Il padrino

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Regia di Francis Ford Coppola

con Marlon Brando (don Vito Corleone), Al Pacino (Michael Corleone), James Caan (Santino Corleone), Robert Duvall (Tom Hagen), Diane Keaton (Kay Adams), Talia Shire (Connie Corleone), John Cazale (Fredo Corleone), Richard Castellano (Clemenza), Abe Vigoda (Tessio), Sterling Hayden (Mark McCluskey), Al Lettieri (Sollozzo), Al Martino (Johnny Fontaine), Franco Citti (Calò), Saro Urzì’ (Vitelli).

PAESE: USA 1972
GENERE: Drammatico
DURATA: 175’

New York, 1945. Quando muore don Vito, capo della potente famiglia mafiosa dei Corleone, il figlio Michael accetta con riluttanza di prenderne il posto. Imparerà presto a seguire le orme del padre…

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Dal romanzo di Mario Puzo, anche sceneggiatore col regista che, per sua stessa ammissione, accettò di dirigerlo soltanto perchè aveva bisogno di soldi per girare La conversazione. Fu il primo film evento della New Hollywood: nel raccontare il mutamento generazionale dalla criminalità di una volta (quella delle bische, dei bordelli, degli uomini d’onore) a quella moderna (basata sul traffico di droga e sulla totale assenza di qualsiasi valore), Coppola mette in scena il passaggio tra il cinema di genere – in questo caso il gangster – e il cinema schizoide e senza punti di riferimento dei registi della NH (Scorsese, Cimino, Penn, Pollack, Altman, lo stesso Coppola), impregnato di violenza iperrealista, personaggi folli e complessi e riflessioni sul tramonto del sogno americano. Racconta minuziosamente il rapporto tra mafia e politica (che si muovono in parallelo, come se tristemente l’una non potesse fare a meno dell’altra e viceversa), ma anche il concetto – più italiano che americano – di famiglia patriarcale. Lo fa inscenando una quotidianità in cui la morte ha la stessa importanza dei riti, delle feste, delle spaghettate. Eccezion fatta per il pater familias, nessun personaggio è raccontato nelle proprie psicologie, come se l’unico motore a muovere le loro azioni, oltre al carattere (che non è psicologia, quanto il modo con cui si affronta una certa cosa), fosse il regolamento non scritto del clan. Anche la domanda più ovvia – perchè uccidono? – non trova risposta nei loro modi di essere individuali (sono buoni o cattivi?), quanto nel fatto che sia giusto farlo perchè l’unica cosa importante è salvaguardare il businnes (e quindi il potere) della famiglia. Si uccide, semplicemente, “perchè qui funziona così”. Giusto o sbagliato, sono concetti estranei. Questa normalità del delitto, infatti, è incomprensibile se vista “da fuori”, ma quasi fisiologica per gli addetti ai lavori, per i membri della famiglia. La giovane fidanzata di Micheal gli sta accanto perchè è inizialmente diverso dai fratelli; quando diventa come e peggio di loro, tuttavia, non fugge, perchè oramai ha anche lei la mentalità “della famiglia”: gli omicidi sono parte del bisenness, e la vera donna italiana sa che deve starne fuori, sa che (come dimostra l’eccezionale inquadratura finale) per lei la porta dell’ufficio del padrino rimarrà sempre chiusa. Potrà averlo soltanto come uomo.

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Nonostante parecchi attacchi della critica, che accusava il film di “patteggiare” per alcuni personaggi, lo sguardo di Coppola è uno sguardo lucido e distaccato: non c’è un solo personaggio positivo, non c’è una sola inquadratura soggettiva che convogli l’immedesimazione, anzi; la macchina da presa è quasi sempre “intorno” ai protagonisti, gli fluttua intorno senza soffermarsi, li scruta. Ne cerca a fondo le ragioni “sociali”, tenta di capirli, ma non li scusa. A tal punto che, se a un primo sguardo verrebbe da dire che don Vito era “migliore” di don Michael, ad un’attenta analisi si capisce che l’intento del regista non è quello di evidenziare una divisione tra bene e male (il film è un film sul male, e il bene sembra non essere mai esistito), bensì di sottolineare una separazione tra ciò che era (i modi di Vito) e ciò che, specchio dei tempi, sarà (quelli di Michael). Negli introiti arriva la droga, e le famiglie si devono adeguare: quella dei Corleone sopravvive perchè Michael, sotterrato il padre, mette da parte l’onore e il codice di condotta per stare al passo coi tempi. Nelle due gestioni, comunque, il termine ultimo resta lo stesso: l’omicidio. La seconda parte perde qualche colpo a livello di tenuta narrativa, ma è riscattata dal celeberrimo, magistrale montaggio alternato (ormai studiato in tutti i corsi di cinema) in cui si vede Michael fare da padrino, in senso religioso, al nipote, mentre a pochi isolati di distanza i suoi uomini massacrano tutti i nemici. Il momento in cui il prete domanda “rinunci a Satana?” e Michael risponde “rinuncio”, mentre fuori vengono versati litri di sangue, è uno dei pezzi più suggestivi dell’intera storia del cinema. D’atmosfera le musiche di Nino Rota e bellissima la fotografia (oscura e sfaccettata) di Gordon Willis. Superbo anche il lavoro di Coppola nella direzioni degli attori: raramente vedrete un altro film in cui questi divi recitano così bene. Tre Oscar: miglior film, miglior sceneggiatura non originale e miglior attore a Brando, bravissimo, nell’interpretazione della sua carriera. Grande successo di pubblico. Assolutamente imperdibile.

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