My Fair Lady

(My Fair Lady)

Regia di George Cukor

con Audrey Hepburn (Eliza Doolittle), Rex Harrison (Professor Henry Higgins), Stanley Holloway (Alfred Doolittle), Wilfrid Hyde-White (Colonnello Pickering), Gladys Cooper (Miss Higgins), Jeremy Brett (Freddie), Mona Washbourne (Signora Pearce), John Holland (Maggiordomo), Isobel Elsom (Miss Eynsford- Hill).

PAESE: USA GB 1964
GENERE: Commedia
DURATA: 170′

Nella Londra di inizio secolo l’arrogante glottologo Henry Higgins scommette con un amico che in sei mesi riuscirà a fare di Eliza Doolittle, sguaiata fioraia di umili origini, una donna formata che potrà essere scambiata per una contessa. Quando il professore si accorgerà di esserne innamorato, forse sarà troppo tardi…

Tratto da un musical di Alan Jay Lerner e Frederic Loewe (1956), a sua volta ispirato a Pigmalione di George Bernard Shaw (1913), il quintultimo film di Cukor è una commedia sofisticata con parentesi musicali. Lerner, autore della sceneggiatura, centra il bersaglio e acuisce lo spirito “politico” dell’opera, muovendo il traffico tra nostalgia per la buona borghesia e presa in giro del suo totale anacronismo. I dialoghi, tutt’altro che datati, risultano freschi ancora oggi, e qualche volta sono davvero irresistibili. Interessante il valore del film a livello linguistico: è un atto d’amore verso un idioma – l’inglese – di cui vengono analizzate le componenti sociali, politiche, antropologiche, storiche. Le coreografie e le musiche sono impeccabili nella loro “festosità”, la regia di Cukor offre deliziosi siparietti onirici – come nella sequenza in cui Eliza immagina la morte di Higgins – e predilige scenografie (di Gene Allen, Cecil Beaton e George James Hopkins) volutamente posticce, come quelle della corsa dei cavalli che rispecchiano visivamente la condizione dell’alta società: è il pezzo più squisitamente anti- borghese dell’intera pellicola. Ciò che invece non fa onore al film è sicuramente la spropositata, immotivata durata: quasi tre ore sono decisamente troppe, e nella seconda parte i passi cantati sono estenuanti nella loro lunghezza. Peccato, perché se fosse durato un’ora in meno sarebbe stato prefetto. Molte, comunque, le scene che non si scordano: praticamente tutte quelle in cui è in scena Stanley Holloway – padre ubriacone di Eliza – che culminano nella scena dell’addio al celibato; la già citate sequenze delle corse e dell’assassino immaginato; il finale nell’appartamento di Miss Higgins.Vinse otto premi Oscar: film, regia, attore protagonista, fotografia, costumi, sonoro, colonna sonora. Strepitoso Harrison, dolcissima la Hepburn, che con 35 anni compiuti è credibile nella parte di una ventunenne. Bravissimi anche tutti i comprimari. Anche se la Hepburn canta doppiata – dalla professionista Marni Nixon – è indispensabile vederlo in lingua originale: il doppiaggio italiano risulta, oltre che poco credibile, inadatto a seguire una trama che punta tutto su accenti, inflessioni e strutture grammaticali. Grandissimo successo di pubblico.

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