La febbre dell’oro

(The Gold Rush)

Regia di Charlie Chaplin

con Charlie Chaplin (l’omino), Georgia Hale (Georgia), Mack Swain (Big Jim), Tom Murray (Black Larson), Malcolm Waite (Jack Cameron), Henry Bergman (Hank Curtis), Betty Morrissey (amica di Georgia), Kay Desleys (amica di Georgia), Joan Lowell (amica di Georgia), Albert Austin (un cercatore), Stanley Sanford (il barista), Daddy Taylor (il vecchio cercatore).

PAESE: USA 1925
GENERE: Comico
DURATA: 81′ (69′)

Charlot, improvvisato cercatore d’oro, si ritrova tra i ghiacci del Klondike. Qui deve fare i conti con i morsi della fame, ma anche con una serie di compagni di viaggio non troppo raccomandabili. Come se non bastasse,  si innamora della ballerina di un Saloon che però è già tiranneggiata da un malvagio, imponente spasimante.

Il terzo lungometraggio di Chaplin, il primo capolavoro della sua fase “matura”: una personale rilettura del mito americano della frontiera, ma anche un apologo sulla solitudine dell’individuo intesa come “mancanza d’amore”. È l’unico film di Chaplin in cui il caso derivato dalla natura (che ribadisce il suo ruolo dominante rispetto all’uomo) è più importante delle azioni degli uomini e della società in cui vivono. Il registro drammatico si lega alla perfezione con quello comico, la malinconia dell’omino, tenero solitario, diventa poesia: i suoi gesti, la sua mimica, i movimenti del suo esile ma atletico corpicino, ne fanno un personaggio immortale, metafora dei giusti “puri di cuore” che osservano il mondo con intelligenza e sensibilità, rischiando per questo di risultare anacronistici, ridicoli, sentimentali, ma comunque inequivocabilmente onesti con sé stessi e con gli altri. È passata alla storia la sequenza del balletto col pane (presa in prestito da un film di Fatty Arbuckle del 1917), ma sono molti i passi che non si scordano, praticamente tutti: dalla scena in cui Charlot e Big Jim, presi dai morsi della fame, si mangiano uno scarpone, a quella in cui il secondo, per il medesimo motivo, immagina che il primo sia una gigantesca, deliziosa gallina; dalla danza col cane legato alla cintola alla capanna in bilico sul crepaccio; passando per la dolcissima e commovente scena del capodanno e approdando all’ironico finale sulla nave, in cui un Charlot ormai milionario prima viene scambiato per un clandestino, poi ritrova la donna della sua vita. Che, comunque, lo ama prima di sapere che si tratta di un ricco. Scene comiche come balletti (si veda la lotta col vento iniziale), coreografate in modo ineccepibile, uso sapiente della profondità di campo e ritmo delle gag invidiabile.

Primo film di Chaplin con “effetti speciali” (la valanga che uccide Larsen, la citata capanna in bilico su un crepaccio), ma anche primo suo lungometraggio in cui, oltre che dalla presenza femminile, il vagabondo è affiancato da un coprotagonista (Big Jim). Muto, venne rieditato nel 1942 dallo stesso Chaplin, che lo accorciò di quasi 20’ e vi aggiunse la sua voce narrante, eliminando le didascalie. Risultato: più compatto e ritmato, più ironico e più armonico. Ottimo contributo musicale dello stesso Chaplin, ma non va dimenticato il prezioso lavoro scenografico di Charles D. Hall, che rese la finta Alaska simbolicamente “più vera del vero” (M. Morandini).

Insuperabile e insuperato, una delle vette chapliniane nonché uno dei grandi capolavori della storia del cinema.

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