Che cos’è il meta- cinema?

Espressione utilizzata per indicare tutto ciò che in un film fa riferimento, più o meno esplicitamente, in modo diretto o metaforico, al cinema stesso.

“Introduzione alla storia del Cinema”, a cura di Paolo Bertetto

Bertetto spiega con precisione il significato di questa parola che tanto si legge nelle recensioni. Sono però svariati i modi in cui il film può riferirsi direttamente o meno a sé stesso. Credo che alcuni esempi siano perfetti per spiegare questa distinzione.

Quentin Tarantino, per esempio, è il re del meta cinema di oggi, perché lo pratica sia citando altri film all’interno dei suoi – e qui non sto a fare ulteriori esempi, sono davanti agli occhi di tutti – sia perché fa continuamente riferimento al mezzo- cinema: la sua intera opera è “cinema che parla di sé stesso”, in cui non ci sono veri messaggi, non c’è realismo, e l’unica morale è costruire un “intrattenimento puro” (ciò che dovrebbe essere il cinema, appunto).

Ma il meta cinema arriva anche quando finzione (cinema) e realtà (vita) si mescolano: in Viale del tramonto (Sunset Boulevard, 1950, Billy Wilder) tutti i personaggi – escluso il protagonista di William Holden – interpretano sé stessi. Erich von Stroheim, in quegli anni, era davvero un regista finito dopo l’avvento del sonoro, mentre l’attrice Gloria Swanson era realmente in decadimento dopo vent’anni di successo legato al muto. L’intero film fa inoltre riferimento al cinema proprio perché parla dei meccanismi di Hollywood: la trama vede infatti uno sceneggiatore in crisi che inizia a lavorare per una diva del muto in declino.

Igor (M. Feldman) guarda verso lo spettatore

Anche il capolavoro di Mel Brooks, Frankenstein Junior (1974), è un esempio perfetto di meta cinema. Al di là delle citazioni iconiche – praticamente tutta l’opera horror di James Whale, da Frankenstein con Boris Karloff a L’uomo invisibile – si riscontrano continuamente riferimenti alla “macchina- cinema”. Uno su tutti, il continuo rivolgersi allo spettatore del gobbo Igor: lo sguardo in macchina è sempre stato “vietato” nel cinema classico perché interrompe la continuità narrativa e perché ricorda allo spettatore di assistere ad uno spettacolo, e non ad un qualcosa di reale. Il dialogo diretto con lo spettatore – per intenderci, indirizzato verso la quarta parete del film – è uno stratagemma molto utilizzato, specialmente nella modernità. Si pensi soltanto all’uso che ne fa Woody Allen, in Io e Annie prima, e in Basta che funzioni poi, in cui addirittura il protagonista Boris interroga il pubblico in sala e lo invita ad interagire, a dare giudizi sulle sue azioni. Ancora, in Funny Games (Michael Haneke), un film che vuole analizzare lo statuto della violenza nella mente dello spettatore, vediamo uno dei due giovani maniaci rivolgersi a noi direttamente, creando un effetto di angoscia e frustrazione. Per tornare a Mel Brooks, non è difficile notare come l’intero suo cinema sia in qualche modo sempre “meta- cinema”: in Mezzogiorno e mezzo di fuoco (1974) una vecchietta seviziata chiede, rivolta allo spettatore, “avete mai visto tanta crudeltà?”, mentre nel finale del medesimo film gli attori “escono” letteralmente dal film e distruggono gli studios in cui è girato; in L’ultima follia (1976) i protagonisti vogliono girare un film, e gli attori che arruolano interpretano sé stessi; in Robin Hood – un uomo in calzamaglia (1993), mentre l’eroe lotta contro lo sceriffo, infilza per sbaglio un tecnico del suono dietro un fondale. Nel bene e nel male, Brooks utilizza la meta- cinematografia per provocare risate dettate da una specie di amalgama tra la finzione del film e la realtà del suo essere tale, uno stratagemma che tornerà rimarcato all’ennesima potenza nei cosiddetti film demenziali dei fratelli Zucker, da L’aereo più pazzo del mondo a Una pallottola spuntata.

Veniamo ora nel nostro paese, e vediamo velocemente due esempi di meta cinema “all’italiana”: in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974), un film che analizza il cinema come arma politica e sociale, Nino Manfredi si rivolge più volte al pubblico (come fosse un narratore interno), mentre ne Il Divo, di Paolo Sorrentino (2008) Servillo/ Andreotti confessa tutti i suoi peccati rivolto proprio verso di noi.

Jack Black e Mos Def "rigirano" Ghostbusters in "Be Kind Rewind"

Un ultimo esempio arriva dal bellissimo Be Kind Rewind (2008) di Michel Gondry, forse il film più meta- cinematografico degli ultimi anni. Non solo perché parla effettivamente di cinema – i protagonisti sono commessi in un negozio di VHS a noleggio che, smagnetizzati tutti i nastri, li rigirano a costo zero – ma anche perché la regia sapiente di Gondry rimanda esplicitamente alla finzione propria dell’opera audio- visiva. Basti pensare alla sequenza in cui Jack Black, “magnetizzato” dall’esplosione alla centrale elettrica, entra nel negozio e passando davanti alla telecamera del regista – quella che sta riprendendo il film Be Kind Rewind – ne provoca alcuni disturbi dovuti proprio all’elettricità che ha in corpo. Il film smette così di essere semplice “guardato”, e talvolta in modo mediocre ma molto spesso in modo intelligente, diventa interazione, integrazione, partecipazione. Parlando di sé attraverso sé stesso.

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12 risposte a Che cos’è il meta- cinema?

  1. cinefobie ha detto:

    Che bello leggere di queste cose 🙂
    tra l’altro lo fai molto bene. davvero.

    e tra l’altro quel libro di Bertetto è forse il migliore per avvicinarsi alla storia del Cinema.
    ^_-

  2. Ricky ha detto:

    Grazie mille! Apprezzo molto…! non ho molta gente che legge le mie cose… o comunque se le leggono non dicono niente! 🙂 Ma tu per caso hai fatto il Dams?

    • cinefobie ha detto:

      No no, niente dams. Scienze dei Beni Culturali, ma lì il cinema neanche te lo nominano.. per seguire un corso sul cinema ho dovuto inserirlo tra i crediti a scelta…
      Tu dams?

  3. poemonapage ha detto:

    Articolo bellissimo, davvero! Complimenti sinceri, scrivi proprio bene!
    Quello che mi ha fatto scegliere questo articolo è il mio amore per tutto ciò che è “meta-” all’interno dell’arte. E’ un concetto che mi interessa dal giorno in cui ne scoprii l’esistenza (ero al liceo e stavo studiando il meta-teatro di Plauto). Non pensavo che qualcuno mai potesse farci su un articolo… e invece eccolo qui, chiaro e interessante come chiunque vorrebbe essere.

    Tra l’altro, mi hai ricordato di quanti film debba ancora vedere… 😉

    Un caro abbraccio!
    Paola

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  10. Claudio ha detto:

    Ti consiglio “Metacinema” di Roberto Ciciotti edizioni Lulu 2007

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