Vivere e morire a Los Angeles

(To Live and Die in L.A.)

Regia di William Friedkin

con William Petersen (Richard Chance), Willem Dafoe (Eric Masters), John Pankow (John Vukovich), Debra Feuer (Bianca Torres), John Turturro (Carl Cody), Darlanne Fluegel (Ruth Lanier), Dean Stockwell (Bob Grimes), Steve James (Jeff Rice), Robert Downey (Thomas Bateman), Michael Greene (Jim Hart), Christopher Allport (Max Waxman).

PAESE: USA 1985
GENERE: Poliziesco
DURATA: 114′

Los Angeles. L’agente federale Richard Chance è disposto a tutto per catturare Eric Masters, il pittore falsario che gli ha ucciso l’amico e collega Hart. Anche a rubare soldi veri per comprare quelli falsi ed incastrarlo con le mani nel sacco. Col nuovo “gemello” – termine gergale per identificare il partner in ambito poliziesco – oltrepassa i confini della legge pur di vendicare l’amico scomparso.

Dopo un pugno di film sbagliati o mediocri, Friedkin torna in pista con un poliziesco d’azione che, oltre ad essere il suo miglior lavoro, è uno dei capisaldi dell’hard boiled americano degli anni ottanta. Partendo da un libro autobiografico di Gerard Petievich, ex poliziotto, il regista elabora una sceneggiatura precisa come un orologio svizzero che, oltre a fornire materiale in quantità sul versante del poliziesco, è una metafora amara e senza speranza di questi tempi nostri, inquinati dal potere e dal potere del denaro. La famosissima, eccelsa e vorticosa sequenza della stampa dei soldi falsi svela l’anima e il messaggio del film: sono i soldi i veri protagonisti della storia, e sono sempre e solo loro a muovere il mondo. Molti temi non sono nuovi – il cameratismo tra colleghi, il desiderio di giustizia privata, il superamento della linea che divide bene e male, giusto e sbagliato, legale e illegale – e la scelta di alcune scenografie d’interni, costumi e musiche, tutti estremamente “anni ottanta”, lo fanno forse sembrare un po’ datato rispetto all’estetica  di prodotti coevi come Manhunter, con lo stesso Petersen protagonista ma diretto da Michael Mann. Ciò che davvero colpisce di questo film – e che lo innalza dalla media del genere – è il ritmo forsennato su cui è imperniata la vicenda: Friedkin rispetta le tre unità aristoteliche del racconto (si svolge tutto in un mese, quasi tutto a Los Angeles, e non ci sono divagazioni rispetto all’indagine) e non lascia un attimo di tregua allo spettatore, bombardandolo di immagini e catapultandolo in un vortice di avvenimenti che non lasciano scampo. Perfetti sono regia e montaggio, l’una serrata e l’altro non convenzionale, capaci di trasformare la (solitamente) mediocre estetica da videoclip in qualcosa che va oltre e si sacrifica sull’altare dell’azione e dell’andamento rapido. Bravissimi gli attori e non banali le caratterizzazioni: Chance non è poi così diverso da Master, solo che il loro ruolo è distribuito su versanti opposti che si accavallano esponenzialmente (l’agente diventa un criminale come il falsario). Non per nulla, non ci sono ne personaggi positivi in cui identificarsi ne un lieto fine in cui sperare. Ed è quasi sicuramente questo radicale pessimismo ad avergli garantito un sonoro flop al botteghino, pessimismo all’insegna di un iperrealismo violento che non conosce eguali nella storia del cinema USA a cavallo tra settanta e ottanta. Pretestuose accuse di fascismo alla sua uscita, forse per la sequenza iniziale in cui Hart e Chance sventano un attacco kamikaze ai danni del Presidente e per una frase sugli hippies. Da segnalare la bella fotografia – opaca e fumosa come i personaggi – di Robby Müller, capace di mostrare con ottime ed eloquenti immagini un lato di Los Angeles inedito alla telecamere.

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