Il seme della follia

(In the Mouth of Madness)

Regia di John Carpenter

con Sam Neill (John Trent), Jürgen Prochnow (Sutter Cane), Julie Carmen (Linda Styles), Charlton Heston (Jackson Harglow), David Warner (Dottor Wrenn), John Glover (Saperstein), Frances Bay (Signora Pickman), Conrad Bergschneider (Maniaco con l’ascia), Bernie Casey (Robinson), Peter Jason (Paul), Wilhelm von Homburg (Simon).

PAESE: USA 1995
GENERE: Horror
DURATA: 95′

Ingaggiato dal potente editore Harglow, l’investigatore privato John Trent deve ritrovare lo scomparso Sutter Cane, scrittore horror che “vende più libri di Stephen King”. Gli indizi lo portano Hobb’s End, un deserto paesino che non appare sulle carte e che sembra la copia esatta dei luoghi malefici raccontati da Cane. Trent cerca di scoprire la verità secondo i canoni della realtà, rifiutando qualunque teoria paranormale, ma i fatti ci metteranno poco a smentirlo: diventato anch’egli un personaggio dello scrittore, non gli rimarrà che chiudersi in un cinema – mentre fuori il mondo sta finendo – a guardare il film tratto dall’opera che egli stesso ha inconsapevolmente aiutato a creare.

Capolavoro assoluto dell’opera carpenteriana, nonché pietra miliare del cinema horror “autoriale” americano, In the Mouth of Madness è uno spettacoloso compendio delle tematiche e delle teorie della visione di un cineasta che l’Europa adora e gli USA snobbano. Ha il vestito di un incubo angoscioso e il corpo di una riflessione critica e intelligente sulla società americana che si configura da un lato come una metafora pessimista sul potere persuasivo della cultura di massa, incarnata dalla letteratura di Cane, dall’altro come un sincero omaggio all’opera di Stephen King (lo scrittore possiede le stesse iniziali) e di H. P. Lovecraft, creditore di nomi, luoghi e concetti. Costruita su un lunghissimo flashback e quindi su una struttura quasi circolare, la sceneggiatura di Michael De Luca è originale ed illuminate: il maligno utilizza i libri di Cane per giungere sulla terra, e questo rende l’autore un “Dio- scrittore” che governa gli “uomini- personaggi”. Non c’è più alcuna distinzione tra vita e parole, tra reale e fasullo, tra veglia e sonno, in un film dal ritmo infallibile che anche nella costruzione ricorda l’incubo. Al di là dei possenti messaggi politici, è un film che fa paura e lo fa in modo non convenzionale: Carpenter è un regista di angosce profonde, non di spaventi gratuiti. Lo dimostra una sapiente regia che sfrutta alla perfezione lo spazio del fotogramma panoramico (la sequenza dell’aggressore con l’ascia alla tavola calda è un pezzo formidabile di suspense) e si basa su movimenti di macchina fluidi sempre funzionali alla creazione del brivido e su una perfezione formale rara al genere, dotata di un equilibrio visivo quasi kubrickiano. È un film assolutamente spaventoso grazie ad una serie infinita di trovate visive: dal quadro popolato di personaggi che si spostano a Trent che guarda l’oblio attraverso una pagina di romanzo, dal filtro blu che rispecchia il lato divino di Cane alla sequenza dell’auto che non riesce a lasciare Hobb’s End.

I meccanismi del sogno dentro il sogno ricordano il cinema di Bunuel, ma la sagacia visionaria di Carpenter supera l’onirico e raggiunge la metafisica pura. Tutto questo condito da un clima grottesco e da uno sguardo fortunatamente ironico: si pensi soltanto al fatto che il titolo del romanzo NEL film è lo stesso DEL film di Carpenter nonché quello della pellicola che – sempre NEL film – viene tratta dal romanzo stesso. Diretta anche NEL film, ovviamente, da John Carpenter. E se le poche apparizioni delle creature devono ancora qualcosa a La cosa, il regista fa la scelta giusta prendendo nuovamente (come agli esordi) la strada del “non mostrare”, optando per un terrore più fine che deriva da ciò che NON vediamo. Come in un libro di Cane, è la nostra immaginazione di lettori- spettatori ad auto- suggestionarsi. Ci si ricordi bene la sequenza nel confessionale, in cui Cane paragona Chiesa e scrittura: è uno dei pezzi più deliziosamente politici e anti- cattolici del cinema del regista. Fotografia ineccepibile di Gary B. Kibbe, musiche a tema di Carpenter e Jim Lang, trucchi grandguignoleschi della premiata ditta Nicotero- Kurtzman- Berger, scenografie in odor di espressionismo tedesco – si pensi alla struttura del manicomio – di Jeff Steven Ginn ed effetti speciali ad alto budget della Industrial Light and Magicdi George Lucas. A livello di originalità, ritmo, inventiva, potenza immaginifica, è uno dei migliori film horror degli ultimi trent’anni. Peccato che il grande pubblico non se ne sia accorto: la ragione si può forse leggere nel suo radicale ed anti- hollywoodiano pessimismo.

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8 risposte a Il seme della follia

  1. cinefobie ha detto:

    Vidi questo film molti anni fa e ricordo che all’epoca mi colpì tremendamente!
    Non vedo l’ora che mi capiti l’occasione di rivederlo.

    ^_-

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