. Certo, il target rimangono i ragazzini (ci sono centinaia di spadate e non una goccia di sangue), ma nonostante tutto il film appassiona e avvince fino alla fine. E non manca – come quando racconta la scarsa attitudine alla ribellione dei sudditi – di azzeccate riflessioni sulla diversità e sulla paura. Il drago è doppiato da Sean Conney nella versione originale e da Gigi Proietti in quella italiana. Musiche a tema di Randy Edelman. Girato in Slovacchia.

Pubblicato in 1971 - 2000, Genere Fantastico | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento