Incontri ravvicinati del terzo tipo

(Close Encounters of the Third Kind)

Regia di Steven Spielberg

con Richard Dreyfuss (Roy Neary), François Truffaut (Claude Lacombe), Melinda Dillon (Jillian Guiler), Teri Garr (Ronnie Neary), Bob Balaban (David Laughlin), J. Patrick McNamara (Capo Progetto), Warren J. Kemmerling (Wild Bill), Cary Guffey (Barry Guiler), Robert Blossom (Contadino), Philip Dodds (Jean Claude), Lance Henriksen (Robert).

PAESE: USA 1977
GENERE: Fantascienza
DURATA: 135′

Mentre un gruppo di scienziati trova nel deserto di Sonora aerei perfettamente funzionanti scomparsi nel 1945, l’operaio elettricista Roy Neary ha un incontro ravvicinato con una serie di dischi volanti. Affascinato e stordito inizia, insieme ad altri testimoni dell’evento, a perdere di vista vita e famiglia per cercare le risposte che lo assillano e non lo fanno dormire. Riuscirà a scoprire la verità e ad incontrare esseri non umani in viaggio sul nostro pianeta.

Quarto film di Spielberg, autore anche di soggetto e sceneggiatura. Una delle sue opere migliori, l’unica in cui la sua prosa diventa poesia. Rovescia tutti gli stereotipi del cinema di fantascienza con alieni: innanzitutto, la scelta di rappresentare questi ultimi non come invasori cattivi, bensì come portatori di pace e di speranza; poi, l’adozione di un protagonista che tutto è tranne un eroe, bensì piuttosto un sognatore incallito un po’ lunatico e fanfarone; l’assenza di un vero “cattivo”, concepito come un qualcuno che lotta contro il protagonista;  infine, uno spirito di fondo “ottimista”, che contrasta con la visione del mondo della fantascienza, spesso incline ad uno sfrenato quanto assoluto pessimismo. È stato spesso rimproverato a Spielberg di non aver mai saputo conciliare spettacolo e poesia, cosa che qui, senza ombra di dubbio, gli riesce benissimo. Opta per una narrazione semplicissima e lineare, simile a quella delle favole per bambini: ma proprio come nelle fiabe, la semplicità di scrittura nasconde una leggibilità su molteplici livelli, da quello filosofico- esistenziale a quello socio- culturale.

Prima di essere un film sugli alieni, si tratta infatti di un film sulla gioia dell’infanzia, sul fatto che gli adulti dovrebbero un po’ più spesso scendere al livello dei più piccoli per osservare la vita con occhi diversi, da punti di vista “dimenticati” crescendo. Non a caso il piccolo Barry non teme gli extraterrestri e non è mai diffidente verso di loro, come invece sono gli adulti; non a caso questi ultimi, pur essendo portatori di intelligenza sconfinata, somigliano a dei bambini; non a caso i comportamenti di Roy – che fa una montagna in salotto con purè e sabbia e abbandona tutto per seguire un sogno – sono quelli di un ragazzino. “Volevo che ci fosse una persona qualunque testimone di un evento straordinario” (Steven Spielberg). Proprio il personaggio di Roy incarna il senso del film, che rielabora ancora una volta la millenaria metafora della caverna di Platone: chi guarda al di là delle cose convenzionali sarà sempre osteggiato e guardato con scherno, ma il semplice fatto di essere uscito dal coro lo rende più libero di chiunque altro.

Ma Incontri Ravvicinati non è solo questo: è anche un delizioso film sul cinema, e non solo per la presenza di Truffaut nel cast. Spielberg esalta la settima arte come tripudio di colori, di suoni, di suggestioni, elevando la sua opera ad esperienza non soltanto visiva, bensì anche e soprattutto “sensoriale”. È un artigiano con in mano miliardi che conserva l’animo di un bambino: e vince la scommessa perché non è mai demagogico, mai “finto”, ma sempre accorato e sincero. E punta su una regia originale che mai come questa volta era stata in tutto e per tutto funzionale alla storia, con un gusto spettacolare che tende ad un’epica umanista e poetica e impila una dietro l’altra sequenze suggestive ed emozionanti: dai ritrovamenti di aerei e navi nel bel mezzo del deserto al bellissimo finale sulla “Devil’s Tower”. Grazie anche all’eccelsa fotografia di Vilmos Zsigmond e agli ottimi effetti speciali di Roy Arbogast, Douglas Trumbull e Carlo Rambaldi (per il “design” degli alieni), Spielberg evoca un clima che, visivamente e tematicamente, è allo stesso tempo realistico e fiabesco, talvolta ai limiti dell’onirico.

Azzeccata anche la scelta degli scenari: dall’America rurale e desolata in cui vivono Roy e Jillian – sfondo ideale per creare una suspense infallibile – alle lande desertiche in cui “compaiono” navi ed aerei, fino alla suggestiva Devil’s Tower che, al di là del nome, simboleggia l’incontro tra la terra e il cielo. Spielberg è abile nel mescolare diversi generi – horror, fantasy, fantascienza, thriller, commedia – senza mai perdere di vista la suspense che garantisce un ritmo invidiabile. Qualche debolezza nella parte centrale, in cui l’esercito entra in scena con personaggi un po’ troppo stereotipati, e almeno un’incongruenza nello sviluppo dell’intreccio (Jillian e Roy si incontrano “casualmente” in mezzo ad una moltitudine di persone). Nulla di imperdonabile, comunque. Spielberg abbandona la smania di spiegare “troppo” – smania che, purtroppo, riprenderà in seguito – e il film ci guadagna in spessore narrativo e tematico.

Il titolo si riferisce ad una ideale classificazione dei contatti con entità aliene stilata dall’ufologo e astrofisico J. Allen Hynek (che compare in un cameo): per primo tipo si intende l’avvistamento di un UFO, per secondo le prove dirette del suo passaggio (come i cerchi nel grano) e per terzo il contatto fisico con l’entità extraterrestre.

Da non perdere, anche e soprattutto per chi la fantascienza non l’ha mai potuta soffrire.

“E’ il film di un sognatore per sognatori” (Morando Morandini).

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