Il curioso caso di Benjamin Button

(The curious case of Benjamin Button)

Regia di David Fincher

con Brad Pitt (Benjamin Button), Cate Blanchett (Daisy), Tilda Swinton (Elizabeth Abbott), Elle Fanning (Daisy a 6 anni), Jason Flemyng (Thomas Button), Julia Ormond (Caroline), Taraji P. Henson (Queenie), Josh Stewart (Curtis), Joshua DesRoches (Ricky Brody), Joel Bissonnette (David Hernandez), Donna DuPlantier (Blanche DuPlantier).

PAESE: USA 2008
GENERE: Drammatico
DURATA: 166′

New Orleans, 1918. Il ricco produttore di bottoni Thomas Button abbandona il figlio perché è nato “vecchio”: il neonato ha l’artrosi, la cataratta ed è sordo. Adottato da una famigliola di colore che lavora in una casa di riposo, il piccolo viene dato per spacciato ma, incredibilmente, comincia pian piano a ringiovanire. Si innamorerà di una donna “normale”, ma saranno pochi gli anni effettivi in cui i due potranno stare insieme davvero. Divenuto neonato, si spegnerà nella culla.

“La vita sarebbe infinitamente più felice se potessimo nascere già ottantenni e gradualmente diventare diciottenni”, disse un giorno Mark Twain. Francis Scott Fitzgerald, nel 1922, scrisse un breve racconto – The curious case of Benjamin Button – in cui si domandava cosa sarebbe successo se questa fantascientifica peculiarità fosse sorta non in tutti gli uomini, bensì in uno solo. Fincher, che non è affatto uno stupido, ha scelto di raccontare questa storia perché ne ha capito l’attualità e la propensione all’innesto di qualunque discorso tematico: non solo filosofico – quello più ovvio – ma anche religioso, sociale, mediologico, antropologico, politico. E Benjamin è come gli Stati Uniti, nati anziani (perché sorti dal continente europeo) e finiti “giovani” (non per nulla, gli USA sono chiamati il “nuovo mondo”). Il film non va certo scambiato per ciò che non è – un capolavoro – ma l’eccessiva sfilza di commenti negativi e critiche impietose è, senza ombra di dubbio, decisamente immeritata. Si può parlare per ore dei suoi parecchi difetti (durata eccessiva che diventa prolissità, scarso approfondimento storico, morale già sentita, romanticismo di maniera) ma è innegabile che sia un film affascinante e coinvolgente. Fincher dirige sequenze di forte impatto visivo: il suo è un cinema di sperimentazione, e chi lo giudica fine a sé stesso può anche avere ragione, ma la ricerca del “sublime” di molti passi non è né banale o scontata. È un film meta- cinematografico, e il merito è del direttore della fotografia Claudio Miranda, che adopera diversi colori e superfici a seconda dell’epoca, proprio come accade nella storia del cinema. L’intero sesso femminile concorderà sul fatto che Brad Pitt è di una bellezza quasi irreale. Incredibili effetti speciali curati da Eric Barba e Edson Williams (coi trucchi di Greg Cannom), che inseriscono le fattezze di un Brad Pitt invecchiato sul corpo di un bambino. Candidato a tredici premi Oscar, portò a casa Miglior scenografia, trucco ed effetti speciali.

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