Nemico Pubblico

(Public Enemies)

Regia di Michael Mann

con Johnny Depp (John Dillinger), Christian Bale (Melvin Purvis), Marion Cotillard (Billie Frechette), Jason Clarke (John “Red” Hamilton), Billy Crudup (J. Edgar Hoover), Rory Cochrane (Carter Baum), (Stephen Dorff (Homer Van Meter), Stephen Lang (Charles Winstead), Giovanni Ribisi (Alvin Karpis), Lili Taylor (Sceriffo Lillian Holley), Leelee Sobieski (Polly Hamilton), Branka Katic (Anna Sage), David Wenham (Pete Pierpont), Stephen Graham (George “Baby Face” Nelson), Emilie de Ravin (Anna Patzke).

PAESE: USA 2009
GENERE: Biografico
DURATA: 143’

Due anni (1933-1934) della vita di John Dillinger, rapinatore di banche affascinante e gentiluomo che negli anni della grande depressione fu ammirato dalla gente come un nuovo Robin Hood. Dalle rocambolesche fughe di prigione all’amore per la proletaria Billie, dalle rapine multimiliardarie ai danni delle banche (senza mai derubare i clienti) alla fase decadente in cui il bandito fu costretto a lavorare col feroce e spietato “Baby Face” Nelson. Morì il 22 luglio 1934, fermato dalla squadra dell’agente federale Melvin Purvis mentre usciva dal cinema Biograph di Chicago in cui aveva appena visto Manhattan Melodrama, con Clark Cable e Myrna Loy.

Basato sul saggio Public Enemies: America’s greatest crime wave and birth of the FBI (1933-43) di Brian Burrough, sceneggiato dal regista con Ronan Bennett e Ann Biderman, è uno straordinario biopic gangsteristico col vestito del film d’azione e il corpo del melodramma. Già dal titolo originale – “nemici pubblici” – si comprende che l’intenzione di Mann è quella di raccontare, attraverso le gesta di un bandito feroce ma mai spietato, un’America distrutta dalla crisi economica che somiglia molto a quella di oggi: incerta, impaurita, e disperatamente bisognosa di qualche nuovo eroe che sfidi i potenti e un ordine costituito in cui non viene posta più alcuna fiducia. Non c’è dubbio, comunque, che quello di Dillinger sia un personaggio affascinante che meritava una trasposizione cinematografica adeguata. A Mann sembra interessare di più la sua incredibile “consapevolezza mediatica” (“noi dobbiamo piacere alla gente”, dice il bandito ad un membro della sua gang) piuttosto che il suo messaggio “politico” (si dice che bruciasse i registri delle banche per annullare i debiti dei piccoli risparmiatori): una scelta che da un lato evita le trappole dell’agiografia, dall’altro svela l’intenzione di un ritratto più ampio che scavalca i confini del personaggio e mira all’affresco socio- culturale di un’intera nazione.

Ma la storia di Dillinger, nelle mani di Mann, funziona anche come allegoria metacinematografica sul potere “circolare” (e quindi “totale”) della settima arte. La vita del bandito termina davanti ad un cinema in cui è appena stato trasmesso un film gangster, genere ispirato dalle gesta dei Dillinger, dei Baby Face, degli Al Capone, che a loro volta erano “strumenti mediali” nati DAI e GRAZIE ai media. Mann cerca di scoprire come nasce la leggenda attraverso il concepimento di un antieroe che è allo stesso tempo “onnipresente” e “invisibile”, è ovunque ma nessuno lo vede mai: frequenta posti così poco adatti a nascondersi che nessuno lo pensa così stupido da trovarsi lì, come dimostra la strepitosa sequenza in cui entra – per scommessa con se stesso – in una stazione di polizia riuscendo a raggiungere la sala operativa (tappezzata di sue foto) e addirittura a scambiare quattro parole con gli agenti senza che nessuno lo blocchi. Ma le scene da antologia sono moltissime: dalla cattura di Pretty Boy Floyd dentro il frutteto all’arrivo dell’aereo di Dillinger circondato dalla stampa; dalla morte di Nelson a quella del bandito. Passando per la strepitosa sequenza all’interno del cinema (verso metà film), in cui Mann omaggia l’Hitchcock di L’altro uomo con una trovata dal fascino indiscutibile.

Mann dimostra un talento visionario raro nel cinema americano di genere: le inquadrature sono eleganti e sempre suggestive, le scene d’azione sono coreografate in modo ineccepibile, i procedimenti filmici (come il ralenti) sono usati in modo coerente ed originale, così come gli scenari di Nathan Crowley (che fanno continuamente ricorso ai boschi e alle campagne). Il suo è un cinema che ricerca l’epica ma aspira al mito. Mann è bravo a rielaborare dall’interno la retorica del gangster romantico, a evitare facili cedimenti hollywoodiani (Purvis avrebbe potuto essere rappresentato come il “cattivo” della storia, ma ciò non accade) e a orchestrare armoniosamente diversi punti di vista (John, Melvin, Billie) che sono anche garanzia di obbiettività storica. Sottolineata anche dalla scelta di prendere spunto da un saggio e non da un romanzo e da quella, ancor più coraggiosa, di lasciare avvolte nel mistero le parti biografiche non verificabili (Dillinger aveva davvero estratto una pistola la notte che fu ucciso?).

Un perfetto esempio di kolossal “personale”, un raro caso di blockbuster d’autore che racchiude tutte le tematiche care al regista: c’è il rispetto reciproco tra due avversari abilissimi nel loro mestiere; c’è il miraggio dell’ultimo colpo, che irrimediabilmente si rivela sinonimo di sconfitta; c’è la figura della donna leale e fedele che si innamora consapevolmente dell’uomo sbagliato e, per questo, acquista una statura tragica; infine, ci sono personaggi dalla condotta “morale” che si avvicinano di più allo spirito dei Samurai che a quello degli eroi tipici dell’hard boiled. Come nel precedente Heat – che racchiudeva già tutte le tematiche appena elencate – i protagonisti si incrociano soltanto due volte, e al secondo incontro uno uccide l’altro. Ottimo Depp, che reprime i suoi pittoreschi e ormai abusati eccessi e, strepitosamente sotto le righe, da verità a questo gangster anomalo che non abbandonava mai i compagni feriti, non sparava se non strettamente necessario, era amico dei neri (nel 1933!) e rubava soltanto alle banche. Non gli sono da meno né un Bale ammirevolmente asciutto né una dolcissima Cotillard che esprime malinconica tenerezza in ogni sguardo. Perfetto l’apporto fotografico del nostro Dante Spinotti – che, girando con uno splendido digitale HD, accentua il realismo del mostrato e crea una profondità di campo mai vista – e azzeccato quello musicale di Elliot Goldenthal, già sentito nella bellissima colonna sonora di Heat. Canzoni di Billie Holiday, Otis Taylor, Blind Willie Johnson. Un film emozionante, assolutamente da vedere.

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