A History of Violence

(A History of Violence)Locandina originale

Regia di David Cronenberg

con Viggo Mortensen (Tom Stall/ Joey Cusack), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack), Ashton Holmes (Jack Stall), Peter MacNeill (sceriffo Sam Carney), Stephen McHattie (Leland Jones), Greg Bryk (William Orser), Sumela Kay (Judy Danvers), Kyle Schmid (Bobby Jordan), Heidi Hayes (Sarah Stall).

PAESE: Germania, USA 2005
GENERE: Drammatico
DURATA: 96’

A Millbrook, Indiana, il tranquillo padre di famiglia Tom Stall uccide eroicamente due malviventi che stavano per compiere una strage nella sua tavola calda. Diventa un eroe, ma alcuni uomini iniziano a perseguitarlo sostenendo che egli non è chi dice di essere…

1

Il sottotitolo di questo 17esimo film di Cronenberg, scritto da Josh Holson adattando l’omonima graphic novel di John Wagner (testi) e Vince Locke (illustrazioni), potrebbe essere “una tragedia americana”. È il film di Cronenberg più classico e lineare nello stile, il più complesso per quanto riguarda i temi che affronta, il più “ampio” a livello di possibili letture. Parte con una miscela di spunti lynchiani (“il sonno della provincia genera mostri”) e echi del primo cinema noir (il tema del passato che torna e quello dell’impossibilità di una redenzione ricordano Le catene della colpa di Tourneur), diventa una parabola violenta sull’eterno dualismo bene/ male insito nell’uomo e finisce come un apologo agghiacciante e pessimista sull’America di oggi. Proprio come gli Stati Uniti, che tentano di dimenticare un passato fatto di atroci e molteplici massacri, Tom nasconde i suoi terribili precedenti dietro una parvenza di normalità e, soprattutto, dietro la scocca della persona per bene. Ma la violenza sopita, prima o poi, riesplode. Riflette anche sulla religione – o meglio, sul bisogno umano di essere (o sentirsi) perdonati prima della fine (dopo l’ultimo massacro, Joey si lava nel laghetto della villa del fratello) – sulla figura dell’eroe americano, sul Sogno che è diventato un incubo. L’incubo di questa famiglia perfetta in stile “mulino bianco” che si ritrova sgretolata, inibita, minata nelle fondamenta.

2

Il film è scandito da due scene di sesso, entrambe emblematiche: nella prima è Tom a fare sesso con la moglie, nella seconda è Joey; nella prima comanda la donna, nella seconda (talmente impregnata di violenza da sembrare uno sgradevolissimo “stupro consenziente”) l’uomo, che addirittura “domina” la propria compagna. La rappresentazione del sesso serve a Cronenberg per sottolineare, se ce ne fosse il bisogno, la componente animale dell’uomo (colpevole di quel dualismo di cui si parlava prima); ma anche per tornare, ancora una volta, su quel dettame tipico del suo cinema secondo cui è la “corporeità” degli esseri umani a dirci, prima delle parole, COME sono fatti “dentro”. Dopo un prologo in piano sequenza che mette i brividi senza mostrare, il film prosegue con uno stile semplice e raffinato, capace di veicolare il proprio senso nei volti, nei silenzi, nelle “mancanze”; come dimostra la strepitosa, agghiacciante sequenza finale in cui, senza che nessuno parli, Tom/ Joey riprende il suo posto all’interno della famiglia. Mai al cinema qualcuno aveva rappresentato con sguardo così quieto e controllato l’abisso nascosto dentro di noi. È un finale aperto, ma di quelli che danno senso a tutto il film.

3

Bravissimi gli interpreti, specialmente Mortensen e la Bello. Hurt preso in controparte è uno spettacolo, ma il suo personaggio (stereotipato, forse “fuori luogo”) rappresenta anche l’unico difetto del film. Non sono invece un difetto, come qualcuno ha dichiarato, le parentesi violente in cui Cronenberg rappresenta con precisione chirurgica l’incontro tra la pallottola e il corpo umano: oltre che essere tipiche del suo cinema, suggeriscono che la violenza “reale” non somiglia affatto a quella che vediamo nei film hollywoodiani. Come già era accaduto a Lynch con Una storia vera, Cronenberg centra il suo film migliore ricercando “la chiarezza della semplicità”, che non significa imbrigliare la propria poetica quanto ridefinirla affinché punti all’universale. Musiche ampollose di Howard Shore, fotografia eccellente di Peter Suschitzky. Un film immenso, un oscuro studio antropologico, un’opera assolutamente imperdibile. 

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