Tron

(Tron)

Regia di Steven Lisberger

con Bruce Boxleitner (Alan Bradley/Tron), Jeff Bridges (Kevin Flynn/CLU), David Warner (Ed Dillinger/Sark), Cindy Morgan (Lora/Yori), Bernard Hughes (Dottor Walter Gibbs), Dan Shor (Ram), Peter Jurasik (Crom).

PAESE: USA 1982
GENERE: Fantascienza
DURATA: 96′

Mentre lotta contro la grande azienda che ha rubato le sue creazioni, un giovane programmatore di videogiochi si ritrova intrappolato in una realtà virtuale controllata da un potente computer sfuggito al controllo umano…

Prodotto dalla Disney, è il primo film di fantascienza a raccontare la realtà virtuale e uno dei primi a utilizzare in maniera massiccia la CG. Oggi fa sorridere, ma quando uscì nelle sale fece scalpore per lo stile visivo all’avanguardia. E se alcuni temi che propone erano già stati affrontati altrove e meglio (come quello del computer che acquista coscienza e si ribella al proprio creatore – 2001: odissea nello spazio era uscito quattordici anni prima!), altri – come la possibilità di crearsi un alter ego virtuale – hanno fatto scuola e sono diventati elementi tipici della sci-fi venuta dopo. La prima parte coinvolge e diverte, la seconda annoia, proprio come un qualunque videogame. Due nomination agli Oscar (costumi e sonoro) e alcuni elementi di design (come le motociclette Light Cycle) divenuti cult. Le musiche sono di Wendy Carlos (Arancia meccanica, Shining). Un tardivo seguito nel 2010, ancora interpretato da Bridges e Boxleitner.

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Lupin III – Il castello di Cagliostro

(Ruban Sansei – Kariosutoro no shiro)

Regia di Hayao Miyazaki

PAESE: Giappone 1979
GENERE: Animazione
DURATA: 100′

Dopo aver rapinato un Casinò di Montecarlo con una Fiat 500 gialla, il ladro Lupin e il fido Jigen si mettono sulle tracce di un abile falsario che tiene segregata una giovane ragazza in un castello nello staterello di Cagliostro…

Primo lungometraggio diretto da Hayao Miyazaki, già animatore della serie televisiva basata sul ladro gentiluomo ideato da Monkey Punch (pseudonimo di Kazuhiko Kato) nel 1967. Nonostante gli immancabili limiti imposti dal franchise e il lavoro su un personaggio altrui, il talento di Miyazaki viene a galla nei momenti lirici e teneri, nel gusto visivo steampunk di luoghi, mezzi e personaggi, nei dialoghi e nelle gag spesso esilaranti (tutte quelle con protagonista Jigen sono da applausi). Memorabile l’inseguimento iniziale con la 500 e la 2 Cavalli. Oltre a Lupin e a Jigen, vi appaiono lo spadaccino Goemon, la furba Fujiko e l’instancabile ispettore Zenigata, tutti volti conosciuti anche in Italia (da noi la serie arrivò nel 1979, anno di uscita di questo film). Da vedere.

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Che fine ha fatto Baby Jane?

(What ever happened to Baby Jane?)

Regia di Robert Aldrich

con Bette Davis (Jane Hudson), Joan Crawford (Blanche Hudson), Maidie Norman (Elvira, la domestica), Victor Buono (Edwin Flagg, il musicista), Anna Lee (Mrs. Bates), Barbara Davis Hyman (la figlia di Mrs. Bates), Marjorie Bennett (Dehlia Flagg), Robert Cornthwaite (dottor Shelby).

PAESE: USA 1962
GENERE: Thriller
DURATA: 137′

Nel 1919 la piccola Baby Jane Hudson è una bambina prodigio che canta e danza riempiendo i teatri di tutta America. Quindici anni dopo, ad essere sulla cresta dell’onda è sua sorella Blanche, diva del cinema. Un drammatico incidente rende instabile Jane e costringe Blanche su una sedia a rotelle. Divenute anziane, vivono segregate in una villa coltivando un rapporto simbiotico malato che porta Jane alla follia…

Dal romanzo (1960) di Henry Farrell, adattato da Lukas Heller, un thriller psicologico perverso e inquietante che ha fatto scuola. Nonostante echi di Welles (la costruzione dell’inquadratura che sfrutta la profondità di campo, il barocchismo scenografico, l’espressionismo luministico, le riprese dal basso per “schiacciare” le protagoniste contro i soffitti e trasmettere l’atmosfera claustrofobica) e Hitchcock (il tema del doppio, enfatizzato dai continui giochi di specchi, la figura della vicina di casa impicciona), il suo parente più stretto è probabilmente Viale del tramonto (1950) di Wilder: per il gioco meta-cinematografico (i vecchi film con protagoniste Jane e Blanche sono veri vecchi film della Davis e della Crawford), per lo sguardo caustico sul mondo dello spettacolo, per l’ambigua costruzione dei rapporti tra personaggi (una vecchia che vive nei miti del passato ritrova la vita grazie ad un giovane che, tuttavia, è più interessato ai soldi che a lei), per il finale in cui la protagonista si cimenta in un ultimo, surreale numero.

Dalla sua Aldrich ci mette l’asciuttezza registica (la suspense è memorabile, e spesso è ottenuta con niente), l’attitudine al macabro e al gran guignolesco e un senso del fotogramma davvero ammirabile. La sua è una riflessione amara: il sogno del successo è diventato a tutti gli effetti un incubo. La storia non sempre risulta credibile, ma che tiro! Tiene incollati allo schermo per più di due ore, e rimane ancora oggi un film di grande modernità, soprattutto stilistica. Il colpo di scena finale – assolutamente geniale – è più ambiguo di quanto sembri. Straordinarie performance delle due attrici di testa, soprattutto della Davis che ci regala uno dei personaggi femminili più inquietanti della storia del cinema. Fu nominato a ben cinque premi Oscar ma vinse soltanto quello per i migliori costumi. Il film con la Crawford che si vede in TV è Tormento (1934) di Clarence Brown, quello con la Davis che guardano i produttori è Uomini nello spazio (1933) di Alfred E. Green. Un dimenticabile remake televisivo nel 1991 con le sorelle Redgrave. Nel 2017 è uscita invece Feud, una serie TV di otto puntate che racconta la realizzazione del film e la rivalità professionale tra la Crawford (interpretata da Jessica Lange) e la Davis (Susan Sarandon). Memorabile.

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I vitelloni

Regia di Federico Fellini

con Franco Interlenghi (Moraldo Rubini), Franco Fabrizi (Fausto Moretti), Alberto Sordi (Alberto), Leopoldo Trieste (Leopoldo), Riccardo Fellini (Riccardo), Eleonora Ruffo (Sandra Rubini), Jean Brochard (Francesco Moretti), Claude Farell (Olga), Carlo Romano (Michele, l’antiquario), Achille Majeroni (Sergio, il capocomico), Silvio Bagolini (Giudizio), Lida Baarova (Giulia, la moglie di Michele), Lilia Landi (sé stessa).

PAESE: Italia, Francia 1953
GENERE: Commedia drammatica
DURATA: 108′

In una piccola cittadina di provincia (Rimini?), le vicissitudini di cinque amici nullafacenti e figli di papà: l’introverso Moraldo, che sembra soffrire il clima di ipocrisia che si respira un po’ ovunque; il donnaiolo Fausto, che mette incinta Sandra (sorella di Moraldo) ma continua a fare il cascamorto con tutte; l’acculturato Leopoldo, che scrive commedie teatrali; l’infantile Alberto, capace solo di scherzi; il mondano Riccardo, che sogna un futuro nella musica.

Scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, uno spaccato autobiografico malinconico e disincantato che racconta, in maniera talvolta distaccata talvolta partecipata, l’immutabilità della vita di provincia. Si salva davvero solo chi fugge? Forse. Chi resta (come Leopoldo, l’artista del gruppo) è destinato, se non al fallimento, ad un inconcludente stagnamento. Privo di una vera e propria trama, il film procede per quadri distinti e fortemente simbolici, indagando la quotidianità dei vitelloni ma non disdegnando le parentesi oniriche, peraltro tipiche del cinema felliniano a venire (la mattinata dopo il carnevale, l’esposizione in spiaggia della statua rubata, la fuga verso il mare di Lepoldo col capocomico). Secondo molti è, se non il migliore, il film più sincero e personale di Fellini. La voce del narratore è di Riccardo Cucciolla, mentre Fabrizi è doppiato nientemeno che da Nino Manfredi. L’ultima battuta di Interlenghi (e del film) è doppiata dallo stesso Fellini per rimarcare la dimensione autobiografica del personaggio. Il termine vitellone non è romagnolo ma tipico di Pescara, città di Flaiano che scrisse il soggetto del film pensandolo ambientato dalle sue parti. Entrata nell’immaginario comune la scena in cui Sordi, transitando in auto presso un cantiere, spernacchia i lavoratori facendo il gesto dell’ombrello. Musiche di Nino Rota. Leone d’Argento a Venezia 1953. Memorabile.

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Chernobyl

(Chernobyl)

Regia di Johan Renck

con Jared Harris (Valerij Alekseevic Legasov), Stellan Skarsgard (Boris Shcherbina), Emily Watson (Ulana Khomyuk), Paul Ritter (Anatoly Dyatlov), Jessie Buckley (Lyudmilla Ignatenko), Adam Nagaitis (Vasily Ignatenko), Con O’Neill (Viktor Bryukhanov), Adrian Rawlins (Nikolai Fomin), Barry Keoghan (Pavel Gremov), Sam Troughton (Akimov), Robert Emms (Toptunov).

PAESE: USA, Gran Bretagna 2019
GENERE: Drammatico
DURATA: Cinque episodi da 60′ – 72′

La notte del 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza, esplode il nocciolo del reattore n° 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina (ai tempi sotto l’Unione Sovietica). Mosca minimizza l’accaduto, ma la commissione istituita per indagare sul disastro, capeggiata dal professor Valerij Legasov, scopre che occorre agire subito per evitare una catastrofe ben peggiore che potrebbe coinvolgere non soltanto l’Ucraina e la Russia, bensì il mondo intero…

Prodotta da HBO e Sky, una miniserie in cinque episodi che ripercorre, in maniera molto realistica e fedele ai fatti, la storia del più grave incidente nucleare della storia. Basato sui resoconti degli abitanti di Prip’jat, raccolti dalla scrittrice Svetlana Alexievich nel libro Preghiera per Chernobyl, ma anche sugli atti dei processi e sulle migliaia di pagine redatte dalla comunità scientifica mondiale, è un viaggo all’inferno che lascia esterrefatti, scossi, emotivamente distrutti. Anche perché, eccezion fatta per qualche rar(issim)a e perdonabile aggiunta “drammatica”, tutto ciò che mostra è assolutamente VERO. Riesce ad avere la suspense di un thriller senza mai sprofondare nel sensazionalismo; ricostruisce gli eventi in maniera precisa senza mai cedere all’enfasi oratoria o nalla retorica; lungo i cinque episodi dipinge una lucida parabola sugli abomini del potere e, più in generale, sulla verità. E sul perché, spesso, l’uno e l’altra fatichino ad andare d’accordo.

Girata in Lituania, tra i sobborghi di Vilnius (scelti per la loro architettura “sovietica”) e la centrale nucleare in disuso di Ignalina (molto simile a quella di Chernobyl), la serie vanta una regia sobria ed originale (memorabile il pianosequenza sul tetto del reattore, ma sono molti i passi da scuola del cinema – esatto, “cinema”, non “televisione”) e una sceneggiatura impeccabile che raramente cede agli stereotipi o al facile melodramma. Straordinarie prove di Harris, Skarsgard e della Watson, l’unica alle prese con un personaggio inventato (che racchiude in sé il lavoro di decine di scienziati diversi). L’ideatore della serie Craig Mazin è diventato famoso negli ultimi anni per le sceneggiature di Scary Movie 4, Superhero, Una notte da leoni 2 e 3: degustibus, ma con questa Chernobyl ha fatto un notevole passo avanti. Da far vedere nelle scuole, ma solo ai più grandini. Da vedere.

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Una calibro 20 per lo specialista

(Thunderbolt and Lightfoot)

Regia di Michael Cimino

con Clint Eastwood (Thunderbolt), Jeff Bridges (Lightfoot), George Kennedy (Red Leary), Geoffrey Lewis (Goody), Catherine Bach (Melody), Burton Gilliam (Welder), Roy Jenson (Dunlop), Bill McKinney (L’autista pazzo), Gary Busey (un operaio), June Fairchild (Gloria).

PAESE: USA 1974
GENERE: Avventura
DURATA: 115′

Incontro fortuito tra lo scafato rapinatore Thunderbolt e il giovane sbandato Lightfoot. Insieme, e con l’aiuto di due ex complici del primo, decidono di mettere insieme un grosso colpo. Tutto va per il meglio, ma quando arriva l’ora di spartirsi il bottino iniziano i guai…

Primo film di Cimino, già sceneggiatore – con John Milius – di Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan (1973). Eastwood sponsorizzò il progetto con la sua Malpaso e coinvolse attori (Lewis e McKinney) e tecnici (il direttore della fotografia Frank Stanley, il montatore Ferris Webster) della propria cerchia. Ha il passo e l’orizzontalità visiva di un western, ma il genere di cui fa parte è piuttosto quello del gangster-movie, di cui rilegge gli stereotipi con ironia. Pur con qualche riserva, soprattutto dal punto di vista narrativo, l’esordio del futuro regista de Il cacciatore si fa apprezzare per lo stile asciutto ed elegante, per come sfrutta sapientemente lo spazio offerto dal fotogramma panoramico, per la capacità di coniugare in maniera armoniosa il serio (il finale) e il faceto (le risse in stile slapstick). È, come molti dei succesivi film di Cimino, il racconto tenero e crudele di un’amicizia virile. “Fare un film d’azione pervaso di tenerezza non è da tutti: ci riuscì l’esordiente Cimino” (Morandini). Ottimo il giovane Bridges, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista. Piccole parti per Busey e per la Bach, futura Daisy Duke di Hazzard. Oltre al titolo, probabilmente scelto per scimmiottare quello della 44 Magnum, la versione italiana storpia i nomi dei personaggi trasformandoli in Caribù (Lightfoot), Artigliere (Thunderbolt) e Rosso (Red Leary).

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Coco

(Coco)

Regia di Lee Unkrich e Adrian Molina

PAESE: USA 2017
GENERE: Animazione
DURATA: 105′

Messico. Il giovane Miguel sogna di diventare un grande musicista, ma in famiglia la professione non è ben vista a causa di un trisavolo che, anni prima, abbandonò la famiglia per il successo. Durante un dia de los muertos si ritrova suo malgrado nel mondo dei morti, dove fa una serie di bizzarri incontri e scopre alcune verità sulla sua famiglia nascoste da più di mezzo secolo…

Diciannovesimo film Pixar, diretto da Unkrich (Monsters & Co., Alla ricerca di Nemo) con il giovane animatore Molina (1985). Ennesimo capolavoro. Parlando della morte in modo serio ma mai lacrimoso, riflette su uno dei temi cardine del cinema della casa d’animazione statunitense, quello dell’importanza della memoria. La morte esiste, fa parte della vita di tutti noi, e presto o tardi dovremo accettarla. Come? Conservando vivo il ricordo di chi se ne va. Semplice? Può darsi, ma riuscire a parlarne in modo così ampio e profondo in un film per bambini (?) non lo è affatto. È probabilmente il film Pixar con meno gag, ma anche quello più emozionante e istruttivo, nonché uno dei più suggestivi a livello visivo: la rappresentazione del mondo dei morti è qualcosa di davvero meraviglioso. La scena in cui mamà Coco ricorda la canzone che il padre scrisse per lei è probabilmente uno dei punti più alti della storia della Pixar. Le voci sono di Anthony Gonzalez (Miguel, in italiano Luca Tesei), Gael Garcia Bernal (Hector, Emiliano Coltorti), Benjamin Bratt (Ernesto, Fabrizio Coltorti) e Ana Ofelia Murguia (mamà Coco, Mara Maionchi). Due Oscar, miglior film d’animazione e migliore canzone per Remember Me (la versione italiana è cantata da Michele Bravi). Da non perdere.

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