Gli Spostati

(The Misfits)

Regia di John Huston

con Marylin Monroe (Roslyn Tamber), Clark Gable (Gay Langland), Montgomery Clift (Perce Howland), Eli Wallach (Guido), Estelle Winwood (Signora Murphy), Thelma Ritter (Isabelle), Kevin McCarthy (Raymond Taber), James Barton (Cliente del bar).

PAESE: USA 1960
GENERE: Western
DURATA: 124′

Spinta dall’amica Isabelle, la bella Roslyn, da poco divorziata, conosce tre uomini che da subito ricercano le sue attenzioni: il cow boy Gay, il pilota d’aerei Guido e il rodeo man Perce. Una gita fuori porta, culminata con la cattura di un branco di cavalli selvaggi, cambierà radicalmente le esistenze di tutti…

Nelle intenzioni della MGM The Misfits avrebbe dovuto essere un film epocale che riuniva lo scrittore più famoso e apprezzato dell’epoca (Arthur Miller, marito della Monroe), uno dei più grandi registi hollywoodiani (John Huston) e tre dei divi più amati dal grande pubblico (Gable, Marilyn e Montgomery Clift). Visto oggi, è soprattutto un saggio sulla recitazione che mette a confronto tre mostri sacri dello schermo e tre diversi modi di vivere la performance attoriale: Gable, attore di grande esperienza, non aveva mai studiato recitazione, si basava sul proprio e istinto ed era in grado di entrare e uscire dai personaggi come se fossero abiti; Marilyn, da qualche tempo adepta (fedelissima) di Lee Strasberg e dell’Actor Studio, aveva un rapporto tormentato con la propria immagine (e col proprio ruolo all’interno dello star system) e lavorava per ESSERE il personaggio che interpretava, nel quale faceva confluire le proprie esperienze di vita; in ultimo Clift, perfetta sintesi tra i due stili precedenti, conosceva bene il Metodo ma non lo subiva, riuscendo a conservare un’ottima consapevolezza di sé e della propria immagine (nonostante un brutto incidente stradale avesse trasformato per sempre il suo viso). Miller scrisse i personaggi pensando esattamente agli attori che li avrebbero interpretati, eppure – paradossalmente – nessuno di loro riesce a esprimersi al meglio: a Gable viene richiesto uno spessore tragico e psicologico che i suoi personaggi non conoscevano, col risultato di ottenere una performance decisamente stonata (si pensi alla scena del pianto per l’assenza dei figli); a Marilyn si chiedeva una prova tutta affidata ai dialoghi, mentre lei si trovava in un periodo della propria carriera in cui le parole erano soltanto espressione di ciò che l’attrice riusciva a esternare attraverso il sentimento; Clift sembra invece prigioniero del suo personaggio, incapace di esprimersi liberamente (un’eccezione: la scena nella cabina telefonica).

Un paradosso che porta alla costruzione di tre personaggi irrisolti, talmente caricati di spessore da finire col non averne quasi nessuno. E alla fine l’attore meglio valorizzato finisce per essere il quarto incomodo, quel Wallach che di lì a poco avrebbe conosciuto la gloria eterna grazie al nostro Sergio Leone. Anche la regia di Houston si ritrova imbrigliata in interminabili dialoghi eccessivamente filosofeggianti e verbosi, riuscendo a volare alto soltanto nel finale – la cattura dei cavalli – in cui finalmente si lascia spazio all’azione. Come molti film di sceneggiatori, cerca di sopperire alle mancanze emotive attraverso le parole. Peccato, perché a livello tematico il film sollevava questioni importanti: post-western crepuscolare, Gli spostati racconta un’epoca in cui i cowboy sono destinati a sparire insieme al mondo che incarnano (e agli attori che li interpretano) e i cavalli selvaggi vengono catturati, in maniera molto poco poetica, per farne mangimi per cani. Il sogno americano è arrivato al suo epilogo, e la società è oramai intinta in un diffuso malessere: i personaggi sono sempre imbottiti di alcol, come volessero scordare il fatto che sono tutti soli e soli moriranno. Un senso di morte che permea tutto il film e che si proiettò anche al di fuori della diegesi nel giro di poco tempo: Gli spostati è infatti l’ultimo film di Gable e di Marilyn (il primo morto poco dopo la fine delle riprese, la seconda qualche mese dopo), mentre Clift ne girò ancora appena tre prima di andarsene nel 1966. “Film in cui non muore nessuno ma che portò alla morte tutti coloro che vi parteciparono” (Mariapaola Pierini). Altro merito: è uno dei primi film animalisti (la pietas verso i cavalli e il cane) e femministi (l’empatia è donna). Secondo molti il film fu una delle cause del divorzio tra Miller e Marilyn, che secondo molti non perdonò al marito di aver messo così tanto di lei nella trama. Nel finale Gable è lo stesso Miller, che se ne va con Marilyn nonostante la palesemente incompatibilità tra i due. Nella realtà non andò così. Film irrisolto ma di grande fascino, da riscoprire.

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