La casa del Diavolo

(The Devil’s Rejects)

Regia di Rob Zombie

con Sid Haig (Capitano Spaulding), Bill Moseley (Otis B. Driftwood), Sheri Moon (Baby Firefly), William Forsythe (Sceriffo John Quincy Wydell), Ken Foree (Charlie Altamont), Matthew McGrory (Tiny Firefly), Leslie Easterbrook (Ma Firefly), Geoffrey Lewis (Roy Sullivan), Priscilla Barnes (Gloria Sullivan), Dave Sheridan (Roy Dobson), Kate Norby (Wendy Banjo), Lew Temple (Adam Banjo), Danny Trejo (Rondo), Dallas Page (Billy Ray Snapper), Brian Posehn (Jimmy).

PAESE: Germania, USA 2005
GENERE: Horror
DURATA: 107’ (109’)

Seguito de La casa dei 1000 corpi. La famiglia di sadici assassini del primo film, braccata da uno sceriffo violento che vuole vendicare il fratello e che ha arrestato la matriarca, vaga in cerca di rifugio continuando a sterminare chiunque si trovi davanti.

Opera seconda del metallaro Zombie, all’anagrafe Robert Cummings. Non è propriamente un seguito, quanto una rivisitazione dei personaggi del primo film – che si chiamano coi nomi dei fratelli Marx in Duck Soup – in chiave post- western. La storia esce dalle quattro mura della casa dei 1000 corpi e si getta sulle strade desolate e assolate di un’America violenta e assassina, perbenista e vogliosa di violenza. Il film non ha cessioni sentimentali, ed è impregnato di un pessimismo violento e senza speranza che non si vede più negli horror odierni. Zombie dimostra di saperci fare con la macchina da presa (la pellicola è praticamente tutta girata con la camera a mano), e l’uso che fa del fermo immagine è funzionale e originalissimo, pur rielaborando tecniche sperimentate quarant’anni prima da un tale che si chiamava Peckinpah. Ma, al di là dei debiti espliciti col regista di Cane di Paglia, in questo La casa del diavolo si trova molto Romero, molto Hooper, molto Carpenter, persino il primo Craven. Fin qui tutti d’accordo, ma la critica si è spaccata in due: c’è chi (Mereghetti) lo ritiene un poco riuscito divertimento goliardico che, dietro l’apparente cattiveria, cela il gusto fine a sé stesso di infilare citazioni cinematograficamente colte un po’ dove capita, e c’è chi (Morandini) lo considera invece un film d’autore sadiano che innova il genere e rivela sottintesi politici interessanti. A nostro parere, la soluzione sta nel mezzo: Zombie è sicuramente padrone di uno stile personale che si riconosce a prima vista, capace di coniugare la passione cinefila con uno sguardo laico e maledetto; dall’altro lato, però, ci si accorge che il film propone una cattiveria molto più convenzionale di quanto possa sembrare: lo si intuisce dai dialoghi che scambiano la volgarità per trasgressione; dai toni parodici che, invece che astrarre verso l’umorismo macabro, rischiano di rendere simpatici i personaggi. Il continuo scambio di ruoli tra vittima e carnefice, tra buono e cattivo (che, evidenziando la figura di uno sceriffo sadico quanto le sue prede, vorrebbe sottolineare che non esistono “buoni” all’interno della società, nemmeno nelle fila della legge), non è nuovo, e si poteva sviluppare in modo migliore: la figura dello sceriffo, ad esempio, scavalca il confine tra bene e male in modo troppo meccanico, frettoloso.

Resta un film ben congegnato e terrificante, anche se il bellissimo finale – che, si potrebbe azzardare, appare quasi lirico – riscatta solo in parte una sceneggiatura inverosimile che si perde tra inutili siparietti cinefili (l’incontro dello sceriffo col critico) e banali sequenze gore (l’investimento di una delle vittime da parte di un camion). È comunque superiore al primo capitolo: è meno sanguinoso e meno splatter ma più perversamente violento e sottilmente angoscioso, senza dimenticare che tende all’epica. Suggestivo uso “per contrasto” della colonna sonora, che comprende pezzi di Allman Brothers Band, Terry Reid, Joe Walsh, Muddy Waters, Lynryd Skynryd. Leslie Easterbrook sostituisce Karen Black nel ruolo della matriarca. Attori in parte e ben diretti, capeggiati dal farsesco Sid Haig (straordinario) e dall’implacabile Forsythe. Camei “colti” per Ken Foree (Zombi) e Michael Berryman (Le colline hanno gli occhi). Bella fotografia granulosa e retrò di Phil Parmet e originale montaggio (qua e là psichedelico) di Glenn Garland. Penoso titolo italiano che richiama, anche nella grafica della locandina, la fortunata saga “casereccia” inventata da Sam Raimi. Non è un capolavoro, ma non lo si dimentica facilmente.

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