Rapina a mano armata

(The Killing)

Regia di Stanley Kubrick

con Sterling Hayden (Johnny Clay), Jay C. Flippen (Marvin Unger), Marie Windsor (Sherry Peatty), Elisha Cook Jr. (George Peatty), Coleen Gray (Fay), Vince Edwards (Val Cannon), Ted de Corsia (Randy Kennan), Joe Sawyer (Mike O’Reilly), Timothy Carey (Nikki Arcane), Kola Kwariani (Maurice Oboukhoff), James Edwards (Guardiano del parcheggio), Jay Adler (Leo), Joe Turkel (Tiny).

PAESE: USA 1956
GENERE: Noir
DURATA: 83′

Appena uscito di prigione, il ladro Johnny Clay organizza con alcuni complici una rapina all’ippodromo di Long Island. Troppi sotterfugi, però, e troppa avarizia: nessuno di loro riuscirà a godersi il bottino, che finirà sparpagliato sulla pista di un aeroporto.

Il terzo film di Stanley Kubrick, tratto dal romanzo omonimo di Lionel White e sceneggiato dal regista, è un noir d’atmosfera che rilegge i canoni del genere con originalità e rappresenta uno dei primi capolavori indiscussi del cineasta americano. Senza tralasciare riflessioni esistenziali  – il finale è interamente in mano al destino, al caso – e una certa critica sociale – potremmo dire che il personaggio principale del film è il denaro, o comunque la brama di possederlo degli uomini – Kubrick si adatta perfettamente alla narrazione di White e porta sullo schermo procedimenti narrativi che si pensavano, fino a quel punto, adeguati solo per la letteratura. Il flashback sincronico (ovvero un flashback che non torna propriamente indietro nel tempo, bensì mostra una sequenza già vista ma da un’altra prospettiva), oltre ad essere la componente più innovativa ed imitata del film (qualcuno ha presente Pulp Fiction di Tarantino?), garantisce un andamento della storia incalzante, scattante, basato su una tensione ed un ritmo infallibili. Senza romanticherie, sentimentalismi, patetismi, Kubrick lavora sottraendo e forgia una serie di personaggi ben delineati che nell’aspetto e nelle proprie azioni svelano la propria psicologia e, allo stesso tempo, identificano certi prototipi di esseri umani. Pochi film, dopo questo The Killing, hanno saputo ricreare una trama così armonica e precisa in cui tutto è funzionale e nulla si trova nell’inquadratura senza motivo. La bellissima fotografia più grigia del solito, tendente all’argento, è dell’abile Lucien Ballard. Ottimi caratteristi si susseguono sulla scena, ma sarebbe ingiusto non affermare che Sterling Hayden – in un’interpretazione che ricorda quella di Giungla d’Afalto (1950, John Huston) – crei uno dei personaggi più interessanti della sua carriera attoriale. Ancora oggi, non si contano i film che devono tutto a questa bella prova kubrickiana. Da vedere e rivedere, specialmente nelle scuole di cinema. Un critico scrisse, all’uscita di questo film, che Kubrick era il “nuovo” Orson Welles.

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