Intrigo Internazionale

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Regia di Alfred Hitchcock

con Cary Grant (Roger Thornhill), Eva Marie Saint (Eva Kendall), James Mason (Phillip Vandamm), Martin Landau (Leonard), Leo G. Carroll (il professore), Jessie Royce Landis (Clara Thornhill), Philip Ober (Lester Townsend), Edward Platt (Avvocato Larrabee), Les Tremayne (Banditore).

PAESE: USA 1959
GENERE: Thriller
DURATA: 132’

Scambiato per un agente segreto in possesso di preziose informazioni, il gaudente pubblicitario Roger Thornhill si ritrova inseguito dalla polizia, che lo accusa di omicidio, e da un ambiguo mercante d’arte che lo vuole togliere di mezzo. Con lui una biondina doppiogiochista che non ha ancora deciso da che parte stare…

Ultimo film di Cary Grant col regista britannico, probabilmente il migliore. Ma anche uno degli Hitch più felici in generale per quanto riguarda la perfetta miscela tra commedia e thriller, tra riso e terrore. Il tutto condito da un sano quanto audace erotismo. Compendio di tutti i temi cari al regista – la persona sbagliata, l’impossibilità di dimostrare la propria innocenza, la paura dell’autorità, l’ambiguità dei rapporti uomo – donna, il viaggio iniziatico della coppia verso un sicuro matrimonio, la vertigine – ma anche perfetto esempio di film da scuola del cinema per quanto è colmo di trovate visive, sonore, registiche. La sequenza più celebre, entrata nell’immaginario collettivo, è quella finale con il duello sul monte Rushmore, ma la migliore è probabilmente quella in cui Thornhill combatte contro un aereo nel bel mezzo del nulla: muta, è un perfetto esempio di suspense “al rovescio”, in cui mancano tutti gli elementi tipici della suspense stessa (la notte, il nemico in carne e ossa, un posto in cui nascondersi, la musica d’accompagnamento, l’elemento vocale) ma che, per ben 7 minuti, tiene incollati alla poltrona come pochi film sanno o hanno saputo fare. Ma il genio di Hitch si vede lungo un po’ tutto il film: dai titoli di testa di Saul Bass, “impressionati” sui finestroni di un palazzo, alla mirabolante ellissi finale che, dalle faccione dei presidenti, porta Thornhill e Eva nella cuccetta di un treno. L’ultima ripresa, quella in cui il treno entra in galleria, fu definita da Hitchcock “l’inquadratura più impertinente che io abbia mai girato”. Un film imperdibile, tanto inverosimile quanto delizioso, un incubo dai colori pop (fotografia di Robert Burks) scritto da Ernest Lehman e musicato dal fidato Bernard Herrmann. L’attrice che interpreta la madre possessiva di Thornhill (altro personaggio tipicamente hitchcockiano) aveva solo un anno più di Cary Grant. L’abitazione del cattivo è ispirata alla villa Fallingwater di Frank Lloyd Wright. Il titolo originale si riferisce alla piega geografica presa dalle vicendce del film, ma alcuni sostengono che si rifaccia direttamente ad una frase dell’Amleto. Il regista appare nelle prime battute mentre tenta di salire su un bus, ma l’autista gli chiude la porta in faccia. Dura due ore e dieci, ma non c’è un attimo di tregua. Mai. Già soltanto per questo motivo rimane un classico insuperato, da guardare e riguardare.

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